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Festival Internazionale del Film di Roma - 3° Edizione

Speciale Cinemaplus
Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen
V. C. B. e l'archeologia.
Tra gli autori più prolifici della storia del cinema (circa 40 film in poco più di quarant’anni), Woody Allen, tutto preso a sfornare una pellicola dietro l’altra, indubbiamente animato dal suo grande amore per la settima arte, ma anche, e forse soprattutto, da un “ego” smisurato e ansioso di celebrare se stesso attraverso il cinema, sembra non accorgersi del passar del tempo, di come sia diventata obsoleta la sua poetica, patetico l’accanimento terapeutico nell’autoreferenziale tentativo di mantener(si)e in vita (in)un piccolo mondo di nostalgie oramai agonizzante. Con tirate di compiaciuto snobismo, che il regista cerca di correggere con atteggiamenti autocritici ambigui, apparentemente “sinceri”, invero complici-conformisti, con quest’ultimo lavoro Allen reintroduce le solite paturnie dell’alta borghesia americana (questa volta in trasferta “esotica”), piena di tic, vizi e vezzi, così lontana dall’essere “humanitas”, che si permette perfino il lusso di non accorgersi delle proprie anacronistiche e frivole masturbazioni mentali, pur a fronte dei cambiamenti psico-socio-politici che hanno nel frattempo modificato profondamente il pianeta, e le circoscritte, già celebri e (fin troppo) celebrate “riserve” vip & yuppie della Grande Mela, dalla cui intonsa e luccicante superficie dei bei tempi andati fa oggigiorno capolino più d’un baco a lungo nutrito nella marcescente poltiglia. Da circa 20 anni il regista newyorkese gira sempre lo stesso film, rimescolando il suo mazzetto di carte nel perenne gioco, più di prestigio che prestigioso, delle limitate combinazioni.
VICKY CRISTINA BARCELONA, basato su un canovaccio narrativo frammentario e disarticolato, sorta di sunto del routiniero microcosmo alleniano, si esaurisce in una serie di inquadrature a se stanti, come tanti piccoli siparietti appena abbozzati, didascalici, scollati tra di loro, introdotti dalla invadente voce fuori campo e accompagnati da suadenti musiche, secondo un consumato copione che mette al
centro della scena un mondo artificiale, ben lontano dal reale, dalla vita vissuta, con le sue infinite varianti, nel (melo)dramma come nei passaggi più spensierati e allegri. Allen crede di poter rappresentare tutto questo, chiuso ad ogni altra possibile prospettiva e significato sottotestuale, sciorinando l’abusato, superficiale e asfittico clichè del tormentone amoroso e sentimentale della rampante, nevrotica e annoiata intellettualità borghese e radical-chic, in perenne stato di crisi, con relativi tentennamenti, imbarazzi e tradimenti, nelle trasgressioni da commediola (all’acqua di) rosa, passate per la lavanderia del politicamente corretto, intimamente voyeuristica nella sua endemica ipocrisia. Situazioni precipitate e riciclate da un immaginario sclerotico, personaggi macchietta privi di personalità e spessore, come tanti piccoli alter ego di un autore che, pur avendo largamente superato la soglia della maturità, non riesce ad andare oltre quel “sé” infantilmente narciso e auto-castrante, questi gli ingredienti di base dell’ultimo film di Allen che spreca nella pratica filmica un soggetto teoricamente interessante.
Il suo dichiarato amore per la capitale catalana e per l’intera penisola iberica, induce Allen ad omaggiare Barcellona (teatro delle vicende narrate) a suon di “spagnolate” d’accatto, secondo le più svianti, mistificanti aspettative vacanziere, dove l’autentico
palpito vitalistico ed artistico della città del Gaudì emerge appena e di riflesso dai logorroici dialoghi saturi come al solito di imbarazzanti freddure sotto formalina. Altro topos trito ma di sicuro effetto, tappa obbligata da celebrare, per potersi auto-celebrare - ogni preteso è buono ai fini dell’operazione “io appaio dunque sono” -, Allen, confondendo l’edonismo modaiolo con l’intensa e severa metafisica che corona la terra di Spagna, non rinuncia a vezzeggiarc(s)i con l’immancabile chitarra, con gli ammiccanti brani di Isaac Albeniz, di Juan Serrano, di Paco de Lucia (questi ultimi due “flamencheri” di puro ceppo andaluso, che chissà se qualche irriducibile nazionalista catalano non finisca col prendersela a male…), utilizzati come mero e facile riempitivo sonoro, ad uso e consumo del finto emozionismo che sembra pervadere i suoi personaggi nei localetti inn, (proto)tipiche mete “programmate” dal distratto turista in cerca di atmosfere esotico-romantiche, fuori dal sé: avere, apparire, non “essere”. E ti pareva che Allen non avrebbe cercato di far suo anche lo spirito in scatola del flamenco!?
Ma non è una novità, Allen ha sempre giocato con la “cultura”, con l'arte, come status symbol, vezzo snob, sempre pronto a lanciarsi in citazioni musicali, letterarie, pittoriche (oltre che ovviamente filmiche), senza mai approfondire tali oggetti (da lasciar gravitare intorno al suo spropositato super-io) della sua ostentata, vuota e manipolatoria ambizione.
La presunzione narcisistica di un autore evidentemente innamorato dello stereotipo, il suo miglio limite, è tutta racchiusa in questa sua dichiarazione: “E’ una città bellissima [Barcellona] dal punto visivo ed è dotata di una sensibilità romantica. Una storia come quella raccontata nel mio film poteva succedere solo a Parigi o a Barcellona”. Modestia a parte.., si dà però il caso che noi Barcellona non la si è vista, né “sentita”, mentre ci resta il flebile ricordo di un film mediocre, pretenzioso, totalmente sbagliato.
Impossibile dunque non tornare con la mente selettiva e con il cuore dell'istinto ai catartici “momenti musicali” almodovariani, in cui la musica diventa invece “concerto” - mai alleniana esibizione -, sottolineatura del sentimento, ispanico e universale, flusso di emozioni condivise, materia di cui è fatta la stessa immagine trasfigurante e la poesia del testo, della parola, della melodia.
Siparietti, varietà, televisione, teatro filmato - inutile parlare di montaggio dove serviva un appena diligente lavoro di incollaggio -, non c’è cinema in VICKY CRISTINA BARCELONA, un film privo di energia plastica, basata quasi esclusivamente sulle sfinenti tirate dialogiche, e su un testo ingombrante che si sostituisce all’immagine (filmica) che non esiste.
Sprecato – o per meglio dire “ammaestrato” ad arte da un Allen disposto a plasmarlo a
sua immagine e somiglianza, com’è solito fare con i suoi attori-clone -, il superbo cast di interpreti, potenzialmente esplosivo, riesce a mal pena ad ostentare tutto un frustrante repertorio di mossette imitanti l’intero bagaglio espressivo dell’Allen attore. Abbiamo così una Scarlett Johansson (Cristina), al momento la “preferita” di Allen, bella statuina, gnocca decorativa, privata del suo miglior sex appeal, dove, in compenso, Penelope Cruz (Maria Elèna) deve farsi carico, recitando ben oltre sopra le righe, di dar corpo sguaiato al personaggio caricaturale della femmina spagnola caliente, follemente gelosa, tutto pepe, istinto, irrazionalità, cojones, dotata perfino di “partenopeico” cipiglio, già che ricorda vagamente la figura di popolana sanguigna e caciarona interpretata della nostra Loren. Il giovane talento Rebecca Hall (Vicky) se la cava più che bene a confronto con le due più collaudate colleghe; lei è brava, affascinante ed intrigante sotto quel suo personaggio un po’ dimesso/spento, peccato che sia costretta ad imitare il limitato immaginario interpretativo che appartenne a Diane Keaton, già attrice feticcio di Woody Allen.
Javier Bardèm, nei panni di uno spregiudicato play boy (un pittore.., ci mancherebbe altro che in un film di Allen si possa incontrare gente “normale”), è la figura forse più improbabile e risibile, completamente fuori parte con quella sua aria un po’ cosi.., potremmo dire da macho tontolone allevato a Brooklyn...
