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Nostalgie e progetti di un grande cineasta, vecchio per necessità e giovane per vocazione.
Roma, 20 ottobre 2005.
Dopo l’anteprima di Oliver Twist, Roman Polanski ha incontrato la stampa. Quella che segue è la trascrizione integrale e, ove possibile, letterale delle interviste. Incurante della forma, ho preferito mantenere il tono discorsivo, per così dire familiare, del grande maestro. Chi ricorda quel cantilenante, gustoso, spesso ironico, ed a volte “comico” intercalare del regista-interprete, mentre doppia se stesso in “L’inquilino del terzo piano”? E' stato bello riascoltarlo durante la conferenza stampa.
E’ corretto pensare alla luce, alla fotografia, ma soprattutto la luce, come ad una coprotagonista importante, da intendersi come soggettiva del protagonista quando si sente più triste quando ha perduto le speranze e così via?
Certamente, però questo vale per qualsiasi film. In realtà la luce è sempre espressione di quello che è lo stato d’animo necessario, o comunque presente in una determinata scena. Queste sono cose che vanno da se, non hanno bisogno di essere discusse con il direttore della fotografia, se il direttore della fotografia è sufficientemente intelligente e sensibile da saperle gestire da solo senza ulteriori indicazioni. Scusate.., ma mi sentirò veramente in Italia se qualcuno mi porterà un caffè... [risate]
Le chiedo perchè Oliver Twist fatto da Polanski? E’ una reintepretazione in qualche modo di Dickens, anche se è molto classico come film. Dov’è Roman Polanski in questo film a parte in finale?
Ho voluto girare un film per giovani, e per giovane intendo dai 9 ai 99 anni, che non avesse tanti effetti speciali, tanti effetti sonori speciali. Volevo dare loro qualcosa che li facesse pensare e un pochino che potesse anche far appello al loro cuore. Ovviamente è estremamente difficile fare oggi giorno questo tipo di film; ed quindi ho scelto un classico a cui mi sono attenuto alla lettera. Non ho voluto trasformarlo ambientandolo ai tempi moderni, all’era contemporanea; non ho utilizzato i costumi contemporanei, non ho aggiunto sesso, non ho aggiunto scene di masturbazione, non ho messo nessuno che camminava nudo per strada; ho fatto un semplice, lineare e diretto adattamento di quello che era il classico Quindi se andate alla ricerca del cambiamento, della cosa diversa in questo film, state guardando e cercando la persona sbagliata. Voi potreste anche pensare che io in questo caso abbia condotto una battaglia contro i mulini a vento, considerato quello che oggi giorno viene propinato ai giovani, ai ragazzi al cinema. In questo modo però con quello che viene dato loro, il loro gusto per il cinema, e non solo per il cinema, ma anche per l’arte, viene distolto, viene rovinato. Ho seguito con interesse un programma in televisione in cui si diceva che anche in Italia sembra che i bambini cominciano ad essere affetti da obesità, apprendendo che qui c’è un istituto che li aiuta a perdere peso. Ero spaventato nel sentire quale metodo veniva utilizzato, ma è stato invece spiegato che praticamente a questi bambini viene reinsegnato a degustare, ad assaporare cibi a cui non erano più abituati, e che quindi non volevano più mangiare. Tornare a mangiare cibi sani, consente loro lentamente di tornare nella condizione in cui si era quando gli italiani, i bambini italiani, non soffrivano di obesità.
Nel film lei fa dire dal vecchio usuraio al bambino al quale sta insegnando a rubare: “continua su questa strada e sarai un grande dei nostri tempi”. Quindi molto ironica e volevo sapere a chi si riferiva.
Ogni battuta, ogni rigo del romanzo scritto da Dickens è carico di ironia. Per esempio, nella battuta del tizio dell’orfanotrofio (riferita ad Oliver): “non è pazzia signora è il manzo, lo avete allevato, gli avete dato da mangiare manzo e quindi lui adesso è diventato violento”. E questa capacità di scrittura di Dickens, non è riscontrabile solo in Oliver Twist, ma in tutti i suoi libri. Lui era un cronista dei tribunali, e quindi era abituato, aveva ascoltato ore ed ore di racconti, al modo di esprimersi della gente del ceto sociale basso che si rivolgeva ai rappresentanti dell’alta società, ed aveva un fantastico orecchio ed una grandissima capacità di esprimere l’ ironia e il sarcasmo. Tra l’altro questa è l’opera di un giovane scrittore; Dickens, all’epoca, quando la scrisse, aveva 25 anni.
