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Era meglio quando gli aerei cadevano…
Stando a questo nuovo film, e dopo Panic Room, non vi è alcuno dubbio che il ruolo della madre “courage” costretta a difendere con le unghie e con i denti la propria incolumità e, soprattutto, quella del/la proprio/a figliolo/a, in situazioni di estremo pericolo, in ambienti chiusi e claustrofobici, privi di vie d’uscita (una casa con un bunker in stato d’assedio ed ora l’abitacolo di un aereo), sia più che congeniale alla brava Jodie Foster.
Già pubblicato in http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=1585
Nel film di Fincher la partita con la “minaccia” e la macchinazione veniva tuttavia giocata con prole a seguito, mentre in FLIGHTPLAN l’”invisibilità” dell’oggetto delle devastanti apprensioni, il mistero che circonda la sua sparizione, rende il carico d’angosce della protagonista ancora più gravoso e “panico”. Ciò contribuisce in un certo qual modo ad “ingentilire” l’approccio interpretativo di un’attrice di solito distaccata e spigolosa, misurata, se non anche apparentemente e funzionalmente gelida. Il film di Robert Schwentke (Tattoo, 2002) esce nelle sale italiane quasi in contemporanea con il thriller “Red Eye” di Wes Craven, anch’esso ambientato in un aereo, e con una donna come protagonista, in quegli spazi limitati e che pure celano “cunicoli” misteriosi che alludo all’inconscio, e alle paure, fobie e paranoie legate forse a quel fatidico “11 Settembre” che l’immaginario collettivo americano tende a sublimare, esorcizzare con la fiction, con l’adrenalina che il cinema di genere, quando ci riesce, mette loro in circolo. Forse è iniziata una nuova fase di “manierismo” filmico americano, un nuovo filone che ha come protagonista l’aereo e l’alta quota e che rinuncia alla catastrofe collettiva per mettere in scena il dramma individuale, riflesso di quella. Ma anche per FLIGHTPLAN vale invero che le “filosofie”, il tema del coraggio e del ruolo della donna nella società moderna, la presunta metafora, più o meno implicita/esplicita, nonostante le dichiarazioni degli autori e degli interpreti, diventino elemento accessorio, innocuo e scontato, poco più di un pretesto per rendere credibile un prodotto che vira verso i luoghi comuni del sentimentalismo e del politicamente corretto. La prima parte di FLIGHTPLAN, quella per così dire preparatoria, inizia tuttavia nel migliore dei modi. L’ evocazione delle “classiche” ed affascinanti atmosfere del noir e del fantastico, nella doppia dimensione del sogno e della veglia, dolente ed insieme affettuosa, è affidata principalmente al montaggio non lineare che, per meglio accentuare il senso del mistero, “scompone” e mostra le tessere del canovaccio narrativo alterando l’unità spaziale e temporale della realtà. Il sonoro mai invadente ed una regia misurata, non avara di qualche buona soluzione tecnica ed espressiva, la fotografia notturna, a tratti livida, l’intensa interpretazione della Foster, ci predispongono positivamente alla visione. Ma una volta intrapreso il “viaggio”, l’incanto svanisce ed il thriller va ad impelagarsi nelle retoriche e nelle soluzioni narrative e figurative più risapute del genere. Lo “psicodramma” della madre alla ricerca della figlioletta scomparsa - già provata dal dolore per la morte del marito -, che deve vedersela con le diffidenze ed i “soliti” sospetti del personale di volo e degli altri viaggiatori, con tutti gli equivoci del caso, con le sue xenofobe paranoie, nell’impellente e straziante angoscia che l’attanaglia, rimanda al già visto nella fiction televisiva, ed anche nel telefilm hitchcokiano anni ’50 e ’60, meno “di lusso” ma decisamente più incisivo e divertente. Una regia sostanzialmente anonima vanifica le buone premesse ed uno script non privo di alcuni spunti interessanti, e così, nel trasferire l’idea sul piano dell’azione, la tensione si affievolisce, il tracciato narrativo, il colpo di scena, la suspense, diventano routine. Jodie Foster da parte sua ce la mette tutta per conferire spessore ad un film “dopolavoristico” che, grazie anche ad un ritmo non propriamente cedevole, ed al fatto che durante la visione la noia fa raramente capolino, merita, nonostante i limiti, una risicata sufficienza.
