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La famiglia Savage di Tamara Jenkins
“Il vecchietto, dove lo metto?”
Le cose si complicano per i fratelli Wendi e Jon Savage, rampolli di una famiglia sfasciata, entrambi single, con un padre dispotico (un eccellente Philip Bosco) oramai vecchio e sofferente di demenza progressiva, nel momento in cui dovranno misurarsi con le proprie nevrosi, frustrazioni sentimentali e professionali, con i contrastanti sentimenti provati nei confronti del genitore “egoista”, mentre urge risolvere l’annoso problema. Un 'piccolo' grande film, questo di Tamara Jenkins (anche autrice del testo), con un coppia di interpreti strepitosa. Philip Seymour Hoffman giganteggia con i più misurati e discreti registri interpretativi per quasi letteralmente creare (“dal nulla”) un personaggio 'defilato', sorta di anonimo vicino di casa alle prese con le piccole e grandi ansie esistenziali, con le stesse frustrazioni e miserie quotidiane, con gli identici problemi “pratici”, pur nei momenti di riscatto e di “ordinaria” catarsi, che vive lo spettatore, il grande pubblico, l’appassionato, il cinefilo… Ciò vale anche per la deliziosa Laura Linney, che non è da meno nel districarsi con rara bravura nella dolente ed insieme ironica vena di dramma e di salvifico “cinismo” che pervade una partitura filmica minimale, franta da tenerezze e situazioni di grottesca ed amara comicità, ma ricca di robuste invenzioni, di esemplare rigore stilistico e narrativo. Al centro della vicenda, dal finale aperto, la morte. Morte n(d)ell’anima, pur essendo vivi. Il riscatto, il superamento della paralisi del pensiero e dell’azione, dei sentimenti, di fronte alla (possibilità di) morte vera, definitiva, non solo spirituale. Tamara Jenkins, sapiente e discreta cuoca di una pietanza semplice ma ricca di sapori e soprattutto di retrogusti all’agrodolce, insieme a Nadine Labaki (Caramel), Sarah Polley (Away from her) , Susanne Bier (Things we lost in the fire - Oltre il fuoco, bellissimo film passato alla Festa di Roma, nelle sale dal 16 maggio 2008), scrive un'ulteriore recente pagina di sensibile, corroborante e tonico cinema al femminile.
Battute a parte.., si è in molti ad avere, oggi, un genitore anziano, non più autosufficiente, da accudire, curare, “collocare” - se non si ha la possibilità di seguirlo nella propria dimora - in qualche clinica, casa di cura o di riposo, senza provare, nelle more delle difficili scelte, o nelle costrizioni, i sensi di colpa che si accompagnano a questo vastissimo dramma individuale e sociale, dove tuttavia si resta quasi sempre da soli a fronteggiare il “dilemma” della vita, della malattia e della morte.
Il gioco dell'identificazione con i personaggi (aspetto essenziale della pellicola) e con le vicende narrate, in una messinscena che affronta un fenomeno colletivo quanto mai attuale, urgente, scottante, in aumento nell’odierno ordinamento sociale sempre più scollato, dispersivo e disumano, è “garantito” dal felice tocco di “camera”, di cuore ed intelletto della regista. La quale, bandita ogni forzatura sentimentale, patetico-pietistica, tenute a freno le “facili” derive melodrammatiche, si muove sul piano del realismo più asciutto e severo con la stessa disinvoltura, spontaneità e naturalezza con cui mette a punto uno stile figurativo essenziale, scarno ma densamente immaginifico, significante e lirico. Cosa di non facile realizzazione data la semplicità del soggetto, della trama, apparentemente priva di particolare appeal – abituati, se non anche assuefatti, alle roboanti “complicazioni” del cinema più industriale che lavora sull’accumulo e sull’eccesso di enfasi -, che tuttavia l’autrice riesce a rendere estremamente interessante e nobile, nelle intenzioni e negli esiti.
Non mancano momenti di surrealità visionaria che ricordano molto da vicino il musical (ma non è un musical), dove ad ogni situazione, personaggio, corrisponde una canzone (ottime le composizioni di Stephen Trask, ed il loro utilizzo), o che rimandano all’archetipo lynchiano, nelle panoramiche che inquadrano con distorcente effetto “grandangolo” le casette dai colori iper-realisticamente “pastellati” della linda, ordinata città di un’America levigata e felice, che celano invero la “malattia”, nel caso di LA FAMIGLIA SAVAGE anche fisica (ancora il “sogno americano” infranto, come in Happiness, sempre prodotto dal “coraggioso” Ted Hoppe, con Hoffman in una delle sue prime, sempre memorabili, interpretazioni), nel grottesco balletto “barbie” in cui si cimentano le anziane degenti della lussuosa clinica privata…
