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'Diamonds are a Girl's Best Friend' Ovunque, nel massiccio battage mediatico/pubblicitario, dai molteplici canali dell’informazione, durante la conferenza stampa romana, presenti l’autore di BLOOD DIAMOND e i tre interpreti principali (Leonardo Di Caprio, Jennifer Connelly, Djimou Hounsou), si è insistentemente posto l’accento sugli aspetti “politici” e sul messaggio umanitaristico di una pellicola tuttavia basata sulla spettacolarità accentuata, sulla messinscena di forte impatto visivo e tramico, su tutti gli altri classici elementi caratterizzanti l’action movie. L’intrattenimento e il nobile ideale, la finalità etico-morale, vorrebbero dunque essere gli ingredienti di quest’opera sponsorizzata dal PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite), “la più grande agenzia umanitaria del mondo”), la quale, in un suo comunicato nutre la speranza che “la visibilità generata dal film prodotto dalla Warner Bros Pictures possa servire ad aumentare la consapevolezza sui temi della fame e della povertà, una piaga che colpisce oltre 850 milioni di persone”. Nasce, in chi scrive, più di un dubbio sulla specializzazione e denuncia settoriale, e che l'universale, annosa, complessa e terribile piaga della “questione africana” possa, se non risolversi, assottigliarsi con tali forme di (legittime, se non anche lodevoli) “speculazioni” industriali dal volto caritatevole, dove tra l’altro mal si cela quel senso di colpa che l’”Occidente” nutre nei confronti dei Paesi colonizzati e defraudati, e che cerca di esorcizzare con le varie forme di aiuto, soccorso, solidarietà, più o meno efficaci, quando non anche viziate dall’ipocrisia. Il cinema, e l’arte in generale, le cui storie sono costellate di opere di esplicita denuncia socio-politica e civile, non hanno, a conti fatti, migliorato di molto gli scenari di devastazione che seguitano a profilarsi da quegli ampi orizzonti del pianeta Terra flagellati dalla fame e dalla violenza, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dal potere che viene da fuori e che ha il volto del carnefice ed insieme del benefattore. Ma abbandoniamo queste considerazioni squisitamente politiche, soggette ad essere variamente interpretate, e cerchiamo di concentrarci sul film. Certo, l’impatto visivo Il film procede sul piano della proposta spettacolare e della pedissequa rappresentazione della realtà che intende inscenare, fermo, sul piano dei significati, al diligente resoconto, nel politicamente corretto, dove l’emozione è indotta da moduli linguistico-espressivi automatici, fin troppo collaudati, ben lontani dal solo sfiorare quei picchi di trasfigurante poesia che differenzia l’opera di genere da quella che preso il genere a pretesto se ne distanzia e lo nobilita. Scrittura elementare, in cui non si intravede neppure l’ombra del sottotesto atto a stimolare l'mmaginazione di chi resta passivamente a guardare, il risultato è senza lode e senza infamia. A stento, vanificate le ambizioni di un’opera corale/organica, convivono le ragioni dell’impegno e dell’intrattenimento. Il messaggio resta in superficie, coinvolge lo spettatore sul piano puramente ludico/mentale, senza raggiungere, e dunque incidere, gli strati più profondi della sua psiche. Già pubblicato in Cinemaplus
Il film di Edward Zwick (autore di L’ULTIMO SAMURAI, e dei mediocri, fantapolitici, fintamente “contro”, ATTACCO AL POTERE, IL CORAGGIO DELLA VERITÀ) tratta, specificamente, sullo sfondo dell’impressionate destabilizzazione terzomondista, il traffico clandestino di diamanti sporchi di sangue che negli anni ’90, durante la guerra civile in Sierra Leone, venivano scambiati con le armi, sia dai ribelli, sia dalle forze governative, entrambi in affari con spregiudicati contrabbandieri al soldo dei “ricettatori” occidentali in giacca e cravatta. Tale fenomeno è ancora tristemente attuale e il film vuole anche invitare gli acquirenti delle preziose pietre a boicottare il prodotto non certificato, quantunque sia risaputo che a fronte dei vertiginosi guadagni derivati dalla commercializzazione dei diamanti legali, ben poco resti alle genti africane impegnate ad estrarli in condizioni spesso subumane. Fenomeno che non riguarda soltanto l’Africa, e vorremmo pertanto anche noi dilungarci - sull'onda delle voci che insistentemente s’ergono dalle casse di risonanza massmediatiche -, ché se proprio dobbiamo raccontarla questa tragica novella, diciamola tutta, poichè ecco cosa emerge da un rapporto dell’ OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro): “circa un milione di bambini lavorano nel settore dell´estrazione mineraria in tutto il mondo. I bambini estraggono i diamanti, l´oro ed i metalli preziosi in Africa, gemme e roccia in Asia ed oro, carbone, smeraldi e latta in america del sud. Sia in superficie che sotto terra i bambini rischiano la loro vita e la loro salute, portano carichi pesanti, utilizzano esplosivi, respirano polveri nocive e non hanno speranze per il futuro.”
diventa spesso coinvolgente; la vicenda narrata è in grado di sciogliere in emozione le “più gelate menti”, ma la sensazione di un’opera piana dal taglio fiction, nonostante l'intenzione realistica, arricchita da elementi enfa(este)tizzanti, è netta e inevitabile. L’inizio è lisergico; davvero spettacolare la lunga sequenza della strage dei ribelli ai danni di un villaggio di civili, è, come già sopra accennato, girata secondo i canoni correnti del cinema d’azione, quale clichè invariabile delle numerose scene di guerriglia che si susseguono spesso con clamorose inverosimiglianze e in contrasto con la dichiarata natura realistica dell'opera. La vicenda, sebbene il regista non calchi troppo sul pedale del sentimentalismo ricattatorio, è votata allo stereotipo, alla grossolana caratterizzazione di personaggi “tipo”, dove il sempre gagliardo e godibile cipiglio di Di Caprio si adegua volenterosamente allo spirito di un’opera didascalica e prevedibile. Abbiamo più di un prototipo retorico: il cinico trafficante, però con scrupoli.., redento infine dall’esempio e dall'amore per la bella e intelligente giornalista (Jennifer Connelly) impegnata, in quel fronte di devastazioni, ad indagare sul traffico di diamanti e denunciare il fenomeno delle stragi, dell’ammasso dei profughi, dei soldati-bambini. Di esotica suggestione le location: quando la pur apprezzabile fotografia, nel suo autonomo naturalismo, non diventa rappresentazione intima e lirica di uno stato d’animo. Degna di nota l’interpretazione di Djimou Hounsou, quantunque l’istrionismo direttoriale induca spesso l’attore originario del Benin a recitare sopra le righe, per eccesso d’enfasi. La rappresentazione della violenza, che non lesina il colpaccio, a detta dell’autore e degli interpreti, non è neppure paragonabile all’effettiva portata delle violenze che devastano quei territori. Possiamo crederci.