Caricature di sconfortante (ed annunciata) prevedibilità.
Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee
(Recensione o approfondimento.., forse una via di mezzo)
Memorie italiane custodite ad Harlem.

Eppure, di quell’orribile massacro in Carfagnana del 12 agosto 1944, con 560 civili falcidiati in un sol colpo, donne, uomini, vecchi, bambini, conserviamo blanda memoria, viene ricordato, commemorato e preso da esempio a futura memoria, “complici” le Istituzioni, molto meno di quanto non si faccia con altre analoghe e più note stragi nazifasciste, tra cui, tra le più mostruose (ma quale strage non lo è, per piccola o grande che sia?), quella delle Fosse Ardeatine in Roma: 335 civili, anche in questo caso vittime innocenti, sempre quando correva l’anno 1944, esattamente il 23 marzo, pochi mesi prima dei fatti di Sant’Anna.
Ci voleva Spike Lee, il regista afroamericano che seguita a raccontare con il suo cinema le drammatiche vicissitudini del suo “popolo”, cittadini di serie B di quell’America ancora oggi matrigna con chi ha la pelle scura, quantunque meno crudele di ieri (attualmente più speranzosa nella realistica prospettiva di una presidenza in black), a far riemergere questo esecrabile pezzo di storia del nostro paese, non troppo lontano nel tempo, sicuramente ancora vivo nei pochi sopravvissuti, nei testimoni, in chi ne conserva triste ed opportuna memoria. Memorie che restano vive anche nelle coscienze e nelle ferite ancora aperte degli afroamericani (e dei loro figli e nipoti) sopravvissuti alla guerra, appartenuti alla 92° Divisione “Buffalo Soldiers” dell’esercito americano, composta esclusivamente da soldati neri, che contribuirono a liberare il suolo italiano dal nazismo al prezzo del loro sangue.
Con il suo ultimo lavoro, Miracolo a Sant’Anna, tratto dall’omonimo romanzo dello
scrittore afroamericano James McBride, anche sceneggiatore della pellicola, Spike Lee racconta dunque un capitolo di eroismo della sua gente, in modo romanzato, ponendo in relazione un gruppetto di soldati neri della “Buffalo Soldiers”, scampati al massacro della loro Divisione (una sorta di esperimento, lo Stato Maggiore statunitense intendeva testare il valore dei “negri” in battaglia, dato a quanto pare corrispondente al vero, come lo stesso regista non troppo fra le righe lascia intendere) accerchiata dal fuoco nazista e dallo stesso (fuori) fuoco “amico”, con la strage del paesino toscano.
Film controverso, presentato al festiva di Toronto, attualmente nelle sale degli States e al nono posto nel Box Office, ha diviso la critica d’oltreoceano e già fà parlare di se in Italia, spesso attaccato sul piano ideologico e politico, testuale, sulla presunta fedeltà o infedeltà della fiction al dato storico anch’esso controverso. Chi scrive non è particolarmente interessato a soffermarsi su tali aspetti marginali, non determinanti ai fini dell’analisi del film in quanto tale, dove nessun film è obbligato a restare fedele al romanzo, o alla cronaca, o al fatto storico, o qualsiasi altra fonte a cui si ispira. Conta semmai la coerenza etica, l’aderenza estetico-trasfigurante della “finzione” allo spirito della realtà. Altrimenti tanto varrebbe girare un documentario o realizzare un format televisivo nell’approccio saggistico sulle orme della storia (segnaliamo, per chi fosse interessato alla natura e ai dettagli di tale critiche e polemiche, l'articolo sulla conferenza stampa del film tenutasi recentemente a Roma, presenti il regista, lo sceneggiatore e buona parte degli attori).
Il film. Un inizio che ha tutti i crismi del thriller mozzafiato. Lo stile serrato e “contrappuntante” dell’autore newyorkese c’è tutto, riconoscibile tra mille, come subito riconosciamo la sua rapidissima camera che compie virtuosismi tecnico-espressivi (alcuni invero ripetuti e manierati) in grado di costruire più di una sequenza degna di nota, una in particolare memorabile (ma non la riveleremo), per poi dover via via assistere, quanto più si entra nel vivo dell'intreccio, al complessivo scadimento dei registri formali e contenutistici. Già dalla sequenza del giornale “miracolosamente” finito in mano a un diretto “interessato”, un po’ troppo (e fanno due) capitato lì per caso, l'iniziale tensione comincia ad affievolirsi, di fronte a quello che ci è francamente sembrato un discutibile siparietto. Un incipit in cui si delineano le coordinate di una storia che, tra i repentini salti temporali del montaggio, si trasferisce per un lunghissimo tratto di pellicola in quel di Sant’Anna di Stazzema, prima di far ritorno nella metropoli americana degli anni ’80, dove avviene il vero “miracolo” annunciato nel titolo.
Miracolo a Sant’Anna è scritto male, principale difetto della pellicola aggravato da una regia ambiziosa ma incerta, approssimativa, che perde il senso primo ed “interno” alla (doppia) vicenda narrata, distratta da cento altre suggestioni collaterali utili ma non essenziali ai fini del "messaggio" e del plot, nell'approfondimento sommario, di difficile scavo, supponiamo, in quell’ansia di voler dire tutto finendo così per mettere troppa carne al fuoco. Il film ha tuttavia una sua coerenza da fiction televisiva di gran lusso, un buon ritmo, molta azione (il cinema bellico, genere affrontato da Lee per la prima, non è però nelle sue corde, le ingenuità sul piano della spettacolarità e del realismo sono molteplici ed evidenti), uno svolgimento logico, nonostante alcuni passaggi narrativi inverosimili e tuttavia perdonabili (non è questo il problema). Viene descritto tutto ciò che verosimilmente, e non, potrebbe essere accaduto all'epoca dei fatti, intorno al nocciolo della questione, e poco importa se tutto questo, trame e sottotrame, divagazioni e ritorni all'essenza narrativa, siano il fedele riflesso delle verità storiche o il risultato della finzione. Ma, in questo specifico caso filmico, più che di estetica trasfigurante, e dunque di poesia, dobbiamo purtroppo parlare di abuso della didascalia, della circostanza "politica", umana, privata e collettiva, raccontata in modo prevedibile e retorico, di personaggi quasi caricaturali, di eccesso d'enfasi nelle prospettive sentimentali e ideologiche, nel risaputo gioco delle contrapposizioni tra le parti. Fatta salva, ciò nonostante, la sostanziale onestà intellettuale del regista, il suo corretto approccio sul fronte etico-morale e ideale.
Spike Lee crede molto nel suo progetto, e la sua fede è sincera e sicura, ma, nel raccontare una vicenda così delicata e terribile, di per se commovente e straziante, lì dove non serviva dunque rincarare la dose, lavora maldestramente per accumulo, agendo sulle corde del sentimento e dell'emozione di facile presa, quantunque mai a fini meramente ricattatori e qualunquisti.
Non contestiamo dunque all'autore di aver scelto una forma romanzata e melodrammatica per raccontare contenuti storici certi e tragici, nonostante gli aspetti non ancora del tutto chiariti. Al contrario, amiamo anche le "leggende", oltre che le "verità" assolute. E così, a mente fredda, dopo aver metabolizzato la prima emozione, si affievolisce in noi il ricordo di un film imperfetto, mentre ci sentiamo più "attratti" da quella radice del male che restava nascosta, che andrebbe estirpata per sempre, e che, grazie a Spike Lee e al suo film, è stata utilmente dissotterrata.
