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Si fa presto a dire Hitchcock
Dopo un paio di lustri trascorsi a girare pellicole tutt'altro che memorabili (da Vampiro a Brooklyn, fino al non di meno deficitario Cursed, nel mezzo i vari "teenageristici" Scream ed il melenso La musica del cuore), sicuramente non all'altezza di quelle opere seminali ed autenticamente autoriali che diedero nuovo impulso al genere horror (gli stracult Le colline hanno gli occhi, Nightmare, Il serpente e l'arcobaleno), Wes Craven cambia pelle e sceneggiatore (Carl Ellsworthed, proveniente dal fronte televisivo) ed approda all'action movie, al thriller psicologico, forse spinto da un'ansia di (urgente) rinnovamento.
Potremmo di fatto dividere RED EYE in due parti raccordate da un montaggio puntuale ed in grado di conferire la giusta linearità e tenuta al canovaccio tramico, nonostante i cedimenti stilistici e dello script riscontrati nel segmento conclusivo. Ambientata in un aeroporto e nel ristretto spazio di un aereo che viaggia a 9000 metri di quota, la prima parte vanta una buona accelerazione narrativa, un ritmo incalzante e parossistico, nel serrato "gioco" a due dell'approccio, della seduzione, della finzione e del progressivo smascheramento. Si passa dalla sorpresa alla suspense (eviteremo di evocare banalmente l'ombra di Hitchcock che invariabilmente incombe su quasi tutto l'attuale cinema di genere) a fronte di una messinscena ricca di invenzioni visive e narrative, del recuperato senso di Craven per l'azione in grado di evocare le paure più o meno inconscie dello spettatore coinvolto nella spirale di violenza, psicologica e fisica, che monta gradualmente a dismisura fino ad esplode in tutta la sua ineludibile brutalità. Nell'abitacolo dell'aereo, sorta di claustrofobica prigione, la mdp scandaglia con sorprendente dinamismo il dettaglio e l'insieme, l'angoscia e la sadica violenza dei protagonisti, nel piano ravvicinato e nei primi e primissimi piani alternati sul volto della giovane Lisa, la vittima, e di Jhonson, lo spietato aguzzino. A tale riguardo, le interpretazioni di Rachel McAdams (Le pagine della nostra vita), e di Cillian Murphy (28 Giorni dopo), sebbene in odore di fiction televisiva, finiscono per risultare adeguate e funzionali, allorchè Craven, nel condurre la sua indagine psicologica, intesa - nonostante le apparenze - come mezzo e non come fine dell'intera rappresentazione, si limita a grattare la superfice in maniera non necessariamente penalizzante ai fini del risultato. Le note dolenti si fanno semmai sentire - siamo alla seconda parte - dopo l'atterraggio del velivolo. Fermo restante il dinamismo del girato, da quel momento in poi ci è dato assistere ad una brusca inversione di rotta che vanifica il maggior rigore formale e contenutistico, l'originalità dei tracciati narrativi,
quasi "da camera", che caratterizzavano il primo tempo. La lunga sequenza dell'inseguimento, nell'aeroporto e per le strade di Miami, convenzionale nel girato e risaputa quanto quella del "duello" finale che si svolge nella villa di Lisa, le "complicanze" psicologiche, le numerose inverosimiglianze narrative (e sia! l'inverosimile è spesso in agguato nel cinema di genere), tutto contribuisce a smorzare irreversibilmente la tensione, a riportare il discorso sul piano dello stereotipo che rende in molti casi inoffensivo il cinema dell'azione e della paura. Da un maestro consacrato del "genere" ci saremmo aspettati più coraggio e coerenza - anche a fronte degli ultimi fallimentari progetti -, una messinscena più organica e coesa. Ciò nonostante, RED EYE resta nel complesso un'opera abbastanza godibile e coinvolgente, omologabile a quel cinema dell'intrattenimento onesto che non invoglia lo spettatore più attento e smaliziato a "speculare" sulle implicazioni "filosofiche" che vi compaiono in maniera marginale e, se vogliamo, del tutto incidentale ed accessoria.
Già pubblicato in http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=1520
