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American Gangster di Ridley Scott
La droga viaggia con la morte Tratto da vicende realmente accadute, il film di Ridley Scott, con i suoi 157 minuti di durata, ambisce a rinverdire i fasti delle “saghe” criminali di Coppola, Leone, Scorsese, Mann, mediante una messinscena dal taglio formale epico. Epica del crimine e della legge, nel sempreverde e dicotomico tema dell’eroe positivo e dell’eroe negativo, facce di una stessa medaglia che si attraggono e si respingono, accomunati da una sorta di codice d’onore che li distingue negli opposti e pur tuttavia speculari, entrambi corrotti, campi d’azione. Guardia e ladro, ulteriore ri-visitazione delle valenze “romantiche” che sottendono all’ini(a)micizia, che però è virile, che però è leale. Nel montaggio alternato, o parallelo, si snodano e s’incastrano le vicende in Black & White del boss afro americano Frank Lucas (Denzel Washington) – a modo suo dotato di una sinistra (e mal caratterizzata) etica dell’onore e del riscatto razziale, sociale, che vende droga, quantunque della migliore, purissima, a prezzi stracciati rispetto alla concorrenza che spaccia “merda” -, e del detective sulle tracce del trafficante, Richie Robert (un Russel Crowe un po’ imbolsito), segugio duro e determinato, ma onesto, che, grazie anche alla collaborazione di Frank, oltre che assicurare costui alla giustizia nel contempo sferra un duro colpo al più che corrotto ambiente poliziesco, al soldo delle varie mafie. Il dato “politico” e sociale, esistenziale, viene naturalmente preso a pretesto dal regista per poter sbarcare il lunario ed imbastire un film d’azione, un gangster story di gran lusso, elegante, ma convenzionale, con le consuete varianti melodrammatiche, nell’imponente dispendio di mezzi. Messinscena di certosina e dettagliata precisione, votata alle tecniche, spesso da manuale, alle componenti naturalistico-“ambientali” esteriori sopra riferite, alla storia (sceneggiata da Steven Zaillian: Schindler List; Gang of New York) che procede per accumulo, nell’impatto visivo e testuale che tradisce lo stereotipo, i consunti stilemi ed archetipi del genere, il tutto amalgamato dallo stile anonimo di un Ridley Scott (ancora) in fase discendente. Nonostante la sua durata, il film, che non difetta di ritmo, si lascia guardare: l’intrattenimento è assicurato, Scott è ancora in grado di affabulare epidermicamente lo spettatore con consumato mestiere, in un progetto che scorre lineare e piano, senza particolari cedimenti e senza significativi picchi atti a rilanciare l’azione, l’immagine, l’emozione, il coinvolgimento. La pur brava coppia d’interpreti risente di questo clima purgatoriale in cui, assente una più incisiva e convincente delineazione dei personaggi, vanificato il potenziale di un soggetto molto interessante ed aperto, non si va oltre l'esplicito e 'pigro' significato tramico e figurativo. American Gangster è opera delle cose (già) viste e visibili, oltre le quali allo spettatore non è dato (stra)vedere altro, immaginare, completare nella propria mente quei fotogrammi “neri” che il film non contempla. Occasione mancata, siamo dunque ben lontani dalle paradigmatiche e ben più solide ed epico-mitiche saghe familiar-criminali coppoliane, scorsesiane, leoneiane, manniane...
Harlem, New York, a cavallo degli anni ’60 e ’70, giungla metropolitana del crimine, della modernità che avanza e s’incunea tra le antiche fatiscenze che conservano immutato tutto il loro decadente fascino. Fedeli, minuziose, le ricostruzioni d’epoca, le canzoni d’epoca, le macchine d’epoca, i vestiti d’epoca, il male di quell’epoca dilaniata dall’interminabile guerra del Vietnam al suo apice, che pure miete, di rimando, vittime nel territorio degli invasori devastato dai sensi di colpa, dal crescente uso di droga. La quale proviene proprio da quelle terre trattate al napaln, [genialmente] nascosta nelle bare dei marines rimpatriati per la sepoltura, macabro auspicio di morte.