Non possiamo infine non spendere qualche sincera parola di elogio per l'intero cast
attoriale che pur nei limiti del film riesce ad esprimersi con grande entusiasmo e bravura. Gli interpreti afroamericani, i soldati della 92° Divisione “Buffalo Soldiers”, hanno dato il meglio di sé, le loro migliori emozioni, dimostrando grande professionalità, ben amalgamati con il folto gruppo di attori italiani altrettanto valido e ben assortito, in quello che sarà stato per tutti loro un ottimo e divertente gioco di squadra. Menzione speciale per l'intenso e maturo Pierfrancesco Favino, per il tenero incanto che il piccolo "Angelo", Matteo Sciabordi, ha saputo regalarci pur tra tanti orrori. Abbiamo con piacere rivisto Omero Antonutti, attore di gran classe, colpevolmente trascurato dai nostri cineasti, già interprete di quel bellissimo film intitolato La Notte di San Lorenzo, 1981, dei f.lli Taviani, che ha molti punti in comune con quest’ultima e purtroppo deludente opera del pur sempre grande regista newyorkese.
Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee - Conferenza stampa
Spike Lee: Non mi suicido se a Variety non è piaciuto il mio film
Roma, 29 settembre 2008 – Nella sala del Warner Village, al centro della lunga fila, Spike Lee ha schierato ai suoi lati, come una sorta di piccola “divisione” armata di grande passione ed entusiasmo, gran parte dell'ampio cast artistico e attoriale (tra cui un terzetto di robusti e “temibili” militi, nella finzione cinematografica…), come a voler contenere l'impatto dei giornalisti intervenuti numerosi e verosimilmente intenzionati a premere sul fronte di un film controverso che ha già fatto molto parlare di sé negli USA e al Festival di Toronto, dividendo la critica. Presente James McBride, autore dell’omonimo libro da cui è stato tratto Miracolo a Sant’Anna, anche sceneggiatore del film che uscirà nelle sale italiane a partire dal 3 ottobre 2008 con 250 copie distribuite dalla 01.
In un clima di grande cordialità e simpatia che si è subito stabilito tra la stampa e il cast, Spike Lee, nel rispondere alle domande, spesso incalzanti, a volte anche un po’ scioperate, ha sfoderato il suo solito cipiglio ironico, deciso e appassionato, severo e pur tuttavia mai caustico, difendendo con convinzione il suo lavoro, riconfermando quell’orgoglio di afroamericano in seno a un’America notoriamente matrigna con i figli “minori” dalla pelle scura, e che, oggi come ieri, contribuiscono invece alla sua evoluzione, e in modo determinante, in ogni ambito, che sia sociale, sportivo, artistico, culturale, musicale (immenso il loro contributo musicale: I “negri” … con la loro tristezza sono diventati l’asse spirituale di quell’America. Il “negro” che è così vicino alla natura umana pura … che tira la musica fuori perfino dalle tasche – questo scriveva F. G. Lorca, il Poeta “a New York”, nel 1931), e in ogni altra forma di emancipazione politica, razziale e spirituale, spesso, come nel caso di questo film, anche al prezzo del sangue versato nelle guerre di liberazione e di occupazione.
LA CONFERENZA STAMPA
La sua rivisitazione romanzata degli eventi storici, per i quali chiama in causa la Resistenza e il tradimento di un partigiano che innesca la rappresaglia nazista, scatenerà sicuramente le critiche della sinistra italiana. Ne è consapevole?
Spike Lee: Credo sarebbe un fatto indubbiamente positivo se questo film suscitasse discussioni e anche delle polemiche sulla storia dell’Italia, sul suo passato, su ciò che è accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono diverse interpretazioni su come andarono le cose, ma un fatto è certo e indiscutibile, cioè che il 12 agosto del 1944, la XVI Divisione delle SS massacrò 560 civili innocenti, uomini, donne, bambini, a Sant'Anna di Stazzena. Questo è un fatto.
Dal punto dell’ispirazione grafica e visiva, ho creduto di cogliere nel film la riproposizione della foto di Robert Capa, “La morte del miliziano”. Quali sono state le sue fonti visive, fotografiche, cinematografiche, pittoriche…
Spike Lee: Sicuramente si, insieme al direttore della fotografia [Matthew Libatique] abbiamo guardato le fotografie di guerra di Capa, così come abbiamo visto tantissime immagini relative a sequenze di guerra, però la nostra intenzione non era sicuramente quella di copiare o imitare nessuno, abbiamo guardato a tutto questo materiale per arrivare ad uno stile unico che fosse il nostro, appropriato con i tempi e con la storia.
Pensa che il pubblico riesca a cogliere il minuto di silenzio finale?
Spike Lee: Sicuramente, data la storia che racconta il film, c’è qualche secondo lasciato al pubblico per fargli riprendere fiato, prima che cominci la musica ed inizino a scorrere i titoli di coda. Comunque, volevo dire a tutti, visto che qui oggi siamo in tanti, tutte persona intelligenti, brave, simpatiche che avranno da dire tante cose interessanti, di fare delle domande anche a loro e non soltanto a me. Grazie.
Rivolgo la domanda al regista, ma anche agli attori. C’è una frase molto bella nel film, quella del soldato che afferma: “mi trovo molto bene in Italia, mi sento libero, la gente mi accetta, nessuno mi guarda come una persona di colore”. Io sono stato negli USA recentemente, mi sono trovato molto bene con la gente ma un po’ controllato dalla “presenza” governativa, ho provato la sensazione di non sentirmi troppo libero. La vostra opinione al riguardo?
Spike Lee: Mi dispiace che il mio governo ti abbia spaventato, ma noi abbiamo avuto una situazione che si chiama “11 Settembre”, e quindi qualsiasi cittadino non statunitense, ma anche gli stessi cittadini americani, vengono sospettati, tra virgolette.., e comunque controllati. Non sei il primo che ha subito questa pressione dal mio governo e me ne dispiace. Per quanto riguarda me… molti artisti degli Stati Uniti si sono sentiti più accettati all’estero che non in casa loro. Sicuramente in questo film vediamo più guerre, a più livelli, negli USA, anche tra Stamps [Dwerek Luke] e tra Bishop interpretato da Michael Ealy che purtroppo oggi non è qui con noi.., guerre sociali e razziali. Comunque mi sembra che in questo momento gli americani stiano vivendo una situazione molto diversa di quella che si vede invece nel film.
Derek Luke: La condizione degli afroamericani oggi è cambiata, è migliore rispetto a quei tempi, ma è vero che i soldati e gli artisti di colore si sentono spesso più accettati all'estero che non in patria. Nel film si narra di più conflitti; c’è una guerra sociale e razziale, che si vive negli USA, e la guerra vera e propria combattuta sul campo di battaglia.
Cosa l’ha colpita di più di questo capitolo di storia a tal punto da spingerla a girare il film.
Spike Lee: Innanzitutto James ha scritto un romanzo meraviglioso che mi è piaciuto tantissimo e che aveva tanti ingredienti. E' un romanzo di guerra ma comincia quasi come un thriller … E comunque la base di tutto è una storia che parla di fede, di religione, di credere in Dio, e poi c’è questo incontro meraviglioso tra i soldati della Divisione “Buffalo Soldiers”, soldati afroamericani e la popolazione italiana che vive nel piccolo villaggio in Toscana. Sono questi gli elementi che mi hanno convinto a raccontare questa storia.
Pierfrancesco Favino, lei interpreta il personaggio di un partigiano illuminato che si interroga sull’essere uguali, sia a destra che a sinistra di fronte a Dio, come si è preparato per questa interpretazione? Il suo personaggio, molto articolato, manda a dire qualcosa alla pacificazione nazionale, sul ruolo dei partigiani che resta un nervo scoperto dell’ultima guerra?
Pierfrancesco Favino: Sappiamo che in Italia questa pacificazione ancora non c'è; d’altronde siamo sempre stati un paese diviso a metà fin dai tempi di Dante. La preparazione affonda nella mia conoscenza naturale dei fatti storici e delle differenze riscontrabili tra le varie realtà partigiane, nella mia passione per Fenoglio, oltre che aver a disposizione un libro, quello di McBride che è anche la sceneggiatura del film. Per quanto riguarda il mio personaggio, non credo che io abbia il potere e il desiderio di mandare a dire niente a nessuno. Sono contento da attore a cui viene chiesto di ricostruire la realtà di un uomo in quel periodo, in quel giorno della sua vita, che si chiede, dopo aver lottato in quattro anni di guerra, che si è sacrificato per i suoi ideali, se esiste un uomo che spara, in qualsiasi guerra del mondo, senza domandarsi se sia giusto quello che fa. Sono figlio dei partigiani, e grazie a loro mi è stata data la possibilità di non essere in guerra, ma desidero essere figlio di una persona che ha avuto dei dubbi, altrimenti penserei che l’unica possibilità che mi viene data è quella che un uomo si può ammazzare in ogni modo, ad ogni costo.
