Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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domenica, 23 ottobre 2005

 Non tutti i “classici” vengono per nuocere

 

 “Il mio film contiene 300 inquadrature realizzate con l’aiuto del computer, però le utilizzo in modo da non sbattervele in faccia, signore e signori”.

Sono le parole (altre verranno riportate in questo scritto) pronunciate da Roman Polanski in vena di amabili ironie, durante la conferenza stampa tenutasi subito dopo l’anteprima di OLIVER TWIST. Già dai discreti titoli di testa che campeggiano sulle incisioni del grande illustratore Gustave Dorè (dalle quali lo scenografo Allan Starski trae ispirazione per la fertile ricostruzione della Londra ottocentesca di Charles Dickens), nel fluire un po’ sognante ed affettuoso del bel tema musicale composto da Rachel Portman (primo Oscar tutto al femminile, ed altre “nomination”, per la migliore colonna sonora originale), appare subito evidente come Polanski non sia affatto intenzionato ad investire lo spettatore con quella (s)carica di artifici visivi e sonori, spesso rutilanti ed assuefacenti, in voga nel cinema (non solo) harrypotteriano.

“Ho voluto girare un film per giovani, e per giovani intendo dai 9 ai 99 anni… E’ un film realizzato per i miei bambini, per tutti i bambini. Volevo dare loro qualcosa che li facesse pensare e un pochino far appello al loro cuore. Potreste pensare che la mia sia una battaglia contro i mulini a vento, ma, considerato quello che oggigiorno viene propinato ai ragazzi, ai giovani, al cinema, il loro gusto per il cinema, ma anche per l’arte, viene distorto, viene rovinato”.

Nella fedele e semplice trasposizione cinematografica del romanzo di Dickens - ottimo il lavoro dello sceneggiatore Ronald Harwood (Oscar per la sceneggiatura di Il Pianista) che vanta un’antica e gloriosa militanza anche in ambito teatrale -, il regista fa ricorso al suo stile solitamente asciutto, lineare, mai arzigogolato e intellettualistico, e non vi è traccia – se non apparentemente, se non nel carattere “dark” della storia stessa che non si è voluto evidentemente amplificare - di quella mordace e demistificante ironia che contraddistingue tutte le sue opere e che sottende alla radice amara, maledetta e tragica – ma anche catartica (Il Pianista) - della sua poetica.

“E’ difficile girare oggi questo tipo di film. Io ho scelto un classico a cui mi sono attenuto alla lettera, quindi non ho voluto trasformarlo ambientandolo ai tempi moderni, non ho utilizzato i costumi contemporanei, non ho aggiunto testo, scene di masturbazione, non ho messo nessuno che camminava nudo per strada … quindi se andate alla ricerca del cambiamento, della cosa diversa in questo film, state, cercando la persona sbagliata”.

Tale scelta di semplicità, di “classicismo”, al limite di rappresentazione “diligente” e rigorosa, avara di colpi di scena – dove vengono tuttavia disseminati un’infinità di “punti di vista” -, di effetti ed affetti speciali che “hanno la prerogativa di dirigersi alle ghiandole lacrimali [e allo stomaco] dello spettatore, molto più che alla sua sensibilità [ed intelligenza]” (Bunuel), diventa, contro e a dispetto delle apparenze, il percorso più difficile e coraggioso da compiersi. Sfidando le regole della fiction favolistica ed avventurosa più commerciale e trendy, rischiando forse l’impopolarità e l’incomprensione presso il grande pubblico (si spera di no), Polanski rinuncia al virtuosismo esteriore (ma non alla bellezza dello sguardo, dei costumi e delle location) di una cinepresa ingombrante e ansiosa di mostrare unicamente le proprie acrobazie, e punta sicuro sull’inquadratura fotogenico-plastica, più discreta e misurata, squisitamente cinematografica. L’ironia è sempre presente, tra le pieghe.., e al vetriolo, e raggiunge il picco della più pura e graffiante ilarità - in tal caso attualizzando, facendo meglio emergere la metafora politica, “adulta”, che sottende alla fabula -, allorché il vecchio Fagin, mentre insegna ad Oliver l’arte del rubare, gli dice: “continua su questa strada e sarai un grande dei nostri tempi”. Ridimensionate le valenze più espressioniste del testo letterario, grazie anche al contributo di Pawel Edelman (direttore della splendida fotografia de Il Pianista), determinante ai fini della resa poetica della luce e dei colori pittorici che caratterizzano, in modo tutt’altro che decorativo ed estetizzante, l’ameno paesaggio campestre ed i sordidi bassifondi londinesi, il regista polacco punta sulle atmosfere da “favola”, non di meno “cattiva” di quella dickensiana, anche animata da personaggi grotteschi e divertenti, dove l’identificazione con il ghetto delle malvagità e della ribellione, entro cui il giovane Oliver resta imprigionato e vessato, appare del tutto evidente.