Mi sembra che la scelta dei personaggi comprimari sia stata ben mirata, quindi volevo sapere quanto tempo le ha preso la scelta dei personaggi, degli attori, e poi, memore dell’esperienza de Il Pianista, dove lei aveva detto di essersi identificato col protagonista, volevo sapere se anche in Oliver Twist vi sia qualcosa di suo, se si è identificato in qualche modo.
Un’altra caratteristica peculiare di Dickens era la capacità di mettere insieme questo gruppo di personaggi molto ben descritti, spesso estremamente divertenti e grotteschi, e quindi non è stato affatto facile trovare degli attori che potessero ben interpretarli sullo schermo. Per quanto riguarda invece la seconda domanda, si, devo ammettere che ci sono dei grandi momenti, sia nel libro che nel film; momenti e situazioni in cui in qualche maniera io avverto, vivo questa correlazione con quelle che sono state le esperienza della mia infanzia. Ciò mi ha aiutato anche nel dirigere l’attore; mi ha fatto sentire e risentire quei sentimenti, quelle sensazioni che io credo di aver provato all’età di questo ragazzo. Ma questo non sta assolutamente a significare che io abbia fatto il film per tale ragione. Per dare una risposta più diretta alla domanda, si, c’è molto di me in questo film, anche se più di mezzo secolo dopo.
I maestri indicano sempre la strada. Con questo film ho l’impressione che lei ci abbia fatto guardare precisamente ad un momento particolare del capitalismo che era la Londra poi descritta da Marx nel Capitale. Non so se è anche questa l’indicazione che voleva dare.
Voglio dire che si tratta di un periodo che mi affascina tantissimo, che mi attira molto e che somiglia molto ad alcuni paesi odierni. Londra, all’epoca, cresceva ad una velocità, ad un ritmo pazzesco, molto simile a quello che stanno sperimentando e vivendo alcune città della Cina, d’oggi, e doveva affrontare molti degli stessi problemi tutt’ora esistenti. Ad esempio la massiccia immigrazione di gente proveniente dalla campagna, che arrivava da tutta l’Inghilterra a frotte verso Londra, nella speranza, nel desiderio, di trovare una vita migliore, un lavoro migliore che purtroppo non trovava e che quindi finiva per aumentare il numero delle persone senza un lavoro, senza un tetto, con tanti figli. Una cosa molto simile a quello che Gustave Dorè aveva rappresentato nelle incisioni che abbiamo utilizzato nei titoli di testa del film.
Una domanda sulla sua carriera. Un grande filosofo inglese ha detto “l’unica passione della mia vita è stata la paura”. Nel suo cinema la paura è esplorata a vari livelli, anche in questo film la paura ha un ruolo determinante. Perché questa fascinazione? Arrivato a questo punto della sua carriera, cos’è per lei il cinema e che tipo di storie vuole raccontare.
Non posso certo dire che questa sia una mia passione, una cosa che mi affascina, anche se dall’esterno può sembrare così. Non sono affascinato dalla paura. La paura è uno degli elementi che noi cineasti utilizziamo per intrattenere. La mia vera passione, e questa è la risposta alla seconda domanda, è fare film, fare cinema, qualcosa che io faccio, che ho sempre voluto fare e che continuo a fare, senza però avere un progetto intellettuale, del tipo: quale traccia, quale linea seguire nella storia del cinema? Semplicemente faccio quello che sento di voler fare in quel momento, non mi pongo mai la domanda: cosa dovrei fare, ma mi chiedo sempre cosa mi sento di fare.
Quando ha letto questo romanzo per la prima volta da bambino, da ragazzo, cosa lo aveva colpito particolarmente, e che cosa l’ha colpito rileggendolo da adulto?
In realtà il mio incontro con Dickens non è avvenuto attraverso i libri, ma attraverso un film: “Grandi speranze”, e da quello sono poi passato a leggere i vari libri di Dickens, tra cui Oliver Twist, che però all’epoca non mi è saltato agli occhi rispetto agli altri. Devo dire che l’idea di realizzare il film è venuta dopo. Comunque all’epoca mi sono identificato con l’orfano, in una maniera molto più forte, proprio perché avevo appena attraversato quel periodo in cui avevo vissuto il totale abbandono. Tuttavia, anche altri libri di Dickens hanno come personaggi degli orfani; è una caratteristica abbastanza tipica del suo lavoro. Comunque ho pensato che un giorno avrei voluto realizzare un film su Oliver Twist dopo aver visto il musical sul Oliver Twist, perché ho pensato fosse un peccato che non esistesse un adattamento semplice, diretto del libro, visto che il musical aveva cambiato non soltanto l’atmosfera, lo stato d’animo del film, ma gli aveva conferito una storia diversa, lo aveva trasformato in una cosa felice e gioiosa, quanto Oliver Twist è in realtà una cosa triste una cosa oscura.
