Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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domenica, 17 febbraio 2008

Paranoid Park di Gus Van Sant

 

La bellezza dell'immagine

 

 

Ripercorrendo il solco stilistico-sperimentale già tracciato con Elephant – grazie anche alla collaborazione di Chris Doyle, direttore della fotografia di Wong Kar Wai (Angeli caduti), e alla MK2, casa indipendente francese che ha prodotto il film -, Gas Van Sant torna al tema, a lui caro, della solitudine metropolitana adolescenziale scaturita dalle mancanze del mondo degli adulti a loro volta assillati dal male di vivere, dai vuoti affettivi, culturali e psichici che sfociano in tragedia. Paranoid Park è ancora indagine introspettiva, sguardo lirico-trasfigurante sulle angosce del singolo soggetto riflessi di una collettività distante e alienata, infine concreta, quantunque indiretta, visione politica: la scuola (luogo dove si coagula ed esplode il profondo disagio sociale ed esistenziale - e si da lo specifico caso di Elephant), la famiglia, la società.

Il giovane Alex, interpretato dall’esordiente Gabe Nevins che dà efficacemente corpo ed anima alla natura androgina ed ambigua del personaggio (caratteristica ricorrente nel personaggio “minorile” vansantiano), rampollo di una famiglia sfaldata ed assente della classe medio-borghese di Portland, appassionato di skateboard, frequenta un “sottoponte” chiamato per l'appunto Paranoid Park. Gli skater più spericolati, i giovani delle periferie dell’emarginazione, del 'branco', bruciano la propria libido ludico-ribellista mordendo con le ruote delle loro tavole gli angoli vivi e le piane superfici di cemento ed asfalto di questa ed altre squallide e refrattarie strutture suburbane, come in una sorta di sfida, di danza rituale, a modo suo elegante, nel tentativo di esorcizzare le brutture, la rabbia, il disadattamento, la violenza, l’incerto destino che sembra non riguardare esclusivamente le classi meno abbienti e che si fa tema universale. In questo luogo Alex incontra un coetaneo con il quale compie un' innocente trasgressione (saltare su un treno che procede a bassa velocità) che si conclude con la morte del tutto accidentale di un sorvegliante. Nella sua profonda solitudine, in una vicenda in cui riecheggia il tema del “delitto e castigo” di dostoijevskiana memoria, il ragazzetto non trova nè la forza né il modo di confessare la “colpa”, il proprio frustrante smarrimento. Van Sant lascia in sospeso ogni il giudizio etico-morale, aperto il finale, più interessato a “registrare” l'ordine estetico e psico-esistenziale delle cose che non i risvolti 'polizieschi', ordendo con raro vigore espressivo una rappresentazione del dolore cristallizzato, quasi materializzato – ridotti all’osso i dialoghi – nella più pura essenza dell’immagine filmica, dei 'suoni' e dei silenzi.

Nel trattare un argomento così sensibile, dunque a rischio di eccesso d’enfasi melo-drammatica, il regista mette a punto, rispetto al già citato  Elephant, uno stile ancor più rarefatto e sperimentale, apparentemente asettico ed invero oltremodo autorevole nel gioco asciutto, raffinato, minimale e pur tuttavia tagliente, profondo, scarnificante, della geniale messinscena. L’instabilità d’immagine della macchina a mano, i primi piani dei giovani protagonisti, mai ostentati o morbosamente compiaciuti, le lunghe, riflessive e dolenti inquadrature fisse, le sgranature, i rallentamenti e le accellerazioni, un montaggio che mescola il super 8 (nelle riprese in “soggettiva” sullo skateboard), il digitale, il 35 mm, sfalsando l’ordine (crono)logico del tracciato narrativo, sono gli ingredienti di uno stile personale, riconoscibile, folgorante.

Alla riuscita del film concorrono le splendide musiche, tra cui - evidente quanto inaspettato l’omaggio a Rota e Fellini – alcuni temi tratti da Giulietta degli spiriti e Amarcord. “Arretrate” quanto le immagini, mai invasive, o preponderanti rispetto a quelle, molto più di un semplice commento sonoro, tali composizioni sono sottolineatura dei sentimenti, contrappunto affascinante, ipnotico-sensoriale, quasi tantrico, nel felice e fecondo matrimonio tra la più astratta ed immateriale delle arti e l’immagine anch’essa frutto di un illusorio fascio di luce che vive riflesso unicamente sullo schermo.

Immagine sovrana incontrastata del cinema, come Gas Van Sant sembra voler ribadire con la (sola) forza di quest’opera profondamente cinematografica, della visione altera e pura, di poche parole (quasi bressoniana, ci balza in mente vivido il ricordo di L'Argent) ed ancor meno impastoiata nel “testuale”, nonostante sia stata tratta dall’omonimo romanzo di Blake Nelson.

 

 

Cinemaplus

Postato da: GiuseppeMariani a 01:02 | link | commenti (2) |


Commenti
#1   20 Febbraio 2008 - 17:05
 
Sono felice che tu abbia ripreso in mano il tuo ottimo blog.
Ottimo pezzo.
Grazie per la visita, alla prossima (sia qui, che su Ultracinema :-D ).
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#2   21 Febbraio 2008 - 12:23
 
Grazie Rich, ci sarà senz'altro modo di rileggerci presto.
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Commenti