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SINFONIA D'AUTUNNO di Ingmar Bergman
La straordinaria scena madre di Sinfonia d'Autunno (Hostsonaten il titolo originale, la cui vicenda si dipana in tre "movimenti", come una sonata classica, cosa affatto diversa da una sinfonia.., misteri dei "ri-titolatori" italiani!), rappresenta, in un sol colpo, una grande lezione di cinema ed una sublime dimostrazione di come andrebbe interpretata la partitura chopiniana. Chi conosce il film ricorderà che c'è una madre e una figlia, entrambe pianiste, che tornano ad incontrarsi dopo tanto tempo. Tra loro corre una forte e dolorosa conflittualità, una competitività che emergerà in maniera esemplare e devastante proprio in quella scena. La madre è un'affermata concertista; la figlia ancora in fase di perfezionamento. Liv Ullmann suona un Preludio di Chopin cercando l'approvazione di mamma Ingrid, la quale le fa "crudelmente" notare, in modo (apparentemente) affettuoso e maternale, le carenze dalla sua esecuzione. Ha inizio la "lezione". La madre al pianoforte suona (divinamente) lo stesso brano e spiega alla stupefatta “allieva” come meglio interpretarne lo spirito. Tra l’altro, afferma: "Sono più di 45 anni che lavoro a questi terribili preludi, nonostante ciò per me hanno ancora molti segreti, alcuni punti
oscuri...". Sicuramente si riferisce alle "note nere", ovvero a quel poco (che in realtà è molto) di “inespresso” che una partitura musicale - sebbene compiutamente notata - contiene ed offre all’interprete al prezzo di una libertà espressiva ottenibile tuttavia con il massimo rigore formale, nel pieno rispetto delle “tecniche”. Il vero miracolo dell’arte. In molti casi, anche noi fruitori diventiamo partecipi di quel "mistero" che si ripresenta ad ogni ascolto, interpretazione, come se la musica suonasse nella nostra testa in maniera sempre inedita. Vorrei soffermarmi ancora su tali scene, sulla macchina da presa che insiste con lunghi primi piani sui volti delle donne finendo per rappresentare anche l’occhio "voyeuristico" dello spettatore. Più significative di tante rutilanti e muscolose "messinscene", da quelle poche ma folgoranti inquadrature scorgiamo caratteri e psicologie genialmente delineati. All'orgoglioso ritratto della madre (sublime l’inquadratura delle mani sulla tastiera mentre con beffarda sicurezza suonano gli accordi conclusivi del criptico preludio di Chopin), si contrappone - "dissonante" - il volto della figlia che esprime ammirazione, ed insieme invidia, impotenza, profonda frustrazione, perfino terrore, odio.., quasi in un presagio di morte. Il suo “mancare” alla musica, come la madre le fa “affabilmente” notare, rappresenta la sua morte spirituale, il suo fallimento artistico ed esistenziale.
Meravigliosa Liv Ulmann - per non parlare dell'insigne arte di Ingrid Bergman - che ha saputo esprimere con straordinaria intensità e duttilità interpretativa un “ES” in piena eruzione. L’”algido” Bergman, in realtà, paradossalmente, è più sanguigno, e "spietato", di un torero di Spagna.., nel giocare con una tavolozza di colori intensamente, drammaticamente maturi, vivi e vibranti, con il nero raggelante, costante del fondale "invisibile" che sottende alla morte sempre in agguato. A proposito di Persona, il regista, parlando della sua attrice/compagna, affermò: “E’ possibile dare espressione ad un sentimento in differenti parti del corpo. Si possono richiamare tutte le emozioni in un dito mignolo o in un alluce o su un fianco o sulle labbra. E’ questo che io volevo che Liv facesse”.
