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Dopo il matrimonio di Susanne Bier
Nel periodo festivo in cui, secondo tradizione, la fanno da padroni i tanto deprecati film “panettone” (sottogenere: “chi disprezza compra”), nella voglia di abbuffata generale che stana il grande pubblico televisivo più propenso nella circostanza a spendere parte (non picciola per chi si sposti con l’intero nucleo familiare) della “tredicesima” nelle sale pop-corn, l’uscita (tra l’altro in sole 15 copie) di un film “sensibile” come DOPO IL MATRIMONIO, col suo incipit dal taglio semidocumentaristico che ci scaraventa nella cruda e triste realtà dei piccoli orfani dell’India (faccenda paradossamelmente tutt’altro che a tono con l’”addobbo” natalizio), lascia assai perplessi e propensi a ritenere che la pellicola potrà verosimilmente contare, come di norma, sull’afflusso dei soliti quattro gatti moltiplicati per il numero delle poche sale che la ospiteranno durante il breve periodo di programmazione. Sia quel che sia, fortunato quel pubblico più esigente, curioso, aperto, disposto ad investire sulla bellezza, sull’intelligenza e sulla turgida emozione che fugge il sentimentalismo più vieto ed eternamente trionfante, malattia infantile del cinema.
La danese Susanne Bier (nota in Italia per il pluripremiato/candidato NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI), mette in scena le molteplici valenze affettive, psicologiche, esistenziali, “relazionali”, che si celano dietro i rapporti familiari, risultanze e tematiche care, ricorrenti e radicate nel cinema danese e scandinavo più in generale, classico e moderno. La vicenda si dipana intorno a un personaggio “impegnato” nella triste realtà indiana, cui si è fatto sopra cenno, il quale, da tale punto di vista, partenza/“pretesto” (in una sorta di emblematica “fuga” dalla realtà e da se stesso, dalle proprie più dirette responsabilità), si ritrova nel suo mondo “reale” e - in stridente e beffardo contrasto - opulento, a dover affrontare il dramma della sua (abbandonata) famiglia, nelle derive dell’esistenza che innescano meccanismi complessi e contorti.
Il film è sulla scelta, sulla libertà e sugli obblighi irrimandabili, sulla tentazione di ricorrere all’”alibi” dell’umanitarismo come atto egoistico e di rinuncia a quei valori della coerenza, conoscenza e coscienza del sé, sull’equilibrio psichico e intellettuale, sentimentale, indispensabile nell’azione, in ciò che spinge l'uomo a dedicarsi ai suoi più
sfortunati simili, dai quali ha evidentemente molto da imparare, in piena e matura consapevolezza, nei modi più consoni, anche se apparentemente meno “nobili”, del pragmatismo speculativo “capitalista', più efficaci dell’impulso umanitaristico spontaneo, sincero e tuttavia malato di limiti, e/o delle “pelose” e più o meno ipocrite istanze caritatevoli.
DOPO IL MATRIMONIO non si chiude sul messaggio univoco, la complessa materia presa in esame viene anzi trattata con apprezzabile realismo e poesia trasfigurante, evitando i luoghi comuni, le retoriche, i didascalismi su cui spesso scivolano molte opere del cosiddetto “impegno”. Susanne Bier riesce a fondere con grande equilibrio formale e testuale, nelle molteplici chiavi di lettura, l’aspetto pubblico, sociale e politico, con quello più intimista del dramma familiare, privato. Il suo film è invero un “melo” sirkiano, nella colorita sarabanda di figure straziate dal sentimento e dall'incertezza, nel preciso, oliatissimo meccanismo tramico; un melodramma bergmaniano, nella dura, tagliente ed insieme sarcastica e grottesca introspezione; un dramma dreyeriano nel secco, definitivo e tragico taglio “morale” e metafisico; vitenberghiano (FESTEN) larsvontrieriano, nell’approccio stilistico-tecnico, visibilmente imparentato con i dettami “dogmatici” (OPEN HEART, del 2002, sempre della Bier, è considerato un film Dogma a tutti gli effetti).
E’ nell’asciuttezza del “girato”, nelle armoniose e fluide riprese con macchina a spalla (evoluzione dell’uso invece pedestre e vanamente provocatorio che ne fa il Von Trier), l’aspetto portante, dato personalizzante la messinscena della Bier, nell’”occhio” nervoso del suo “mezzo”, quasi distaccato e non di meno affettuoso, che insegue, i protagonisti, senza creare ristagni cinetici e narrativi, nel riuscito gioco di scavo psicologico e nella caratterizzazione dei personaggi.
I brevi piani sequenza, le inquadrature di più ampio respiro, eliminato quasi del tutto il campo/controcampo, vengono genialmente raccordati e suggellati con i rapidi agganci
di un montaggio di rara precisione ed efficacia espressiva, “comunicativa”. Scrittura coesa e puntuale, senso dello humor che stempera i momenti più drammatici, dialoghi nel controluce di una finissima grana “letteraria”, primi piani dei corpi/volti intesi come 'densità' sentimentali, morali ed etiche (esclusa ogni tentazione di deriva moralistica), in tutto ciò, oltre al resto, traspare l’intenzione sensibile di un film molto fisico, di grande pudore, delle carezze e dei nudi bagliori di caratteri ed anime in evoluzione, nella presenza della morte che tutto annulla e dalla quale tutto si rigenera, ogni cosa mostrata con apprezzabile vigore visivo e narrativo, con quella speciale leggerezza e delicatezza di tocco proprio di un “sentire” molto al femminile.