Rivolgo la domanda a James McBride. Perché lei ha raccontata la strage di Sant'Anna di Stazzena come se fosse stato un partigiano, che ha tradito l’altro partigiano, a far si che i tedeschi prima di ritirarsi compiessero la strage? Perché questo punto di vista?
James McBride: Innanzitutto vorrei precisare che si tratta di una storia di finzione. Mi è venuta voglia di raccontarla la prima volta in cui ho messo piede a Sant'Anna di Stazzena. Come tutti sapete ci sono diverse versioni su ciò che è realmente accaduto, ma ciò che mi ha stupito e che Sant’Anna era lì da cinquant’anni, e nessuno parlava dell’orribile strage. Ci sono voluti tantissimi anni e forse appunto un romanzo e un film per trovare tanta gente riunita qui oggi in questa sala, cineasti, giornalisti, documentaristi, per discutere di questo argomento. Dunque, quando ho toccato con mano quello che era successo, e cioè 560 persone massacrate, ho detto: devo trovare la maniera di raccontarlo, per far si che la gente lo sappia e ne parli. A quel punto ho dovuto decidere: voglio scrivere un libro di storia o un romanzo? Ero venuto in Italia per scrivere un romanzo, questo è il mio mestiere, quindi ho raccontato questa storia in forma romanzata, ed è così che mi è venuta l’idea del bambino, di una vicenda vista anche attraverso gli occhi di un bambino. Non bastano 500 libri per capire l’orrore della guerra. Oltre la guerra contro i tedeschi, in Italia c’era un’altra guerra che metteva contro di loro fratelli, padri contro figli, ed ho voluto raccontare tutto ciò che la guerra comportava per le persone, per gli italiani. Avevo però un tempo e uno spazio limitati, dovevo scrivere un libro e non un’enciclopedia, e ho dunque trovato nei due personaggi dei partigiani il modo di far vedere in che modo la guerra poteva distruggere anche i rapporti familiari e di amicizia. Ho cercato di fare del mio meglio, e mi dispiace se con la mia storia ho urtato la sensibilità dei partigiani, non era mia intenzione offendere nessuno. Anche perché noi sappiamo che i partigiani sono state delle persone meravigliose, e noi come persone di colore sicuramente ci sentiamo ancora più vicine a loro, a queste situazioni, e sappiamo cosa vuol dire vedere delle opere, leggere dei libri scritti da qualcun altro che parlano di te. Ma ritengo che quello che è successo nella seconda guerra mondiale in Italia, appartenga non solo agli italiani, ma anche a noi che siamo stati parti integranti di queste vicende e che abbiamo dunque il diritto di scriverle. Non volevo offendere nessuno, so che i partigiani sono degli eroi, ma è anche vero che, come è successo nei i movimenti dei diritti civili in America, oggi magari tutti dicono siamo tutti partigiani quando all’epoca forse sono stati pochissimi quelli che hanno avuto il coraggio di affrontare il nemico, di ritirarsi sulle montagne e di combattere. Quindi sicuramente la mia missione di scrittore era di portare questa storia al pubblico, fare in modo che il pubblico ne parlasse, poi se c’è un’impressione di cose sbagliate si possono correggere, se ne può parlare, molto meglio che i giovani oggi parlino di questi argomenti e non dell’ultima puntata del Grande Fratello. Già questo è un grande risultato.
Spike Lee: Io che ho diretto il film non chiedo scusa a nessuno. Questa controversia, questo dibattito dimostra che ci sono tante questioni ancora aperte; c'è sicuramente un capitolo della storia italiana che non è stato ancora risolto, con cui la gente non è riuscita a fare i conti, e quindi se ne parla ancora molto. Bisogna anche dire che all’epoca i partigiano non erano amati da tutta la popolazione, così come non erano amati tutti i partigiani francesi, perchè loro facevano quello che dovevano fare, c’era la guerra, per poi fuggire, nascondersi sulle montagne, spesso lasciando la popolazione dei civili a dover loro malgrado sopportare e subire la reazione dell’esercito tedesco. Noi non abbiamo inventato nulla, era la legge nazista, per ogni tedesco ucciso dovevano morire dieci civili italiani. Non c’è un quadro chiaro di quanto è successo veramente a Sant’Anna, ci sono diverse interpretazioni dei fatti e io le sostengo e sono qui a raccontarle.
Una domanda per Valentina Cervi che vorremmo poter incontrare più spesso nei film italiani, e per il gruppo dei soldati americani. Come è nata questa avventura con Spike Lee?
Valentina Cervi: Sono cresciuta col cinema di Spike Lee, e la cosa che mi ha colpito di più essendo donna è il modo in cui lui raccontava le donne, la complessità, l'emancipazione femminile, donne mai stereotipate, figlie, mogli, madri, per quanto sottomesse, sempre figure forti, sempre vincitrici. Mi ha emozionato molto incarnare il personaggio di Renata, una donna che rappresenta un po’ la nuova Italia, che si emancipa attraverso la sessualità, facendo da ponte tra due culture. Non ho mai ritenuto che ci sia una differenza tra registi italiani e registi stranieri, credo che un regista sia la sua visione e spero di poter far parte di diverse visioni. Per quanto riguarda lavorare di più in Italia, lo spero.
Laz Alonso: Per prepararmi al film ho studiato l'epoca in cui sono avvenuti i fatti, 60 anni fa’, e da allora le cose sono cambiate tantissimo. Spike Lee ci ha dato molti strumenti, abbiamo visionato con lui filmati, documentari del tempo, ci ha mostrato come noi afroamericani venivamo ritratti nei filmati dell’epoca. Abbiamo consultato molti libri sui Buffalo Soldiers. Il mio personaggio è particolare, perché deve parlare italiano, è cresciuto nel Bronx e ha imparato l’italiano, soprattutto il siciliano dai siciliani con cui è cresciuto. Spike ha preso una dialoghista perché nel film si parla il toscano, e lei mi è stata di grande aiuto, mi ha insegnato soprattutto il linguaggio dell’epoca, ad improvvisare delle frasi, anche come sbagliarle.
Omar Nenson Miller: Il mio è un personaggio innocente, bambinesco, quasi angelico. Quindi ho dovuto solo ricollegarmi con il mio bambino interiore. Chi mi conosce sa che sia durante le riprese, sia durante la lavorazione, tendevo piuttosto a isolarmi da tutto quello che potesse influenzare la mia recitazione. E invece sono stato molto in contatto con i miei nipotini, maschi, femmine, giocavo con loro, naturalmente non ai videogame, ma con giochi in uso all’epoca. Vorrei aggiungere, penso di poterlo dire a nome di tutti gli americani che sono qui, io sono stato felice di interpretare una parte della vostra storia, perché la vostra storia è molto legata alla nostra, anche noi ne facciamo parte e quindi non credo si debbano porgere delle scuse, perché il film è molto profondo, ha molti strati e mostra l’’umanità nel bene e nel male, soprattutto su come bisogna fare i conti con l’inferno della guerra.
Quanto peserà il colore della pelle alle prossime elezioni americane?
Spike Lee: Sicuramente ci sono diverse persone negli USA che non amano Obama per il colore della sua pelle, ma io non credo che siano un numero sufficiente per sconfiggerlo. Credo quindi che alle prossime elezioni Barack Obama diventerà il presidente degli Stati Uniti. E in ogni caso Barack Obama non sarebbe nella posizione in cui si trova oggi se votassero per lui soltanto le persone di colore.
