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Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro
Meraviglia! Si esce dalla sala pieni di stupori e con il cuore in subbuglio. Siamo tutti un po’ Ofelia.., è la nostra stessa infanzia ad essere raccontata con rara leggerezza di tocco, senso vivo dell'immaginazione, della fantasia, della bellezza.
Straordinarie le ambientazioni, reali e favolose; bellissime icone di un antico immaginario favolistico, le “creature” della psiche sono ben progettate, disegnate, “animate”, una vera sorpresa/delizia. Luoghi e stati d'animo, dell'incubo e del sogno, di notevole impatto visivo ed emozionale, nonostante il regista rinunci ai tronfi e consunti effetti ed affetti speciali di matrice hollywoodiana, che siano il fine è non il mezzo della rappresentazione. Banditi i muscolosi e nevrotico-isterici movimenti di macchina con musiche ottundenti che cercano, con la loro invadenza, di sopperire al vuoto espressivo, al virtuosismo fine a se stesso, ci siamo liberati per una volta di quel modo di girare che ormai, da lustri, rappresenta un clichè mille volte visto, che fa ricorso a mezzi colossali ed elefantiaci, dinosauri, solo per raccontare storielle morali, banali, infarcite di vieti sentimentalismi di facile e ricattatoria presa. Le musiche originali di Javier Navarrete, composizioni di prim'ordine, di tessitura assai fine, sono usate con estrema accortezza e discrezione, e, nel gioco di raffinata sottolineatura, mai si sovrappongono al pathos visivo, né all'ampiezza del respiro narrativo, immaginifico e poetico. Davvero notevole il brano - sorta di 'cantata' per coro ed orchestra che ricorda le profonde elegie di un Gabriel Faurè - che sfuma con i titoli di coda, quasi a voler trattenere fino all'ultimo istante l'incanto che a malincuore vediamo svanire sullo schermo ma che seguita a vivere nella mente e nel cuore.
Da tempo non si vedeva sul grande schermo un film di 'genere' cosi avvincente, appassionante, misterioso, favolistico nel senso più autentico e 'patetico' del termine, allorchè Del Toro non spiega tutto e pure tutto dice su quanto occorre dire del mondo 'incantato' del fanciullo, della tradizione favolistica europea, nonostante si tratti di un'opera messicana che tuttavia risente del passaggio culturale ispanico.
Un film ben diretto (potremmo dire in modo 'classico'); montaggio, fotografia, interpretazioni (cast eccellente, deliziosa la piccola Ivana Vaquero nei panni di Ofelia; sempre brava, anzi in crescendo Maribel Verdú, memorabile interprete di Y tu mama tambien, di A. Cuaron coproduttore della pellicola di De Toro), scrittura coerente e lineare, senza sbavature e ridondanze, dove con grande stile visivo, visionario e narrativo, si pongono in parallelo e s'incastrano mirabilmente i doppi piani del sogno e della veglia, negli incubi della vita reale, negli orrori della guerra, nelle evasioni e scappatoie che solo i bambini sono capaci di immaginare e 'creare': basta un gessetto per disegnare ed aprire, sul un muro della violenza adulta, dell'oltraggio, la porta delle Meraviglie. Alice abita ancora qui.., in maniera più drammatica, nel sorprendente mondo che un regista come Guillermo del Toro - già autore del più che felice, e altrettanto immaginifico, La spina del diavolo - regala allo spettatore.
La fotografia dai colori 'gotici', oscuri, densi, con tutte le gamme dei verdi marci, dei marroni e dei grigi, evoca atmosfere inquietanti e dolorose, a tratti familiari, riconoscibili, già 'vissute', e ci sembra quasi di sentire gli odori della terra, della natura, del bosco bagnato, delle acque, delle brume e del sangue; gli odori e i sapori delle cucine in cui le donne preparano il rancio per la guarnigione franchista. Carnale, fisico, “sangriente”, pur nelle astrazioni, IL LABIRINTO DEL FAUNO resta un'opera profondamente legata sentimento arcaico, al canto ineffabile, pregno di antiche “voci”, della terra. Al mondo dell’inconscio.
