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L'ultimo re di Scozia di Kevin Macdonald
King Kong e il Medico
Il film inizia con un'Africa 'musical', accogliente, tutta colori, allegrezze, sesso e danze. Poi, passando attraverso i registri della commedia, del melo, dell'action movie e del dramma, tra finzione e realtà - in una mescola abbastanza omogenea, a tratti omogeneizzata - degrada verso la più oscura e 'greca' - biblica - delle tragedie. Formidabile, come sempre, Forest Whitaker, anche se a tratti ricorda Eddie Murphy. E ciò potrebbe anche starci, tanto più che il limite di certe gigionerie 'timbriche' di troppo del dittatore, riteniamo siano da attribuire anche al doppiaggio, dove quelle più propriamente espressive ed interpretative dipendono dal copione.
Il regista del memorabile (questo film lo è meno) La Morte sospesa, gira con sorprendente destrezza, spesso con effetto docufiction, con una camera a spalla penetrante e plastica, scarnificante, di passaggio, come in una ripresa documentaristica “sporca” e pertanto maggiormente efficace nel cogliere l’essenza e tralasciare i fronzoli. Quella dell’ospedale della “beneficenza” impiantato in Uganda non sembra dopotutto, sulle prime, così terribile come le realtà quotidianamente mostrate dai servizi televisivi, dai vari, inflazionati, dunque oramai inoffensivi, reportage giornalistici e/o fotografici; no, lo
spettatore ne ricava un’impressione di quasi normalità, visto che tale realtà è "dopotutto" riferita a un contesto esotico..; si chiede se siano in fondo vere le brutture sulle quali si fa tanto clamore. Fino a quando, dopo aver familiarizzato (si fa per dire) con il territorio, non si rende conto che dietro l’apparente normalità, appena turbata da una fatale, se non anche dovuta (diamine! resta pur sempre, l’Africa, una terra di conquiste…) 'inferiorità' antropologica, sociopolitica ed economica, si celano i più atroci orrori. Il “transfert” è con il giovane medico protagonista - un tutto sommato slavato James McAvoy, ma forse proprio per questo bene in parte - che vive in prima persona tale processo conoscitivo/distruttivo, forse identificativo: la “bestia” è in tutti noi, bianchi e neri, gialli e rossi, ciascuno fa la sua parte, anche chiudendo egoisticamente gli occhi di fronte all'aguzzino.
Kevin McDonald controlla con sicuro mestiere i differenti piani e tempi narrativi; la sua non è di sicuro un'Africa da cartolina. Non di quelle che si vorrebbero mandare ad amici e parenti. L’iniziale “comicità”, l’ironia e il sorriso, sono sempre a denti stretti; è un riso semicrudo che scrocchia fastidiosamente in bocca durante il masticamento. E cosi, quando lo spettatore dovrà ingoiare bocconi ben più amari e ripugnanti, al limite del trash, quantunque mostrati in rapidissime inquadrature, la digestione risulterà al fine assai lenta e faticosa.
Il film è dunque imperniato sulla controversa e irrisolta (irrisolvibile?) 'questione africana”, in un Pianeta in cui, quanto più sembrano annullarsi le distanze e i confini tra i vari Continenti e Stati, con le accellerazioni aeronautiche, il telefono, le osmosi culturali (oggi abbiamo anche l’Internet, potente mezzo della comunicazione di massa che ci permette di raggiungere virtualmente i più sperduti angoli della Terra), tanto più, all’inverso, si estranea e chiude da/in se stesso. L’Uganda del sanguinario dittatore Idi Amin è degli anni ’70, la stessa di oggi, dopo oltre trent’anni. Poco è cambiato. L'orrore cambia volto e tale resta. In Africa come nell'America del sud e in certe realtà mediorientali.
Una curiosità, una vera finezza, forse una metafora, o solo un divertissement citazionista, in ogni caso un bel colpo da maestro, è la breve sequenza in cui il faccione di Amin/Whitaker entra improvvisamente in campo, inquadrato in primissimo piano accanto ad un plastico di un moderno palazzo, tanto da ricordare, in tale effetto ottico che altera le prospettive, un King Kong che si aggira minaccioso nella città ove è stato coattamente trasferito. Peccato, però, che quella sorta di scimmione - plasmato, incattivito (anche) dalla violenza che viene da dentro, o più verosimilmente da fuori, o in un coktail di 'dentro e fuori' - finisca, ancora una volta, per far danni (solo) in casa propria...
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