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Non si può negare che la tavolozza dei colori e la sfavillante, calcolata spettacolarità della messinscena di La Fabbrica di cioccolato, abbiano raggiunto livelli di splendori visivi tali da fare invidia ai grandi direttori di circhi e luna-park, oppure al geniale “architetto” di fuochi d’artificio. E non lo negheremo. Ma non siamo altrettanto sicuri che la confezione filmica piena di ironie ed umorismi da vuoto a perdere, di carinerie “cioccolatose” e di finte “crudeltà”, non sia invero tr(i)onf(i)a(l)mente propagandistica, pro-consumistica, a fronte di un messaggio non solo “politicamente corretto”, ma anche vischiosamente (im)morale. Resta il forte dubbio che il fondale burtoniano, permeato da un buonismo edificante, non coincida esattamente con qualcosa che non sia diseducativo per il tenero fruitore. “Avere e non essere”, alla base di un messaggio non troppo recondito e subliminale, in una favola evidentemente destinata ad un pubblico infantile. E lo spettatore adulto pianga pure la sua lacrimuccia nel finale, quando, solo e senza amore, il “povero” capitalista viene accolto nella stamberga “gotica” e coccolato dalla simpatica famigliola proletaria in ristrettezze economiche ma ricca in “ispirito”, per la sua (interessata) magnanimità, dopo essersi fatta scippare la “fabula” vera, il sogno libero, la possibilità di vivere in semplice e felice povertà. Ma l’agognata fabbrica di cioccolato andrà soltanto al fortunato Charlie, col suo saccente buonsenso che lo rende non meno antipatico degli altri bambini capricciosi e “fenomenal-freak”, secondo una rappresentazione esageratamente grossolana, manichea, sadica. I conti sembrano tornare: “LA fabbrica di cioccolato” è un film sul successo a cui possono ambire anche le classi sottomesse, purchè rispondenti alle regole e ai capricci del potere. Ipotesi che invece sembrerebbe imbarcare acqua, visto che quei pargoli “drogati” di consumismo e di sfrenate ambizioni – con alle spalle genitrici “barbiesche” e padri inetti, secondo un’idea invero topica e risaputa, un vero "mezzuccio", diciamolo pure -, proprio in ragione di ciò, troveranno esemplare punizione. In ultima analisi vale dunque l’ambiguo ed insidioso messaggio di un capitalismo “vampiresco” che cerca nell’ideale semplice, puro e schietto dei “sognatori” che credono nelle favole, il modo di rigenerarsi, di rinascere a se stesso. Non importa stabilire quanto Tim Burton sia rimasto fedele alla fiaba di Roal Dahl, “Charlie and the chocolate factory”, molto popolare negli USA (non da noi, fino ad ora…). Com’è giusto che sia, le ragioni della letteratura, gli aspetti ideologici, etici e morali, sociali e politici - che potremmo definire accessori, nonostante rappresentino i punti fondanti (anche se non esplicitamente dichiarati) del progetto burtoniano, e che pertanto non potremo ignorare -, incideranno nella giusta misura nell’analisi filmica complessiva, secondo “coscienza”. Il vero problema è nella pura rappresentazione cinematografica, nella messinscena che, a fronte di alcune sequenze ed invenzioni innegabilmente affascinanti, fantasiose e belle da vedersi, di un inizio veloce e promettente, finisce ben presto per ripiegarsi su se stessa, mostrando i segni di un’ipertrofia visiva e tramica dovuta ad un incedere per accumulo, anziché per sottrazione come il già di per sé sovrabbondante canovaccio narrativo avrebbe richiesto. C’è una sorta di compiaciuta ed ostentata esagerazione nel vortice d’immagini che montano a dismisura, nella monotonia dei tracciati narrativi, nelle verbosità, nei dialoghi spesso raffazzonati, nelle battute ironiche che, lungi dal ricordare il ben più denso e caustico sarcasmo di Mars Attacks! – in cui si dileggiano i valori del mito americano che qui si vogliono invece riaffermare -, diventa siparietto d’innocuo e svagato umorismo. Non bastano a riscattare la piana prevedibilità di una pellicola senza picchi, dove lo spirito vivo della favola soccombe al messaggio prosaico, le giocose ma innocue parodie cinefile fini a se stesse di Psycho e di 2001 OnS, allorché un’enorme lingotto di cioccolato si sostituisce in una scenetta al “monolite” kubrickiano. Tra tante risapute amenità, la noia fa spesso capolino. Perfino le musiche del fedele e sempre eccellente Danny Elfman ci sono sembrate sottotono, se non a tratti decisamente scadenti (il pessimo doppiaggio dei testi delle canzoni avrà la sue responsabilità), quasi da show televisivo. Nulla a che vedere con le fulgide composizioni di Nightmare before Christmas e del delizioso Corpse Bride presentato a Venezia e in attesa di essere distribuito nelle sale. Johnny Deep da parte sua porta bene la maschera grottesca che gli hanno fatto indossare, e non rinuncia all’autoironia; ma la gamma espressiva è davvero modesta in un ruolo eccessivamente caricaturale e gigionesco che tirato troppo per le lunghe finisce per stancare.
Già pubblicato in http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=187