Come spiega il fatto che ci siano state molte critiche negli Stati Uniti al suo film, spesso molto violente, anche dal Variety [anche a Toronto – n.d.r.] e se per caso si pente di averlo portato in anteprima in Italia.
Spike Lee: La maniera migliore per rispondere a questa domanda è non rispondere, nel senso che io sono un artista e se vengo criticato da qualcuno dovrei tagliarmi le vene, o buttarmi giù dall'Empire State Building? Come artista mi piace correre rischi, in fondo sono 23 anni che faccio film, sono abituato alle critiche, e dovrei smettere di fare film, ritirarmi, fare l’insegnante solo perché a Variety non è piaciuto il mio film? Non credo. Se per caso lei scrive un articolo e qualcun altro lo critica non credo che smette di fare il giornalista.
James McBride: Noi siamo degli artisti ed apprezziamo moltissimo la capacità di Spike di raccontare in maniera eccellente la condizione umana. Una delle poche voci afroamericane che parla agli afroamericani. Spike ha fatto si che tutti gli attori ci regalassero delle interpretazioni straordinarie. Questa sua umanità ha ispirato tutti noi a fare del nostro meglio. Se un film del genere provoca poi qualsiasi cosa, che sia commozione, pianto o rabbia, o un dibattito, questo vuol dire che abbiamo fatto il nostro dovere, soprattutto noi americani, visto lo stato in cui versa il nostro Paese. Se riusciamo a scatenare un dibattito, a far parlare delle cose, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.
Omero Antonutti: Vorrei soltanto aggiungere che in questo film Spike Lee ha voluto dar voce ai tutti i soldati americani di pelle nera che sono morti non nel loro paese, ma nel paese che stavano liberando, chiedendo e facendo la democrazia, riscattando così quest’orgoglio di essere nella propria patria non più cittadini di serie B. Con questo forse oggi, con Barack Obama l’America farà un passo avanti.
Sergio Albelli, il personaggio forse più controverso del film
Sergio Albelli: Molto curioso perché ala prima lettura del copione, sembrava che il personaggio di Rodolfo fosse il cattivo, mentre in seguito non ho mai pensato di recitare il cattivo e la cattiveria. Personalmente ho sempre pensato che Rodolfo si sentisse tradito, e che, nella sua guerra, lacerato dal dolore, fosse diventato traditore. Occorreva trovare le motivazioni, perché agisce nel modo sciagurato in cui finisce per agire. Questo ho cercato di interpretare.
La parola al più giovane della compagnia, con il suo grazioso accento toscano.
Matteo Sciabordi: Io nel film mi sono trova bene… mi sono divertito… con gli altri attori, con tutti.., ho imparato molte cose e… si, voglio continuare a fare l’attore…
Come ha trovato il piccolo attore italiano protagonista, Matteo Sciabordi?
Spike Lee: Con questo film mi sono trovato a fare diverse cose che erano assolutamente nuove per me; sapevo che avrei girato sequenze di guerra, in una lingua che non era la mia, con lingue diverse, lontano da casa. Però ero sicuro che grazie al contributo di tutti ce l’avremmo fatta. La cosa che però mi teneva sveglio la notte era trovare l’attore giusto per interpretare il ruolo del bambino che aveva un’importanza fondamentale. Abbiamo fatto i provini a Firenze dove sono arrivati cinquemila bambini; la magnifica direttrice del casting, Cristina, mi ha aiutato a sceglierne cento, infine abbiamo trovato Matteo, un dono del Cielo, un attore davvero fenomenale, un volto fantastico, di grande sensibilità e intelligenza, e non volevamo un bambino attore ma qualcuno che non avesse mai recitato. Veramente lo ringrazio per quello che ha dato a questo film. Grazie Matteo!
Lydia Biondi: Che dire, sembra che qualunque cosa uno dica sia stata già detta, ripetuta. Lavorare in questo mese con Spike Lee, in Carfagnana, per un attore italiano è stata un’esperienza straordinaria, perché ci si accosta a una professionalità così rigorosa che in Italia purtroppo stiamo perdendo. Dispiace dirlo, è un’affermazione molto generica, però in gran parte è così. Trovarsi invece circondata da persone spinte da una grande serietà e passione, che conoscono fino in fondo il loro mestiere, è qualcosa che non provavo da tempo. Il mio personaggio, questa donnina che diventa un po’ l’anima di questo paese, lo spirito della semplicità, del conoscersi attraverso altri strumenti di comunicazione che non sia la lingua, è il sentire le cose, intuirle, capirle attraverso la pelle, attraverso uno sguardo. Sono molto grata a Spike per questo.
Nel film si vede da un televisore una sequenza di un film di guerra con John Wayne. Per anni abbiamo visto film di guerra che parlavano solo di soldati bianchi e mai di soldati neri. Quali sono i suoi punti di ispirazione al riguardo?
Spike Lee: E’ un’idea che è venuta a me e a James, non era nel romanzo, ma volevamo trovare la maniera di dire che questo sarebbe stato un film sulla seconda guerra mondiale sicuramente diverso dai soliti. E quindi, quale soluzione migliore per far capire con pochi secondi, attraverso una sequenza di un film in cui si vede l’emblema, il simbolo del soldato bianco americano, cioè di un film con J. Wayne, che il nostro sarebbe stato un film di guerra differente, atipico.
Foto © Giuseppe Mariani
Addio "Spaccone"!
Strano, in prima serata, un film “vecchio” che non era in programma. Brutto segno.... E infatti... il grande attore americano è morto ieri, dunque si vuole rendere omaggio alla sua indimenticabile figura, a quella icona cinematografica che è il cinema stesso, tra le più amate e riconoscibili. Triste notizia che ha già fatto il giro del mondo. Con Newman muore un'era. Sull'onda dell'emozione, vorremmo ricordare l'attore a modo nostro, "citando" una memorabile sequenza di un film che ha segnato l’immaginario di alcune generazioni di spettatori ammirati, commossi, riconoscenti, “imitanti”. Dopo Lo Spaccone (1961) di Robert Rossen, un capolavoro, il biliardo non fu più il gioco plebeo dei sordidi locali da film di "genere", non più un semplice e stereotipato fondale. Divenne, al contrario, un simbolo, un banco di prova della vita, del sentimento, dell’amore, della crudeltà, dell’arroganza, dell'avidità, dello scontro/incontro “cavalleresco” e leale, il luogo dell’azzardo (ancora “sfide” per Newman, straordinario interprete anche in questa pellicola), del riscatto, del duro ideale che le giovani, inquiete e smarrite coscienze post-guerra faticavano a sbarcare, dovendosi misurare, in quel clima di guerra fredda, reale e simbolica, con le “terribili spalle" della metropoli americana. In una delle tante epiche sfide da "saloon western" al tavolo verde, serratissime, estenuanti, ma leali, Eddie/Newman scruta ammirato il grande campione della stecca, il leggendario Minnesota Fats, elegante, "bello come una testuggine romana", l'avversario che imbucava una palla dietro l’altra, lasciando il nostro in “panchina”. Rivolgendosi al socio, durante la lunga pausa, Eddie osserva: “Che forza! E’ come se suonasse un violino … oh… è fantastico… quella montagna di grasso guarda lì come si muove … come una ballerina… guarda le dita, quei cotechini… Che forza … è come se suonassero un violino!” Noi cercammo di imitarlo, imparammo in molti a “steccare”. Il mondo avrebbe ancora bisogno di questi “personaggi”, di queste testimonianze di lealtà e amicizia virile, di maggior poesia, per smussare le sue asprezze sempre più stranianti e disumane. Con gratitudine, dunque, e commozione, eterna ammirazione. Addio Paul!
27 settembre 2008
Proprio ora la RAI sta trasmettendo Lassù qualcuno mi ama (1956), il film di Robert Wise, sulla sfida sportiva ed esistenziale del pugile Rocky Graziano, interpretato da Paul Newman, giovane, bello e sfrontato come un dio greco, affiancato dalla nostra connazionale Anna Maria Pierangeli, attrice non di meno affascinante, che ha raggiunto il Paradiso anzitempo, nel 1971.