Si parla di esagerazioni e di modo didascalico e caricaturale di ritrarre il capitano Vidal, l'aguzzino franchista, e così tutta la canagliesca guarnigione a seguito. A mio avviso - per quanto pure conti nell'economia filmica questa legittima e motivata valenza politica e “idealista” -, la ragione di una scelta che porti anche a mostrare ciò che
corrisponde ad una verità storica inoppugnabile, andrebbe soprattutto ricercata nel fatto che tutte le favole 'nere' - quelle mitiche, di antica tradizione europea, e di altri continenti ed angoli della Terra - hanno quasi sempre un patrigno o una matrigna malvagi, crudeli e violenti, dai quali il bambino - ne va della sua crescita - si deve difendere, emancipare, al limite uccidendo, non solo metaforicamente, il padre-padone, o la madre-matrigna, l''orco' terribile, o la 'strega', entità che incarnano il male assoluto, “cattive” fino in fondo, senza possibilità di ritorno. In tutte le favole è insito, quale aspetto irrinunciabile, il dicotomico gioco del bene e del male, nettamente contrapposti e pure con infinite sfumature e possibilità d’interpretazione. A nulla serve inoltre speculare sulle presunte incongruenze narrative, che non si ravvisano, e che se pure ve ne fossero sarebbero del tutto funzionali, dunque epidermiche e ininfluenti ai fini del risultato, nel film fantastico. Alle scene di violento realismo (la storia centrale, di raccordo, che narra le vicende di un gruppo di resistenti repubblicani, a guerra finita, braccati dai fascisti - ma sorvolo sulla sinossi, la si potrà leggere altrove) si alternano e contrappongono quelle del sogno e del mondo favolistico che Ofelia evoca, “materializza”, e in cui trova rifugio, unica via d'uscita dagli orrori e dalle brutture del mondo che la circonda.
Ciò mi suggerisce un'idea di contrapposizione tra il mondo barbaro, violento, criminale ed illegittimo dei franchisti che trascinarono la Spagna, devastandola, in una delle più
terribili e sanguinose guerre civili che la storia non solo moderna ricordi, e quel mondo della fantasia, dell'immaginazione, dell'ingegno, della creatività, dell'arte, della poesia che covava all'interno di una nazione soffocata, repressa, dilaniata, oltraggiata. Dopo la morte di Franco e il ritorno della democrazia, verrà il tempo dell'agognata rinascita culturale e spirituale, alla luce del sole. La piccola Ofelia, in fondo - suggestione che mi sento di mettere sul piatto - incarna, simboleggia lo spirito di Lorca, di Picasso, di Bunuel, di Dalì, di Mirò, di Alberti.., e di tutta una nutrita generazione di poeti, scrittori, cineasti, pittori, musicisti, ecc, della ricchissima Spagna artistica e culturale, costretti alla fuga, all'esilio, quando non morti ammazzati, da un regime criminale che Del Toro ben descrive, senza alcuna forzatura ed esagerazione - con la sua raffinata, ancorchè nerissima, trasfigurante favola per adulti.
Il finale è triste, amaro, tragico.., ma all’interno di un “sogno” catartico e poetico, a modo suo anch'esso 'reale'. Muore un corpo innocente, non lo spirito trascendente ed universale dell'arte che tale corpo 'vivo', per essendo morto, incarna, per la quale non occorre immolare neppure una goccia di sangue.
C'è da augurarsi che Guillermo Del Toro non ceda, al pari di altri suoi colleghi connazionali, ex rappresentanti di un cinema indipendente che metteva in scena l'autentico e complesso macrocosmo messicano, universalizzandolo, al canto ingannatore della sirena hollywoodiana.
Già pubblicato in Cinemaplus