Una caratteristica essenziale del personaggio Oliver è la sua innocenza. Questo bambino è capace di passare indenne attraverso tutte le brutture di una grande città mantenendosi puro. Volevo sapere se questo sentimento l’aveva particolarmente coinvolto perché l’innocenza, la bontà sono sentimenti di cui oggi si parla poco, sempre meno anzi, e se questo sentimento l’ha ispirata a scrivere un nuovo finale che nel libro di Dickens non c’è, ma che secondo me è perfettamente dickensiano perché…
Non abbiamo scritto niente di nuovo che non esiste nel libro
Ma nel libro c’è questo perdono che Oliver da a Fagin?
Guardi bene…
Mi correggo allora, come non detto. Torniamo al tema dell’innocenza, manca però il finale classico della scoperta che Oliver è il nipote del benefattore...
Abbiamo dovuto fare un sunto, tirare fuori da 700 pagine ciò che poi abbiamo trasformato in film. Abbiamo dovuto decidere su cosa concentrarci, ma di sicuro non abbiamo aggiunto alcunché. Il sottotitolo di Oliver Twist è “il progresso di un ragazzo di parrocchia”, e tutte le sottotrame melodrammatiche sono assolutamente non necessarie all’interno del film. Abbiamo deciso di concentrarci solo su Oliver, di raccontare la sua storia dall’inizio alla fine, e per me la fine nel libro è il momento del perdono, quella forte scena in prigione. A margine di questa nostra conversazione, vorrei dirvi che all’epoca i libri venivano scritti a puntate, sulle riviste e sui quotidiani, e quindi lo scrittore mano a mano che procedeva deviava, si allontanava, la storia prendeva altri vie, venivano aggiunti nuovi personaggi, per cui spesso succedeva che era molto difficile poi tornare indietro a ciò che era stato il cuore della storia. Un film però richiede una costruzione che possa in realtà sostenere la storia, l’interesse necessario per far si che appunto poi la gente provi emozioni e segua il film.
La domanda sull’innocenza. Se era anche questo sentimento che l’aveva coinvolta...
Questa è la parte più importante del film, ed è stata questa la ragione per cui c’è voluto molto tempo prima che riuscissimo a trovare il ragazzino che potesse veramente interpretare il nostro personaggio. Perché non volevano un volto angelico; volevamo un giovane attore che fosse in grado di sembrare reale, la cui innocenza risultasse convincente. Per me era molto importante mostrare proprio questa emozione, e far vedere che questo ragazzino, nonostante tutte le avventure o disavventure che è costretto a subire, comunque rimane innocente. Perché questa è una cosa che proviene dalla sua natura e che quindi non si trasforma in nessun altro. Anche se ci sono dei momenti in cui questa sarebbe stata la cosa più semplice, più naturale da fare.
C’è un parallelo tra la “Tess degli d'Uberville” e questo film. Entrambi hanno come sfondo d’Inghilterra, hanno un libro, hanno una gioventù travagliata, e se c’è, come mai a distanza di tanti anni una scelta in qualche modo simile?
C’è un grande parallelo. I due libri sono stati più o meno scritti nello stesso periodo, ed entrambi hanno come personaggio centrale della storia una persona innocente che attraversa una serie di peripezie, una serie di tentazioni. Ed anzi, anche Tess ha un sottotitolo che adesso non riesco a ricordare, ma che è molto simile al sottotitolo di quest’altro, qualcosa come “una donna vera”.., una cosa del genere. Diciamo che comunque si, è qualcosa che io ho vissuto durante tutta la lavorazione di quel film; ci sono molte scene per esempio che ho girato in campagna, che mi hanno ricordato molto quello che era stato il mio lavoro quando ho realizzato Tess, forse 25 anni fa… meglio non dire quando… Capisco che non è questa la domanda. La domanda riguardava più che altro un parallelo a livello più profondo tra i due personaggi. In effetti si, questi due personaggi hanno molto in comune.