Il matrimonio di Lorna - Jean-Pierre e Luc Dardenne
Matrimoni per amore, matrimoni per forza... La fedeltà allo stile pre-costituito, quantunque perfettamente messo a punto e già alla base della riuscita di più di un progetto filmico, non dovrebbe rappresentare per l’autore un laccio, una vocazione univoca, inamovibile, fideistica. Si tratta pertanto di giudicare ogni singolo film in maniera autonoma, con curiosità scevra da qualsivoglia pregiudizievole aspettativa. E veniamo dunque a Il matrimonio di Lorna, opera quinta, e molto bella (diciamolo subito e con parole schiette), della coppia di cineasti belgi. Nonostante il macrostile si discosti dai precedenti lavori dei Dardenne (realizzati nell’arco di tempo che va dal 1966 fino a 2005: La promesse; Rosetta; Il figlio; L'Enfant) – persiste tuttavia in questo film il loro segno estetico/etico intimo, interiore, e, seppure con rinnovati accenti, la squisita ed immutata mis(t)ura poetica, l’equilibrio tra forma e contenuto, tra testo e visione. Meno contratta del solito, più costruita e attenta alle ragioni della scrittura e del montaggio “tradizionale”, con un respiro narrativo più ampio e articolato (il film ha ottenuto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes2008), la natura di tale allestimento non rinuncia tuttavia al linguaggio essenziale ed insieme ricco di gradazioni sentimentali e concettuali. Lo stile dei Dardenne è riconoscibile, in fondo coerente, sempre elegante nell’involucro e nella sostanza, distante dall’ideologia intesa come mezzo e come fine della messinscena (nonostante la vicenda basata sui “matrimoni bianchi”, sul dramma dell’immigrazione clandestina, tematica ricorrente nei film dardenniani), tesa a rappresentare l’essere umano, la società come “meccanismo” psichico, culturale ed esistenziale, oltre che politico. Siamo a Liegi, proveniente dall’Albania la giovane Lorna entra a far parte di un giro malavitoso. Combattuta e pericololosamente in bilico tra le ragioni del sentimento, dell’etica e della sopravvivenza, in un paese estraneo e ostile, alla ricerca di un posto al sole, la donna inizia a vivere una fase di profonda crisi esistenziale, morale e psicologica, subendo le continue umiliazioni e i ricatti di un connazionale mafioso, trovando sollievo soltanto nei pochi momenti di intimità e di relax, nei piccoli rituali quotidiani: la preparazione di un the, una doccia calda prima di coricarsi, l’affettuosa carezza di una collega di lavoro. Fino a quando non nasce in lei il grido sordo ma determinato della ribellione, nel ricordo presente ed urgente del candido sentimento morto con l’ex marito spostato per “interesse” che riaffiora prepotentemente in lei. Lorna, in un finale “favolistico”, aperto, ambiguo (che non sveleremo per non rovinare la sorpresa al lettore), di vibrante lirismo, a modo suo speranzoso, nonostante la casetta in mezzo al bosco sia ancora minacciata dai lupi cattivi, riesce a fuggire per ritrovare (o per perdersi in) sé stessa, nell’”essere” immaginario che alberga nelle sue viscere. Classe 1979, proveniente dal teatro, interprete di alcuni corti e lungometraggi, di sorprendente bravura e bellezza, “stile” personale, quasi inedito, quasi d’altri tempi,
Non ci soffermeremo a lungo sul fatto che per quest’ultima opera i f.lli Jean-Pierre e Luc Dardenne abbiano rinunciato alla macchina a spalla, al super
dove il tratto esteriore riflette la spontanea bellezza più nascosta ed intima, è Arta Dobroshi, attrice kosovara, a prestare il volto a Lorna. Una rivelazione. Ed è addosso alla figura di Lorna (è lei il film, come Rosetta, capolavoro assoluto al pari de La Promesse) che i fratelli Dardenne cuciono la loro raffinata e misurata confezione filmica, che è anche sostanza dell’autorevole sguardo visibilmente innamorato del proprio “soggetto”. Sguardo tenace, vigile, onnipresente, indagatore, quantunque discreto, “invisibile”, che spinge verso l’alto l’intera struttura, in un crescendo narrativo e visivo ben ritmato, a tempo giusto, nella puntuale e simbiotica indagine psicologica, assente ogni forma di vieto sentimentalismo e facile naturalismo, verso vette espressive che difficilmente dimenticheremo.
Le tre scimmie
di Nuri Bilge Ceylan
“Lo stile ed il pensiero sono come il corpo e l’anima. Se lo stile è inferiore al pensiero, si accusa l’autore di impotenza, se è superiore, di menzogna” (John Coltrane)
Il titolo italiano del film diretto dal pluripremiato cineasta turco Nuri Bilge Ceylan (Nuvole di maggio; Uzak; Il piacere e l’amore) titolo originale Üç Maymun, premio per la miglior regia a Cannes 2008, si riferisce evidentemente alla nota “icona” delle tre scimmie del “non vedo, non sento, non parlo”. Verità nascoste, lacerazioni all’interno di una normale famiglia turca (specchio di una società globale sempre più distante dal “sé” e lontana dalle ragioni dell’etica, del sentimento e del dialogo), vengono raccontate in quest’opera “circolare” che inizia e finisce, in maniera speculare, con due episodi che esemplarmente chiudono l’intero ciclo tramico e “filosofico” disseminato di silenzi rinunciatari, di grida quasi sempre soffocate sul nascere, nelle continue deroghe di responsabilità.
Fin dalla prima sequenze Ceylan sfodera una maestria stilistica che ricorda la “scuola” cinematografica mediorientale, quel minimalismo formale e narrativo, sperimentale, attento ai dettagli, alle atmosfere intese come riflesso poetico, al respiro interno del visibile, meno interessato alla costruzione di ciò che convenzionalmente potremmo chiamare azione. Abbiamo così lunghe inquadrature fisse - parsimoniosi i movimenti di macchina, episodici i campo/controcampo -, entro cui entrano ed escono i personaggi nell’alternanza di a fuoco e fuori fuoco. Suoni, rumori di fondo sottolineano la staticità delle immagini, il respiro della città indifferente (una Istanbul raggelante, tutt’altro che da cartolina), il sentimento sordo, cieco e muto dei protagonisti, assente la musica, con una sola canzonetta d’amore proveniente dalla suoneria di un telefono cellulare, in una scena volutamente ironico-grottesca, l'unica all’interno di un film dolente e monolitico. Dialoghi ridotti all’osso; silenzi; sguardi; primi
e primissimi piani dei volti, insistiti, “impudichi”; ampi squarci panoramici degli uggiosi esterni; fotografia contrastata, satura, granulosa, sporca, iper-realista, quasi sur-reale, virata al grigio, con cieli stranianti e nuvole gonfie di grigiore che si specchiano melanconicamente sulla superficie metallica del mare.
Questi sono gli ingredienti di base di un film di pregevole fattura, con alcuni sprazzi di surrealità, quasi di orrore suggerito dalle inquietanti “apparizioni” di una “presenza” sorda, muta e cieca.., che resta inesplicata (tra le cose migliori del film), e che tuttavia lascia si ammirati, ma anche distanti, tiepidamente coinvolti.
Rarefatta ed elegante, la struttura formale di Le tre scimmie sicuramente affascina, ma ci è sembrata di una bellezza studiata, fin troppo altera e ricercata, forse compiaciuta, quasi elemento a se stante e distraente, dove solo a spazzi è dato assistere alla perfetta congiunzione/compenetrazione tra stile e contenuti ('corpo e anima'), tra l’umanissimo sentimento e la (quasi esorbitante, forse anche invadente) perizia tecnica.