“ Vi sono dei grandi momenti, sia nel film che nel libro, in cui in qualche modo avverto, vivo la correlazione con quelle che sono state le esperienze della mia infanzia. Mi ha aiutato nel dirigere l’attore, mi ha fatto sentire, risentire, le sensazioni e i sentimenti che credo di aver provato quando avevo a sua età. Questo però non vuol dire che io abbia realizzato il film per tale ragione”.

Gli interpreti, tutti, protagonisti, comprimari e caratteristi, formano un cast davvero eccellente. Bravissimo il giovane Barney Clark (Oliver Twist); misurato ed espressivo non cerca mai di bucare lo schermo a suon di smorfiette; bravissimo il regista che riesce a dirigere l’intera masnada di ladruncoli evitando gli stereotipi del cinema di “genere” in cui il “bambino prodigio” diventa finanche antipatico per via dell’innaturale, ostentata e saccente esuberanza interpretativa che gli viene solitamente richiesta. I ragazzi di Polanski recitano in maniera molto spontanea, corretta, equilibrata. Lo stesso protagonista diventa parte di una rappresentazione nella quale conta l’insieme, la coralità dei caratteri, le crudeltà, le miserie, le generosità, il sentimento pietoso-patetico dei personaggi, la vicenda stessa che ha i toni della favola e che diventa metafora di quel complicato e reale mestiere che è la vita. La figura di spicco e più emblematica, sia nel libro, sia nella trasposizione filmica, resta tuttavia quella di Fagin, l’”anima” del vecchio usuraio, sordido ma a modo suo anche “geniale”, sotto molti aspetti irrisolta ed indefinibile, non del tutto malvagia: “è vero che insegno ai ragazzi cose immorali, ma do loro da vivere, un rifugio; abbandonati a se stessi morirebbero di fame” (e come dargli completamente torto, dal momento che cosiddetta “casa lavoro” istituzionale, legale, benefattrice, emanazione della società “vittoriana”, invero molto più disumana ed ipocrita di quei tristi furfanti che animavano gli squallidi vicoli del delitto londinesi, sfruttava i giovani ospiti negando loro non solo la libertà e la dignità, ma anche il pane), fino al bellissimo finale che il lettore si concederà il piacere di scoprire in proprio, o di riscoprire in chiave filmica, direttamente in sala. Polanski, come Dickens, è evidentemente attratto da quell’essere che tratteggia – come Dickens – con particolare cura, con tutto il suo carico di ambiguità, evitando di scadere - dando prova di notevole bravura e senso della misura - nella rappresentazione caricaturale, a fronte di un personaggio già di per sé paradossale e sopra le righe. Non vi sono parole per dire quanto Ben Kingsley si sia genialmente immedesimato in Fagin – improvvisando, aggiungendo del suo nella recitazione, a detta dello stesso regista che ben volentieri gli ha concesso quella libertà -, interpretandone il carattere, tutta l’ambigua gamma dei sentimenti e dei risvolti psicologici, in maniera davvero stupefacente. Deliziosa la sequenza in cui Fagin, mentre prova con i suoi ragazzi le tecniche del borseggio, con in testa un cappellaccio che comicizza ulteriormente la sua figura di ebreo barbuto e deforme, si lancia in una sorta di grottesca e divertente pantomima, nella sua brevità quasi un momento “musical”. Un’autentica zampata di quel vecchio leone del cinema che ha per nome Roman Polanski. Il quale, se voluto o meno non ci è dato sapere, con quel gustosissimo siparietto rende affettuosamente omaggio, e con gran senso dell’(auto)ironia, al dolente ed insieme scanzonato, parodistico, vitale teatro Idish. Sulle prime si ha la sensazione che da un regista trasgressivo come Polanski avremmo potuto e dovuto aspettarci di più; ma la trasgressione e l’eversione sono insite nel testo letterario che le sottende, e che la riduzione cinematografica, proprio in funzione della sua fedeltà a quello, non disperde affatto, facendo al contrario si che esse montino, come nel romanzo, in maniera compiuta e concreta, pur nell’apparente astrazione favolistica, nell’implicita denuncia di una società repressiva e disumana. E, dulcis in fundo, capace di riscattarsi, come ne Il pianista. E’ questo il punto di forza di un film raffinato e “semplice”, forse non eccezionale, come OLIVER TWIST. Tuttavia l’eccezionalità, visti i tempi che corrono, è diventata una merce rarissima, mentre la semplicità nell’arte - a differenza del semplicismo -, anche nelle rappresentazioni più sperimentali, innovative, ardite e deflagranti, resta la migliore ricetta, la più eccezionale.., il modo migliore per approfondire e veicolare i contenuti. La storia del cinema, e la storia filmica personale di un grande maestro come Roman Polanski, insegnano.