Vorrei che approfondisse sulla somiglianza del periodo narrato da Dickens al periodo che più o meno stiamo vivendo oggi senza fare un passo avanti; mi riferisco ai bambini sfruttati, al lavoro minorile, a certe degradazioni che in realtà è come se le avessimo soltanto spostate, nei paesi dell’est..; ecco se crede vorrei che approfondisse, che spendesse due parole in più.
Tutto questo è chiaro. D’altra parte è ovvio che c’è questo parallelo tra ciò che succede ai bambini nel film o nel libro, e ciò che succede oggi a milioni di bambini. Non so come renderlo ancora più chiaro, forse magari facendo delle domande più specifiche che mi aiutino a dare una risposta.
Per esempio sapere se questa è stata una delle motivazioni, oltre all’amore per il classico ecc. ecc., nello scegliere una storia di bambini, oggi, che poi i bambini sono oggetti così …
Quando scegli un argomento da tracciare, da narrare in un film, non c’è un solo elemento che ti spinge a farlo. In genere si tratta di una somma di tante cose, e questo è stato sicuramente un elemento importante. La sceneggiatura è un processo che richiede molti mesi di lavoro. Tutti i vari elementi si fondono, si mescolano, e questa è una delle cose che è venuta fuori nelle conversazioni con lo sceneggiatore con cui avevo già lavorato per Il Pianista. Abbiamo parlato a lungo di ciò, ma quando fai un film, non vai a cercare una cosa che rappresenti l’elemento fondamentale, l’elemento di base; noi non l’abbiamo scelto come tale; lo abbiamo sfiorato questo argomento, lo abbiamo toccato, e sarei anche felice di metterlo in luce all’interno del film. Però non c’è soltanto questo, ci sono molti altri aspetti. Diciamo che lo sceneggiatore è una persona molto sensibile a questo tipo di problema che ha tra l’altro toccato nelle sue pieces - ne ha scritte all’incirca 18 -, alcune delle quali sono anche conosciute in Italia. E’ una persona che ha una coscienza politica e sociale, quindi ne abbiamo parlato approfonditamente a lungo, ma non posso dire che questa sia la ragione specifica per la quale io decido di fare un film o di adattare un libro.
Lei prima, quando parlava di Dickens, della sua passione per Dickens, parlava delle similitudine tra quell’epoca e la nostra, e mi sembrava amareggiato, mi è sembrato che ci fosse sotto una certa amarezza. Di fatto lei come vive questo nostro periodo attuale, questo nostro vivere caotico? Quali sono i suoi sentimenti verso il mondo di oggi?
Questo nuovo mondo non è che mi piaccia un gran che. Ho grande nostalgia per il passato. E non è una cosa dovuta all’età, come comunemente si dice: ah come era più bello.., come era tutto meglio quando ero più giovane… perché io mi sento giovane.
Una domanda sulla scenografia del film, su questa Londra che ha degli elementi anche tipici di un certo cinema gotico horror del passato, dell’horror classico intendo, credo proprio in contrasto con la purezza del personaggio di Oliver Twist. Come è nata questa scenografia?
Ci sono delle descrizioni minuziose, addirittura di due o tre pagine. Lo stesso vale per gli ambienti. Dickens descrive con minuzia, con dettaglio di particolari le varie zone della Londra di quel periodo. Più o meno dello stesso periodo letterario, conosco due scrittori che hanno un background abbastanza simile, vale a dire il giornalismo: Dickens e Zola che descrivono con estrema precisione, con estremo interesse, i luoghi nei quali si verificano le scene. Leggere il libro, lavorare alla sceneggiatura è una cosa estremamente interessante, perché in un certo senso uno le vive, nel ricrearle, queste scene che sono descritte nel libro. Abbiamo cercato di dargli questo feeling un po’ romantico, un po’ dark, senza renderlo però troppo espressionista. Lo scenografo in realtà ha capito molto bene ciò che veniva descritto e come doveva essere realizzato; tra l’altro devo dire che abbiamo avuto a disposizione anche un abbondante e copioso materiale di ricerca; c’è moltissimo materiale che ci ha consentito di ricostruire i set in maniera molto precisa, molto corretta, e tutto quello che vedete della Londra che non esiste più è stato tutto ricostruito.