Un film (senza voler prendere troppo alla lettera il titolo di questa recensione...) che sembra cedere paradossalmente proprio su quegli elementi formali che avrebbero dovuto rappresentare i suoi punti di forza - stando al premio di Cannes e alle prime e più promettenti sequenze -, che si dilunga inoltre più del necessario, e che, ciò nonostante, abbiamo apprezzato, quantunque non amato, per il suo coraggio, per il rigore morale e sentimentale, per essere cinema che fugge le mode, le convenzioni e i compromessi.
Pubblicato in Cinemaplus
Il papà di Giovanna
di Pupi Avati
Amour Fou tra i gagliardetti.
Proposta della quarta giornata festivaliera, terminata tra gli applausi del pubblico e della critica, con questa toccante opera Pupi Avati torna ad esplorare le profonde e sofferte pieghe della psiche umana, il mondo delle emozioni e delle memorie che sono il passato e il presente. Cifra stilistica affatto personale e riconoscibile, anche se a momenti prevedibile, il regista, cosa di non poco conto data la propensione del cinema italiano ad abusare delle soluzioni contrarie, tiene tuttavia a freno le corde del sentimentalismo ricattatorio e di facile presa, della metafora rozza e dozzinale.
Una sottile e misurata vena di nostalgia - (quasi) sempre presente nel cinema avatiano – si spalma sulla superficie delle cose, così come ci è apparsa, in egual misura lieve, raramente urlata (ma non per questo meno efficace), la rappresentazione della società fascista che fa da sfondo al dramma della gelosia e della follia.
Convince IL PAPÀ DI GIOVANNA, per il testo che provvidenzialmente evita le rigidità e le demagogie dei film a tesi e che prospetta invece una tragedia edipica, esistenziale, umana, privata, collettiva, infine, inevitabilmente, “politica”.
Una diciassettenne problematica e bruttina, Giovanna (Alba Rohrwacher), che vive un
rapporto privilegiato con il suo protettivo e rassicurante papà (Silvio Orlando), e più di una incomprensione con la madre (Francesca Neri) meno presente e affettuosa, perlomeno all’apparenza, finirà per combinare un bruttissimo guaio che sconvolgerà i già precari equilibri famigliari aggravando il suo perenne stato di frustrazione. Quanto, e in che modo, i ruoli genitoriali abbiano giocato sulla formazione sentimentale e psichica della giovane donna rimasta imbrigliata nelle fantasie di un amore impossibile e criminale, è il nocciolo della questione filmica che resta aperta, lasciando lo spettatore libero di valutare e riflettere in proprio.
IL PAPÀ DI GIOVANNA, film non perfetto (dopo una prima parte ben oliata e coerente seguono alcune lungaggini e ridondanze narrative che sfilacciano la tensione e la tenuta della storia, con un finale consolatorio che - se fosse vero che la vita è un girotondo - ci può anche stare), sembra cucito addosso a un Silvio Orlando che sfodera una verve interpretativa affatto vigorosa e lodevole.
Faccione bonario, corporatura robusta, fisico complessivamente un po’ “sceso”, sorta di emblematica rappresentazione visiva di quel patetismo antieroico che è solito interpretare, nel suo essere così rotondamente presente, non solo con la figlia Giovanna, l’attore napoletano acciambella e mantiene costantemente a galla, come un salvagente, l’intero film. Merito anche, inutile dirlo, di Avati che conferma le sue doti di raffinato direttore di interpreti. E così abbiamo Francesca Neri in ottima forma; Alba Rohrwacher che conferisce al suo personaggio quel giusto grado di sommessa, contraddittoria, sgradevole ed insieme pietosa umanità, mentre un monocorde Ezio Greggio, in un ruolo “serio”, per lui insolito, è indubbiamente più espressivo di un manico di scopa.
Scritta per Cinemaplus a Venezia il 31 agosto 2008
2001: Odissea nella spazio, nell’immagine e nei "suoni".
A quarant’anni dalle prime uscite nelle sale (aprile 1968), il settimo film di Stanley Kubrick seguita a rappresentare un viaggio d(n)ella coscienza e d(n)ell’"es", un’esperienza intellettuale e poetica. Ad ogni (re)visione di 2001: Odissea nello Spazio lo spettatore rinnova la liturgia del "mistero" straniante ed irrisolto, chiamato a misurarsi con una partitura a più strati in cui il testo e il sottotesto, la "letteratura" e la musica si integrano mirabilmente con il più puro linguaggio cinetico-plastico, senza soluzione di continuità, né transazioni narrative tendenti a separare la logica del sogno e della veglia. Molto è stato detto
sulla criptica e visionaria struttura di questo capolavoro inclassificabile per "generi", varrebbe la pena di soffermarsi brevemente sulle scelte musicali operate da Kubrick al fine di espanderne con l’arte dei suoni i sottili meccanismi narrativi e figurativi, con lo stesso spirito argonauta che lo porteranno a realizzare gli altrettanto memorabili scores delle opere successive. Veder fluttuare nello spazio siderale astronavi, navette, mondi e satelliti, la cui danza è accompagnata dall’ipnotica suggestione musicale dei Valzer di Johann Strauss, è qualcosa di rassicurante, di familiare: è immaginario comune di alcune generazioni di spettatori, icone cinematografiche tra le più riconoscibili e celebrate della storia.
Eppure.., all'epoca imperavano la psichedelia, le avanguardie elettroniche, il rock, la pop music, a cui quasi tutti i cineasti "di rottura" attingevano a piene mani. Kubrick, armato di geniale lungimiranza, controcorrente, trovò l’ardire e il coraggio di pescare nell’ambito della musica classica, o colta, o cosiddetta "borghese", scarsamente popolare (eccettuati i brani di J. Strauss), dileggiata dalle giovani generazioni sessantottine e rockettare, attuando una "provocazione" estetica e di costume quasi senza precedenti. Nell’"imporre" al grande pubblico, giovanile e non, musiche "inattese" (non solo dei due Strauss - il grandioso prologo di Also sprach Zarathustra di Richard Strauss divenne popolare come non mai proprio in quel frangente - ma anche di Ligeti e Khacaturian), Kubrick sfatò il "mito" degli steccati ideologici che mortificavano la creatività dell’arte,
dimostrando come il pubblico fosse molto più ricettivo ed aperto di quanto non intendessero farci credere i fabbricatori di consensi preconfezionati appartenenti ai vari "sistemi di potere" allora- ed ancora – imperanti. Sta di fatto che nelle sale, durante le prime proiezioni di 2001: Odissea nello spazio, in piena "contestazione generale" (correvano gli anni 1968/69), i seguaci del rock, gli extraparlamentari tozzi e duri, assai poco cinefili, molto "politicizzati" e pratici, figli del popolo, proletari, borghesi e affini, restavano unanimemente soggiogati da quel potente ed unificante flusso di immagini e musiche "aliene" che tuttavia risuonavano alle radici del loro segreto ed inconfessato "romanticismo". Inaudito: il melenso, borghese, "nazista" Valzer di Strauss prendeva il posto dei Pink Floyd per i "viaggetti" psichedelici! E si tornava spesso in sala per compierne di nuovi…
Quando il cinema era anche "stupefacente" intrattenimento, da vedere e rivedere, rigorosamente sul grande schermo.
I brani della colonna sonora, in ordine di "apparizione"
Overture: Atmospheres - Gyorgy Ligeti
Main Title: Also Sprach Zarathustra (Thus Spake Zarathustra) - Richard Strauss
Requiem for Soprano, Mezzo Soprano, Two mixed Choirs & Orchestra - Gyorgy Ligeti
The Blue Danube (excerpt) - Johann Strauss
Lux Aeterna - Gyorgy Ligeti
Gayane Ballet Suite (Adagio) - Aram Khachaturian
Jupiter and Beyond - more from "Requiem", "Atmospheres" and "Adventures" (altered for film) by Gyorgy Ligeti
Main Title: Also Sprach Zarathustra - Richard Strauss
The Blue Danube (reprise) - Johann Strauss
Le immagini
Cover del CD
Gyorgy Ligeti
Richard Strauss
Johann Strauss
Aram Khachaturian
La terra degli uomini rossi - Birdwatchers
di Marco Bechis
Dato un film che verte su questioni di urgente e vitale importanza (fuor di metafora, nel senso primo, vero e stretto del termine – vita! -, in un contesto socio-politico-culturale millenario, umanistico, religioso, antropologico, in cui però regnano morte, sopraffazione e devastazione), riteniamo opportuno ed utile introdurlo con alcune note riassuntive e contestualizzanti il grave ed annoso problema che affligge il popolo dei Guarani Kaiowá, tratte dal pressbook curato dalla 01 Distribution, fonte Survival International.