 

Gia Pubblicato http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=1537

Postato da: GiuseppeMariani a 04:42 | link | commenti (7) |


Commenti
#1   23 Ottobre 2005 - 19:40
 
Vedo che il film ti ha entusiasmato... a me molto meno. Polanski è un grande ma qui, a mio parere, si è proprio riposato. Ottima idea non ricorrere agli abusati effetti speciali, ma visto che la storia la conosciamo a memoria e grande e piccolo schermo ce l'hanno mostrata più volte, un minimo di fantasia, di originalità, di inventiva me lo sarei aspettato. Ciao, Leo
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#2   23 Ottobre 2005 - 21:09
 
Vedo che stavolta non concordiamo. Buon segno...;-)
Polanski resta un grande e non credo si sia riposato. Per girare un film del genere - che piaccia o meno - ci voglio, lo dico in castellano, dos pares de cojones bastante grandes!

Ciao!
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#3   26 Ottobre 2005 - 14:52
 
Vedo che continui a "perseguire" Polanski in ogni dove, spero che almeno stavolta fosse meno "su di giri", sul film mi dispiace di non poter dire molto, qui da noi il libro di Dickens l'hanno publicato giusto l'altro ieri...
Big Stone...
utente anonimo

#4   26 Ottobre 2005 - 18:18
 
Benevenuto Big Stone, il film almeno è arrivato nelle tue contrade? ;-) Lo amo da una vita Polanski, ed ho avuto la buona ventura ultimante di poterlo "perseguire" più di una volta. La cosa mi ha molto divertito... All'anteprima di O.T. era ancora su di giri, ma "nature", si.., e la sua ironia era sferzante. Quando un "giornalista" gli ha chiesto a quale regista avrebbe affidato l'eventuale remake di un suo film, gli ha risposto che si troverebbe molto a disagio nella condizione di dover decidere con quale uomo mandare a letto sua moglie... E con quella moglie.., e con quei film.., lo capisci da te! :-)

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#5   02 Novembre 2005 - 11:31
 
Questa settimana non ho potuto ma la prossima andro' a vederlo.
Come da te consigliato ho visto l'inquilino del terzo piano e mentre lo guardavo ho capito la tua battuta a Venezia quando gli offri le marlboro.

E' stata una cosa davvero molto bella e ti ho sentito vicino.
Bella, bella bella.


E bello ovviamente il film, manco a dirlo .
Anche se Rosemary's Baby francamente l'ho preferito ( sara' che la vecchietta vicina di Rosemary mi metteva paura come poche volte)
Un bacione:X
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#6   05 Novembre 2005 - 02:23
 
Terribile e davvero intrigante la vecchia signora Castevet (bravissima Ruth Gordon, uscito in questi giorni in edicola, se non lo conoscessi già, dovresti rimediare Harold & Maude, un film molto particolare e da lei divinamente interpretato"). Anche i "vicini" di Trelkovskj però erano strani forte! Due magnifici film di un autore geniale. Lo amo!
Grazie Maghetta, la tua gentilezza è davvero squisita.
Con amicizia sincera.
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#7   05 Novembre 2005 - 02:24
 
E buona visione per quando andrai a vedere Oliver Twist! :-)
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Commenti