C’è una curiosità o un aneddoto da raccontarci riguardo il suo lavoro sul set con questi giovani interpreti, che può interessare lo stesso pubblico di giovani che assisterà al film?
Tra le cose buffe che abbiamo dovuto fare, abbiamo dovuto insegnare loro a borseggiare le persone, ed abbiamo quindi fatto ricorso ad uno di quei maghi che era maestro in quest’arte. Dopo qualche settimana però eravamo disperati, perché non trovavamo più nulla, ci spariva tutto dalle tasche... E’ stato comunque piacevole lavorare con questi ragazzi, con queste persone. Erano estremamente disciplinati, dei veri professionisti sul set. Il che mi ha anche preoccupato un attimo, perché a me i bambini troppo precoci non è che mi piacciano molto. Però poi bastava uscire, andare lungo i corridoi per vedere che appunto le mie paure venivano immediatamente fugate, in quanto non c’era da preoccuparsi… Si, si comportavano da veri e propri ragazzini; ne hanno fatte di tutti i colori al punto da farci cacciare dall’albergo.
Le curiosità su questo bellissimo film sono molte, ma mi limito ad una, visto che non se n’è ancora parlato. Le due anime, cioè i due personaggi fondamentali del libro sono Oliver Twist e Fagin. Diciamo che Bill Sykes è probabilmente l’anima nera tra i due, tra Sykes e Fagin. Fagin, non so perché, per quanto sia spregevole uno spera sempre, leggendo il libro e vedendo il film, che si riscatti; comunque sembra quasi una vittima di se stesso, della sua avidità. Vorrei sapere intanto se la decisione di identificare il personaggio, The Jew – ebreo, come viene continuamente chiamato nel libro, cosa abbastanza fastidiosa per il lettore moderno, mentre all’epoca di Dickens non esisteva il politicamente -, è stata presa dallo sceneggiatore, di comune accordo per non farne una macchietta ma un personaggio umano, come di fatto è. E come ha lavorato con il suo straordinario interprete Kinsley, sia fisicamente che sull’umanità di Fagin?
La parola jew, ebreo non viene mai utilizzata nel film, ma non era più utilizzata neanche nella seconda edizione del libro, nello stesso periodo, subito dopo la prima edizione, perché Dickens era stato severamente, gravemente criticato per avere assunto questo atteggiamento antisemita. Ciò nonostante, Fagin rimane un ebreo, ed è un ebreo nel modo in cui si muove, nell’aspetto fisico, nel suo modo di parlare; parla come parlavano gli ebrei, reagendo come un ebreo, e lo vediamo, soprattutto verso la fine, quando il personaggio legge il giornale, reagisce esattamente come reagiva mio nonno. L’umanità di questo personaggio.., quando attribuisci un ruolo ad un attore, costui vai sempre a cercare i lati positivi del personaggio che deve interpretare, perché comunque anche il cattivo pensa di fare qualcosa di buono, di positivo. Senza giustificare le azioni del personaggio che interpreta, mi sono reso conto, durante le prove, la preparazione del film, che Sir Ben Kinsley andava un po’ oltre, al di là di quello che effettivamente gli si chiedeva nell’interpretare Fagin. Però ho pensato che questo potesse conferire maggiore profondità al personaggio, e quindi glie l’ho lasciato fare. Questo conferisce al film quel carattere che altri adattamenti non hanno. Una volta Ben mi ha detto: cosa vuoi che faccia.., fondamentalmente io do ai ragazzi da vivere. E’ vero che io insegno delle cose immorali, però loro qui hanno un letto dove dormire, hanno da mangiare, altrimenti ne morrebbero a decine sotto i ponti. Fagin è un mostro, però un mostro che ha un po’ di cuore, il che secondo me rende il personaggio, e l’intero film, di gran lunga più vero.
Lei ha detto prima che non ha un progetto intellettuale nel suo modo di fare cinema e che va dove la porta la sua emozione e la sua curiosità. Sicuramente lei è molto giovane, molto moderno e attento a tutto ciò che ci circonda. Che cosa le da ancora il cinema che sta cambiando? in che cosa la stimola? qual è il cinema che oggi la stimola? perché è molto difficile trovare in questo strumento di comunicazione tante cose che risolvano la difficile realtà che stiamo vivendo. Quindi volevo sapere da lei quale tipo di cinema la stimola, e dove pensa che andrà in futuro mentre il cinema sta cambiando.
