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SHADOWS (Ombre) di John Cassavetes
Sinossi: Hugh, Leila e Ben sono tre fratelli afroamericani di pelle chiara che vivono a Manhattan. Hugh, il più grande, è un cantante di nightclub in declino che vede uno spiraglio di felicità quando gli viene proposta una nuova scrittura. Leila frequenta i circoli degli esistenzialisti ma dopo un sfortunata avventura accetta la corte di un ragazzo della sua razza. Ben, il più giovane dei tre, tenta di superare il disagio di essere di colore frequentando un gruppo di ragazzi bianchi che passano le giornate tra flirt, risse e gioco d’azzardo finché decide di condurre una vita più tranquilla.
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Tra Nouvelle Vague e Free cinema.
Sorprende la spontanea, elegante e nervosa libertà di movimento – e il carattere improvvisativo - della camera a spalla, sorta di elettrica appendice del corpo/mente/viscere di Cassavetes, che sa come non farsi notare, che sa come non
apparire (hollywoodianamente) ingombrante, mentre scruta/ritaglia/inquadra e trasfigura - attraverso piccole scene/storie di ordinaria vita quotidiana, prive di retoricismi, enfasi e scontate oleografie, mai chiuso nel messaggio “politico” che spesso penalizza il film a tesi - la realtà spirituale ma anche fisica di un'America in jazz, blues, “beat” (quando non si era ancora del tutto spenta l'eco delle più "rassicuranti" note in blue gershwiniane). La quale, pur vivendo una stagione non meno dolente, cupa e problematica rispetto all’oggi - le avversioni razziali erano in quei tempi assai più feroci e letali -, appariva tuttavia entusiasticamente immaginifica, creativa, "impegnata", ottimista, speranzosa, in “progress”: Black is beautiful! - come la loro grande musica - era il grido degli afro americani che iniziavano a prendere coscienza di sè, del proprio ruolo artistico-culturale in seno a quell’America, matrigna crudele e irriconoscente, di cui, fin dai primi anni del secolo trascorso, finirono, “con la loro tristezza”, per rappresentarne "l'asse spirituale" - (anche) secondo F.G. Lorca che affermò ciò in anni non sospetti, in maniera anticipatrice, profetica, quasi inedita.
Amo questo primo lungometraggio "sperimentale" (non privo di alcune ingenuità più che
perdonabili), intimista, diretto, delle sfumature, del “momentismo”, realizzato da un giovane cineasta innovatore che non rispetta regole e tecniche costituite, che mira alle sue, in linea con i fermenti del nuovo cinema indipendente americano, più interessato al linguaggio, a un'estetica personale, immediata, originale, apparentemente grezza e naif, in realtà risultato di un solido lavoro di scavo introspettivo – nell’ “improvvisazione collettiva”, molto affine alle orgiastiche ed al contempo mirabilmente "organizzate" esperienze mingusiane del Jazz Workshop -, in un progetto rigoroso ed essenziale, consapevole e poetico, che infine scansa i luoghi comuni i clichè del naturalismo pre-fabbricato. Il film ha dunque, dicevo, lo stesso carattere delle improvvisate note in jazz di Shafi Hadi e di Charlie Mingus (*): aggressive, malinconiche, estranianti, “re(ecc)citanti”.
Affascina Ombre per il suo denso e drammatico B. & W., "colore" di quelle giovani anime nere e bianche, unite e contrapposte, ritratti nelle loro solitudini “sociali” ed esistenziali, interraziali, nelle scanzonate, inquiete e inconcludenti scorribande notturne, in giro per i locali della città, in compagnia di aspettative, frustrazioni, disorientamenti generazionali e razziali, con il blues nel cuore e nella mente; per le magnifiche inquadrature delle umane figure al centro/margine di una New York al neon terribile e trasognata, trasfigurata, splendidamente fotografata, con squarci di dolorosa luce diurna; per come "gioca", amoreggia, con il corpo/volto, specchi di un’anima, della bella Lelia ("esotica", come Maggie Cheung nel recente Clean di Oliver Assayas - suggestioni del grande cinema che ritornano nel cinema attuale -, altro film musicale, bellissimo: ancora “cinemusica”).
Amo Ombre per le musiche, mai distratto e distraente "fuori campo", mera "colonna sonora", fuse con le voci dei protagonisti, con i silenzi, con i rumori della città e degli stati d'animo, con i discreti bagliori lirici che il regista riesce a condensare in ogni inquadratura; negli intensi primi e primissimi piani dei volti; nei campi lunghi che riprendono scorci urbani, strade animate da tante solitudini, nelle “promenade” senza tempo/meta/scopo, nei momenti “patetici” contrappuntati dai tamburi africani, dalle lancinanti note improvvisate al sax da Shafi Hadi.
Geniale la scena del pestaggio filmata nel sordido vicolo notturno: i pugni colpiscono a più riprese l’obiettivo, occhio di chi "guarda", in una sorta di soggettiva in cui ad essere colpito è lo spettatore. Artificio tecnico-espressivo semplice ed efficace, immediato nel suo intento “illusionistico”, laddove, dimostrato, si è potuto fare a meno
di ricorrere a chissà quali roboanti tecnicismi e complicati effetti speciali fini a se stessi. E’ durante tali riprese che entra, insinuante, in scena il basso di Charlie Mingus, con le sue poderose e catartiche corde che vibrano dilaniando gli spazi, elevando, dilatando il tono e il ritmo filmico. Sequenze che anticipano di poco il finale, quando Ben riprende il suo viaggio notturno per le strade della città estraniante e vuota, eppure così piena d’insegne, di locali e di vetrine illuminate che riverberano lirici bagliori sull’asfalto delle strade e sui marciapiedi. Luci abbaglianti, invisibili; shadows che si addensano e sciolgono nelle note di Shafi Hadi, ricadenti come manto protettivo, com-passionevole, sulla sagoma in ombra del “perdente”, autentico antieroe di un’invisibile "guerra" metropolitana, avviato verso un destino che non esiste se non in quell’attimo di rassegnata poesia. Poesia del dolore, del grido sordo, della speranza riposta nel lungo cammino verso l’accettazione e la dignità che è dato compiere, prima ed ora, al popolo dei neri e, aldilà delle referenze razziali, a tutte le generazioni, bianche e nere, “ribelli” ed insieme disorientate dal male di vivere.
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(*) ”Self portrait in three colors" è il titolo che Mingus – “negro” di pelle chiara che nella delirante autobiografia Beneath the underdog si è raccontato schizofrenicamente come "un uomo in tre" - ha dato alla suite ricavata dal commento al film, invero sconfessato a posteriori. E sono tre le sfumature della pelle dei fratelli di Ombre, digradanti da quella nerissima di Hugh a quella piuttosto chiara di Ben a quella quasi bianca di Lelia: le tre maschere di un paradosso scenico che li vuole - come in una rediviva Commedia dell'Arte - coinvolti in un indifferenziato scambio delle parti con gli amici, bianchi e neri, fino all'agnizione finale." Cit. Sergio Arecco: Cassavetes – ed. Il Castoro Cinema.
Già pubblicato in Cinemaplus
