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Il 21 ottobre uscirà nelle sale italiane, in 200 copie, RED EYE, l'ultimo film di Wes Craven che negli USA ha già incassato 60 milioni di dollari. Il 13 ottobre si è tenuta a Roma una conferenza stampa con l'autore.
L'INTERVISTA - "Lo spazio, lo stile e la paura" a cura di Giuseppe Mariani
CRAVEN: Dopo un periodo di intensa attività lavorativa avevo bisogno di riposare e non pensavo di girare un altro film. Ma la sceneggiatura che mi è stata proposta mi ha subito affascinato. Finalmente il thiller che aspettavo! Mi affascinava l'idea di girare una vicenda in gran parte ambientata in un aereo, nelle costrizioni di uno spazio limitato e chiuso, in cui i protagonisti possono fare affidamento solo su se stessi, sulle proprie capacità e risorse. Mi interessava anche sfida, scoprire se sarei riuscito a catturare l'attenzione del pubblico.
DOMANDA: Un cast pieno di figure femminili. Cosa ne pensa del ruolo della donna, nel cinema e nella società?
CRAVEN: Dovrei fare il conto delle donne e degli uomini presenti per sapere chi mi assalirà dopo la risposta... [sorriso]. Amo le donne. Avendo perso mio padre all'età di quattro anni sono cresciuto con mia madre ed ho imprato ad apprezzare la loro forza e il loro coraggio. La parità dei sessi è una conquista di portata storica. Purtroppo non è così in tutti i paesi del mondo. Nel film c'è un'idea classica della damigella in pericolo.
DOMANDA: Non c'è realazione nella trama con il titolo del film. Gli occhi del protagonista sono chiari. Perchè RED EYE?
CRAVEN: Si riferisce all'occhio che diventa rosso per mancanza di sonno. I "red eyes" sono quei manager pendolari che viaggiano molto e che giungono in ufficio stanchi ed insonni. E' un modo di dire tutto americano e non è stato previsto che nel resto del mondo quel titolo non si sarebbe capito.
DOMANDA: Sarebbe disposto a girare un film horror giapponese, e cosa ne pensa di questa tendenza a produrne?
CRAVEN: Si, avevo quasi realizzato un remake di un film di Kurosawa. Terminata la fase di pre-produzione fu deciso di rinunciare al progetto. Oggi non lo rifarei. Non amo fare ciò che fanno gli altri.
DOMANDA: Quale elemento di continuità intercorre tra il suo cinema attuale e quello degli esordi? Lei ha abbandonato le maschere di Nightmare e di Scream [le maschere "naturali" di Le colline hanno gli occhi - n.d.r.]. C'è in RED EYS un rapporto con il terrorismo, con la guerra tra i sessi?
CRAVEN: La paura emotiva, psicologica. I personaggi di RED EYE indossano una maschera psicologica, astratta. Maschere che cadono una dopo l'altra. C'è la trasfomazione del giovane perbene in maschera dell'orrore; la trasformazione del personaggio femminile che getta la maschera della donna in carriera sicura di sè, per mostrare la sua vulnerabilità, anche se in seguito recupera forza coraggio per sconfigge l'uomo. Nel film non c'è alcun rapporto con il terrorismo, anche se rappresenta un problema di stretta attualità che va affrontato. Esiste il problema del conflitto sessuale: un uomo cerca di imporre ad una donna il suo volere, e soccombe alla forza, al coraggio e all'intelligenza della donna; ma ciò va inquadrato sul piano del discorso interpersonale, non su quello dello scontro ideologico tra religioni. L'uomo e la donna giungono allo scontro fisico vero e proprio, violentissimo, a suon di testate, con una penna infilata nella gola e di un tacco di scarpa che infilza una coscia. Guardando ai miei vecchi film, mi rendo conto di quanto sia cambiato. Da anziano capisco meglio tante cose, conosco di più la vita. Sono diventato più raffinato. Allora non avrei potuto realizzare questo film così come l'ho realizzato ora.
DOMANDA: Orrore quotidiano. E cosa ne pensa del cinema di Mario Bava?
CRAVEN: Esiste un rapporto tra la vita, la realtà, ed il cinema dell'orrore che aiuta a comprendere meglio i fenomeni. Un film dell'orrore è una piccola situazione esemplare, uno specchio dei grandi avvenimenti. Non conosco il cinema di Mario Bava.
DOMANDA: Se dovesse realizzare un film alla vecchia maniera, quale sua paura metterebbe in scena che non abbia ancora rappresentato? CRAVEN: Vedrei un uomo che mi somiglia inseguito da un centinaio di censori benpensanti che criticano il mio cinema e che con le forbici tagliuzzano una pellicola. Scherzi a parte... oggi la censura in America è molto peggiorata, e pertanto non sarebbe possibile girare un horror stile anni '70;, con tanto sangue e violenza, senza rischiare addirittura un procedimento legale. Si è giunti al compromesso, ad una proliferazione di film fantastici che esplicitano sempre meno ciò che non può essere esplicitato. DOMANDA: Cosa c'è di improvvisato nel suo film?
CRAVEN: La scena della penna (ne uccide più la penna che la spada...) era nella sceneggiatura, ma quella del tacco - ed altre - conficcato nella coscia è il frutto della mia immaginazione.
DOMANDA: Notizie sul remake di Le colline hanno gli occhi?
CRAVEN: E' in post-produzione [Craven/Maddalena Films]. La regia è stata affidata al francese Alexandre Aja [Alta tensione] e sta venendo molto bene. Non vedo l'ora di poterlo guardare sul grande schermo.
(Ultima domanda, immaginaria, dunque priva di risposta, poichè chi scrive non ha fatto in tempo a formularla: "Cosa resterà di quel tanto di naif e di artigianale - nell'accezione nobile dei termini - di un film seminale, affascinante, perfetto? Se ne ne sentiva la necessità di un remake?" La risposta è rimandata alla visione del film)
Foto di Giuseppe Mariani
Già pubblicato in Cinemaplus
DOMANDA: Come ha maturato l'idea di un thriller ambientato in uno spazio claustrofobico? Bernardo Bertolucci affermò che "lo spazio chiuso impone uno stile".