Posso dire che gli effetti speciali mi sono sempre più indigesti. Io utilizzo questa tipologia perché ci offre delle fantastiche opportunità. In questo film ci sono 300 inquadrature che sono realizzate con l’aiuto del computer, però le utilizzo in una maniera tale che non ve le sbatto in faccia, signore e signori. Per rispondere alla domanda: cosa è che mi spinge a voler fare cinema e quali sono i film che mi piacciono, io credo sia più che altro l’aspettativa di un film che mi trasmetta una qualche emozione, un qualcosa che rimane dentro di me e che mi accompagna anche dopo essere uscito dal cinema. Qualcosa che può venire da un film, o da un argomento che può essere il più disparato, da “Gli ultimi giorni di Hitler” ad un film che parli di pinguini.
Oliver Twist, al di là del fatto che siamo dinanzi ad una trasposizione da Dickens, va sicuramente annoverato tra i numerosi remake che ci hanno investito negli ultimi anni. Dei suoi film, quale vorrebbe fosse rifatto oggi e se si da quale regista ?
Preferisco non vedere un remake di un mio film; è come se mi chiedesse: con chi vorresti che tua moglie andasse a letto? Vi devo raccontare un aneddoto. Il mio primissimo film, “Il coltello nell’acqua”, aveva avuto una nomination all’Oscar. Andammo a Los Angeles ed era un periodo molto difficile nella mia vita. Con un mio amico sceneggiatore vedevamo centinai di film, ma spesso lo stomaco era vuoto. Ricevetti al Beverly Hill’s Hotel una telefonata dal capo della Twenty Century Fox che mi chiedeva di fare sosta a New York perché volevano mollarmi un progetto, e potete immaginare come mi sentivo eccitato. Immediatamente dopo la cerimonia degli Oscar che fu assegnato a Fellini per il film “Otto 1/2”, il che non mi ha rattristato molto perché ritenevo che fosse un film fantastico, io mi fermai a New York. Quello che intendevo dire è che contro Fellini si può ben perdere… Allora andai parlare con i rappresentanti della Twenty Century Fox che mi chiesero se mi andava di fare un remake del “Coltello nell’acqua”. “Voi siete pazzi, l’ho appena finito!” - “Si però potremmo farlo a colori con Richard Burton, Liz Taylor e Warren Beaty…
Poco tempo a Londra Ben Kinsley parlava del vostro rapporto e lui diceva che avete stabilito nel corso degli anni da “La morte della Fanciulla” un rapporto basato soprattutto sulla fiducia, al punto che lei addirittura arriva a confidarsi molto con lui sul set, nonostante Kinsley voglia comunque restare nell’ambito del rapporto regista-attore. Come si sviluppa la fiducia tra due geni come voi entrambi in campi separati?
Io ringrazio per i “geni”. E’ ovvio che quando hai una buona esperienza con qualcuno poi si sviluppa la fiducia; se non ti sei trovato bene con questa persona non ci vuoi più lavorare. Devo dire che nel corso delle riprese di “La morte della fanciulla”, abbiamo avuto dei rapporti veramente ottimi e vissuto un’esperienza che è stata fantastica. Ed era ovviamente chiaro che volevano lavorare una seconda volta insieme. Quando ho cominciato a pensare di realizzare Oliver Twist, ho immediatamente pensato a Kinsley. Io tra l’altro disegno, ho frequentato la scuola d’arte, e quindi con i disegni, con gli schizzi, mostro ai miei collaboratori quello che veramente voglio, ed ho mostrato ad Harwood, lo sceneggiatore, alla costumista, agli addetti al trucco cosa volevo, e poi, quando ho presentato la proposta a Ben, lui ha immediatamente detto si: “metto da parte tutto e vengo ad interpretare questo film”. Probabilmente non è che l’abbia fatto per me, ma lo ha fatto sicuramente per questo ruolo, per questo personaggio, perché è sicuramente un ruolo che un attore vuole interpretare. E’ quindi in questa maniera, lavorando insieme, che si sviluppa la fiducia.
Ho avuto l’impressione in alcuni momenti che lei abbia cercato di esprimere in maniera molto controllata, strisciante, anche una sorta di humor macrabo, di humor nero, in Oliver Twist. Volevo sapere se è solo la mia impressione o se conferma che effettivamente c’è una propensione.