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GUARANI KAIOWÁ - Quando gli Europei arrivarono in Sud America, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. All’epoca contavano oltre un milione e mezzo di persone, distribuiti tra Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Oggi ne sopravvivono poche decine di migliaia. I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowá è il più numeroso (sono circa 30.000). Vivono nello stato del Mato Grosso do Sul, nella zona centro-occidentale del Brasile, ai confini con il Paraguay.
I Guarani-Kaiowá sono i discendenti di quegli indigeni che, alla fine del ‘600, rifiutarono di entrare nelle missioni dei Gesuiti. Nonostante secoli di contatto con gli stranieri, hanno mantenuto la loro peculiare identità. Sono un popolo profondamente spirituale. Molte comunità hanno una casa di preghiera comune e un capo religioso, il pajé, la cui autorità dipende solo dal suo prestigio e dalla sua autorevolezza. Sebbene siano suddivisi in gruppi, i Guarani condividono una religione che attribuisce un’importanza suprema alla terra, origine e fonte della vita, e dono del “grande padre” Ñande Ru. I Guarani vivono le invasioni delle loro terre non solo come un furto ma anche come un grave attentato al loro stile di vita e alla loro cultura.
I loro problemi
I Guarani del Brasile stanno soffrendo terribilmente per la perdita quasi totale delle loro terre, disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori di tè a partire dalla fine dell’800. “Mato Grosso” significa “foresta fitta” ma degli alberi non c’è più traccia. Negli ultimi quindici anni, anche le poche terre che i Kaiowá cercavano disperatamente di conservare sono state dimezzate e, oggi, misurano meno di
Da decenni, il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo, e la maggior parte delle sue automobili funzionano a etanolo. Oggi, il paese ambisce a diventarne il più grande esportatore con 26 miliardi di litri all’anno entro il 2010. La maggior parte della canna da zucchero, da cui si ricava l’etanolo, viene coltivata in quelle che un tempo erano le foreste dei Guarani. Nel solo stato del Mato Grosso esistono già 11 piantagioni ma altre 30 sono in costruzione e una ventina in fase di progettazione.
Tre mesi di lavoro nelle piantagioni in condizioni di semi-schiavitù spesso non fruttano ai Guarani che poche decine di dollari a testa. Ma presto, gli indigeni si ritroveranno anche privi di questa estrema fonte di sostentamento. Il rapido processo di meccanizzazione sta infatti rendendo superflua la manodopera indigena.
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La recensione
Le ultime grida della foresta
Marco Bechis, italo-cileno, in fuga dall’Argentina in cui viveva ai tempi degli eccidi golpisti, approdato in Italia nel 1977, già autore dello straordinario Garage Olimpo,1999 (sulla tragedia dei desaparecidos, sulla “metodicità di lavoro” degli aguzzini e sui rapporti che si instaurano tra i carnefici e le vittime), e del successivo, meno riuscito ma altrettanto valido Hijos (figli sottratti ai loro genitori naturali e adottati dai carnefici), presentato a Venezia 2001, torna a girare il dolore, gli scempi, le brutture, le infami contraddizioni del “potere” che seguitano a devastare il suolo sudamericano. Con Birdwatchers, La terra degli uomini rossi, siamo in Brasile, nel Mato Grosso, tra gli ultimi sopravvissuti del popolo dei Guarani Kaiowá rimasti senza terra (quando essi stessi sono la Terra dei loro avi), privati del diritto di vivere, di lavorare, di cacciare nella foresta “desaparecida” che offriva loro, madre fisica e spirituale, il necessario per esistere nel senso pieno del termine, in armonia con la natura e con le loro millenarie forme di espressione culturale.
Tra gli eventi più attesi della sesta giornata, applaudito ieri con entusiasmo in entrambe
le proiezioni, in quella mattutina e in quella tardo pomeridiana in Sala Grande, presente il regista e il gruppetto di interpreti indios non professionisti, questa sorta di semi-documentario in cui i tratti della finzione non inficiano, né banalizzano, o peggio mistificano, la cruda (irr)realtà quotidiana dei protagonisti e del loro mondo, il dato storico e cronachistico, conferma la capacità di Bechis di raccontare per immagini, senza manicheismi, dicotomie e separazioni di sorta tra il più puro linguaggio cinematografico e l’assunto politico-ideologico che pure è parte integrante e portante della messinscena. Cinema dell’impegno ma in tutto e per tutto fedele alle ragioni dell’estetica, dello stile, delle forme e dei contenuti che hanno un fragrante sapore di cinema - dunque assai vicino alle corde herzoghiane -, dal primo all’ultimo fotogramma. Uno dei film migliori visti fino ad ora, in un festival complessivamente sotto tono rispetto agli standard delle ultime edizioni, per quanto riguarda sia il concorso, sia le altre sezioni, escludendo la magnifica retrospettiva sul cinema italiano intitolata Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato e quella su Ermanno Olmi che verrà insignito del Leone d'Oro alla carriera.
Durante i primi sopralluoghi in terra brasiliana, il regista cercò tra gli indigeni coloro che avrebbero dovuto interpretare se stessi. Scelta rivelatasi quanto mai felice ed efficace, già che fatichiamo ad immaginare la stessa naturalezza nei professionisti della recitazione, pur con tutte le ingenuità dell'approccio 'dilettantesco' che finisce tuttavia per umanizzare maggiormente, rendendola più ricca di sostanza e di sfumature, la tensione (anti)interpretativa degli indios.
La violenza, la rabbia, le umiliazioni, l’anelito di riscatto, la morte, i suicidi dei giovani Guarani rimasti senza speranza, dunque morti ancor prima nello spirito, i piccoli grandi sentimenti, gli accadimenti, le ataviche frustrazioni, il dolore senza fine e catarsi, tutto ciò che appartiene all’ordine naturale della vita, nel suo fatale, ineluttabile, ed anche colpevolmente forzato, incedere, giorno dopo giorno, in cui c’è posto anche per l’amore, l’ironia, il gioco, il sesso, tutto questo, dicevamo, viene raccontato in un lucido ed organico progetto filmico che incastra in maniera omogenea i diversi piani narrativi e concettuali, nella sorprendente tenuta stilistica capace di trasmettere allo spettatore partecipe quel senso di infinita pietas contraria al sentimento pietistico/peloso che spesso nasce dai (mai) sopiti sensi di colpa dell’essere umano più “garantito” e direttamente o indirettamente colpevole.
A Bechis non interessa spettacolarizzare le sue tematiche (in linea con le scelte operare nei suoi precedenti Garage Olimpo e Hjios), neppure i più “scabrosi” e violenti passaggi tramici che ben si presterebbero a tale scopo, e dirige con mano sicura e con grande pudore (ma senza passare per le lavanderie degli scrupoli ipocriti e subdoli del falso talento), fuggendo la metafora abusata e coatta, le modaiole e volgari derive esot(er)iche e new age che infestano molto cinema antropologico, o se vogliamo etnico, restando ancorato alle radici della storia, della realtà, della concretezza, all’essenza di una vicenda tristemente vera, dal respiro universale, che non solo vorrebbe far pensare, ma anche , e soprattutto, indurre lo spettatore a “sentire”.
Straordinario l'effetto straniante, per contrasto, delle luminose, ineffabili, catartiche note barocche di Domenico Zipoli che fungono da efficace commento sonoro, nella discreta sottolineautura del sentimento universale.
Scritto a Venezia per Cinemaplus.it il 2 settembre 2008
L'intervista di Maurizio Ermisino
Il trailer