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Il Flauto Magico di Kenneth Branagh
IL FLAUTO MAGICO di W. A. Mozart è una delle opere più perfette ed affascinanti dell’intera storia della musica occidentale, una sublime vetta dell’umano ingegno in cui confluiscono, con rara, elegante leggerezza, in mirabile equilibrio tra loro - in un insieme di canto e recitazione, secondo la tradizione del “Singspiel” austro-tedesco - , la comica più negletta del teatro popolare, del mondo della fiaba, del fantastico-meraviglioso; le “severe” e concrete istanze dell’illuminismo e del giusnaturalismo; l’esoterismo massonico dei riti iniziatici, delle prove obbligare (tre, nella fattispecie, come tre – numero magico - sono gli imperiosi e solenni accordi iniziali della stupefacente Ouverture), sorta di viaggio interiore che l’”eroe” deve compiere per poter transitare dalle tenebre verso la luce, dalla mediocrità verso la consapevolezza. L'amore. La composizione mozartiana è dunque un continuo passaggio d’ombre e luci, di luci ed ombre.., senza soluzione di continuità e preoccupazioni di verosimiglianze narrative, storico-ambientali, testual-letterarie, morali, dove, naturalmente, nonostante l’ottimo “libretto” di Emanuel Schikaneder, è tra le preziose ed audaci tessiture armoniche e timbriche, nel sublime canto, nel possente contrappunto, che si situa e definisce, in ultima analisi, lo straordinario universo di “affetti”, la trasfigurante, cangevole tavolozza di colori in continuo movimento. Luna e sole, il bagliore rassicurante della luce del giorno, il mistero della notte e di certe sue Regine.., le angosce delle tenebre e gli ottimismi del chiarore che avvolgono dicotomicamente il cammino della speranza e della “fede”. Il trionfo dell’umorismo e dell’ironia, del registro del dramma, applicati al senso del più schietto, profondo e trasfigurante lirismo.
Tutto questo si perde nell’adattamento filmico di Kenneth Branagh, o resta nello sfondo. Il regista nato a Belfast (noto per le “ristrutturazioni” delle opere teatrali scespiriane) trasferisce la vicenda operistica al tempo della Grande Guerra, dopo aver affidato a Stephen Fry la riscrittura del libretto, in inglese. Il quale, pur con le vistose varianti, conserva alcuni punti di contatto con il testo originale. Ma il limite del film non è da ricercare in questa personale e di per se legittima chiave di lettura di un’opera tanto celebre ed altera; il nostro scrupolo non è lo stesso del “purista” inamovibile, per principio maldisposto verso le “moderne” re-interpretazione del mito. Branagh fallisce, paradossalmente, nel momento stesso in cui cerca di rendere (troppo) in immagine (peraltro 'musicalizzando' sommariamente la vicenda) il potere evocativo di un’opera che è una costellazione di “visioni” che vivono di vita propria e che, nel soffocamento, vengono meno allo spettatore/ascoltatore…
IL FLAUTO MAGICO, il film, è una serie infinita e debordante di piani sequenza, carrellate, dolly, panoramiche aeree, nel pur misurato gioco dell’immancabile effetto
speciale, di tecniche digitali sofisticate, spesso fini a se stesse, sopra le righe, che stringono in vita la musica disarmandola, facendola arretrare. Qualcosa che sfiora l’isteria visiva, nella visione diligente e studiata, quasi cartoonistica, barocchista e chiassosa, che non diventa mai visionarismo. Si giunge alla saturazione dello sguardo, allo sfondamento dello schermo, vanificato il significato “ideologico”, pre-logico, psichico e poetico della partitura mozartiana. Presa a pretesto la musica, il regista la condisce e subissa con invenzioni che finiscono per estraniarne il carattere, la densità espressiva, per relegarla in secondo piano. Innegabile che alcune immagini e sequenze siano belle e decorative, un po’ kitsch, però di gusto, ci mancherebbe, se non anche teatralizzate, dove il teatro in musica è, per forza di cose, stilizzato, limitato nello stretto ambito spaziale che gli compete, allorchè l’espansione del piano temporale e autenticamente immaginifico/significante viene affidato alla musica stessa. Il paragone è d’obbligo..: nell’omonimo film di Bergman il rigore diventa vera audacia, moderno linguaggio che non entra in rotta di collisione con l’illustre modello di riferimento; la discrezione, l’alta cifra poetica. L’autore svedese si limita (si fa per dire) a filmare l’allestimento teatrale approntato su un set cinematografico,
realizzando un’opera filmica pura, uno dei suoi capolavori, nel sottile scavo psicologico, dove il primo piano di un volto diventa accordo musicale, lasciando che le immagini dei suoni fluiscano liberamente senza mai colludere con quelle di celluloide, realizzando un doppio, autonomo piano comunicativo in cui gli elementi sono destinati ad incontrarsi e non a respingersi. Priva delle componenti favolistiche e simboliche, di quell’affascinante patina di mistero e di occulto, delle sfumature che caratterizzano la favola dark mozartiana, IL FLAUTO MAGICO di Branagh si limita, oltre al resto, a raccontare una storia banale, assai poco originale, con scontati e pedanti messaggi antimilitaristi, facendo ricorso all’ironia da 'operetta' che raramente graffia; qualcosa insomma che induce spesso alla noia e a ritenere che sia stato fatto “molto rumore per nulla”. Poiché Branagh fallisce nel momento stesso in cui decide di mettere in scena IL FLAUTO MAGICO di W. A. Mozart sulla scorta di un’idea ambiziosa che non va oltre il teatro filmato, nonostante la quantità dei mezzi impiegati, contro ogni funambolica apparenza.
Solo chiudendo gli occhi, a tratti, non più distratto dall’incalzante sarabanda di immagini, chi scrive è riuscito a riconciliarsi con la musica, ad apprezzare l’ottima Chamber Orchestra of Europe ben diretta da James Colon, e il cast di giovani star dell’opera, più o meno note, in particolare la magnifica voce del soprano Amy Carson/Pamina, 'mozartiana' al massimo grado, e il basso profondo e vibrante di Renè Pape/Sarastro.
Grande musica che rivendica le sue forti, sacrali, esclusive connotazioni, che spinge, 'ribelle', verso opposte direzioni, e che, per contrasto, diventa arma a doppio taglio ai fini dei modesti percorsi e risultati puramente cinematografici.
Già pubblicato in Cinemaplus.it