Non so se volessi lo humor macrabo, volevo sicuramente lo humor, ma in questo contesto comunque lo humor è sempre un po’ macrabo. E come dicevo, Dickens utilizza l’umorismo, e il suo umorismo è sempre leggermente macrabo nelle sue descrizioni, a tal punto a volte da fare anche un po’ paura. Ma fondamentalmente lui è in grado di giocare con le parole, quindi, come ho detto prima, usa molta ironia, e quello che abbiamo cercato di fare è mantenere tutte le sue battute, le battute ironiche, quelle divertenti. Colgo l’occasione per aggiungere una cosa su un paio di personaggi secondari, vale a dire Bill e Nancy, perché ci eravamo quasi addentrati in questa cosa che poi abbiamo messo da parte. Due personaggi che vengono sempre erroneamente, malamente interpretati, perché hanno sempre la caratteristica dei personaggi dell’Opera da tre soldi, quella di essere un po’ i cattivi romantici. Spesso vengono descritti in maniera sexy, magari dal bel aspetto, invece non è affatto vero, non è quello che Dickens voleva. Perché Dickens descrive per esempio Bill come un vero e proprio mostro che non ha neanche un pizzico di elemento buono, nulla di positivo.
Volevo fare una domanda molto semplice su Oliver Twist, cioè tornare al giovane attore che ha interpretato Oliver Twist. Come lo ha incontrato, come avete interagito sul set?
Come al solito, io ho lavorato con il Cast Director che aveva già realizzato una prima scrematura, una prima parte del lavoro per me, e che avevano fatto in Inghilterra i provini ad una marea di ragazzini che potevano, da un punto di vista dell’età e del background sociale, interpretare questo ruolo. Credo che abbiamo visto tra i 200 e 300 bambini, non ricordo. La Casting Director mi passò poi circa 30-40 video realizzati, di questi circa 300 ragazzini avevano fatto il provino. Di questi 30-40 ne ho scelti 4 che mi sembravano possibili candidati per interpretare il ruolo di Oliver Twist, e con questi 4 abbiamo realizzato quello che si faceva una volta, vale a dire un film test, delle prove sul set con i costumi. Tra questi 4 ho immediatamente capito che lui era quello che poteva interpretare al meglio Oliver. In realtà lo avevo capito sin dall’inizio, però siccome c’erano altre 3 possibilità, volevo esserne certo. Di queste 3 possibilità.., due hanno interpretato George e l’altro ragazzino che ride sempre.
Ci deve essere qualcosa di più, oltre al desiderio di fare un film tradizionale, profondo, anche per i suoi figli, educandoli ad un gusto, dietro una scelta di realizzare questo film. Allora volevo farle una domanda politica. Sono cadute molte ideologie negli ultimi anni e viviamo anni estremamente difficili: la Cina alla quale alludeva si sta avviando sicuramente, basta andarci, ad un capitalismo sfrenato di vendite e di consumo. Lei ha vissuto all’estero, oggi vive a Parigi, è stato in America, molti registi scelgono di ripiegarsi sul privato proprio perché non sanno affrontare, o stanno cercando il modo di affrontare questo mondo difficile che stiamo vivendo. Lei si interroga su questo, e vive bene nella Francia democratica, sciovinista e tante altre cose?
Non ho capito la domanda.
Infatti non era una domanda, era una considerazione che suggeriva in lei probabilmente una risposta.
Si, mi piacerebbe poter realizzare un film su un argomento contemporaneo scottante, ma già poter fare un film, punto, è estremamente difficile; trovare un argomento che poi raccolga i finanziamenti necessari è estremamente complicato. Quindi riuscire a fare una cosa di questo tipo può essere definito un miracolo.
Ho letto che lei ha presentato Oliver Twist un po’ anche come l’anti Harry Potter.
No... C’è bisogno anche di Harry Potter. Ai miei figli Harry Potter piace ed io li accompagno. Abbiamo bisogno di film come Harry Potter che possono dare gioia ai nostri figli, ma abbiamo anche bisogno di film diversi. Per esempio, io sarei ipocrita se affermassi di non aver mai portato i miei figli da McDonald’s.
Ha già qualche progetto in cantiere per un prossimo film, qualche idea?
Sarei strafelice di potervi dire: si, sto lavorando a questa cosa, che questo progetto che sto realizzando affronta un argomento scottante contemporaneo, per esempio l’influenza aviaria, ma non è così, perché io non sono abituato, non riesco quando sto lavorando ad un progetto, a pensare ad altro.
Foto di Guseppe Mariani
Pubblicato in Cinemaplus
