Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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sabato, 12 novembre 2005

FANTASTICHERIA TERZA

Confesso che ammiro immensamente l’arte di Luis Bunuel, come se non si fosse capito… Ottimo scrittore di cinema, e non solo, grande intenditore di musica, oltre che regista straordinario, egli era un poeta a largo raggio d'azione. Istintivamente “cinico”, eversivo ed iconoclasta, umanissimo per vocazione, mise tutto il suo “spirito” nell’autobiografia che terminò di scrivere poco prima della sua morte avvenuta nel 1983: “Dei Miei Sospiri Estremi”, ed. SE, che consiglio caldamente a chi ama il cinema e la vita vissuta “artisticamente”, a chi prova oggi la spina acuta della nostalgia - senza rimpianti - e a chi domani dovrà provarla. Nel libro c’è un capitolo dedicato ai "Tamburi di Calanda", paese natale di Bunuel situato in Aragona. Felice di trascriverlo e di dedicarlo alla memoria di PIER PAOLO PASOLINI.

 

“In parecchi villaggi dell’Aragona esiste una consuetudine forse unica la mondo, quella dei tamburi del venerdì santo. Si suona il tamburo a Alcaniz, a Hijar. Ma in nessun luogo con una forza così misteriosa, così irresistibile come a Calanda. Consuetudine, che risalirebbe alla fine del XVIII secolo [… ] I tamburi di Calanda suonano in continuazione, o quasi, dal mezzogiorno del venerdì santo fino al giorno dopo, alla stessa ora. Commemorano le tenebre che ricoprirono tutta la terra nell’attimo in cui Cristo morì, così come il terremoto che la percosse, le rocce crollate, il velo del tempio squarciato da cima a fondo. Cerimonia collettiva impressionante, stranamente emozionante, che udii per la prima volta dalla culla quando avevo due mesi. In seguito vi ho partecipato parecchie volte, fino a questi ultimi anni […] Ignoro la causa di questa emozione, che rassomiglia abbastanza a quella provocata talvolta dalla musica. Probabilmente è dovuta alle pulsazioni di un ritmo segreto, che ci colpisce dall’esterno, trasmettendoci una specie di brivido fisico, al di là di ogni ragione […] io stesso mi sono servito di quei battiti profondi e indimenticabili in parecchi film, e particolarme in L’Age d’or e Nazarin. Ai tempi della mia infanzia si potevano contare a malapena due o trecento partecipanti. Oggi sono più di mille, tra i quali sei o settecento tamburi e quattrocento bombos (grancasse). Il Venerdì santo, a fine mattina, la folla si raduna sulla piazza principale, di fronte alla chiesa. E aspettano tutti nel silenzio più totale, con il tamburo appeso al collo [….] A mezzogiorno, al primo rintocco dalla chiesa, un rumore immenso, come il rombo di un tuono gigantesco, colpisce e schiaccia il villaggio. Tutti i tamburi si mettono a suonare contemporaneamente. Un’emozione indefinibile, che presto diventa una specie di ebbrezza, s’impadronisce dei suonatori. Passano così due ore, poi si forma una processione [...] per fare il giro del paese […] Verso le cinque, tutto (la processione) è finito. Per un attimo, allora, silenzio. E poi i tamburi ricominciano a suonare per fermarsi solo l’indomani mattina. Il loro rullio ubbidisce a cinque o sei ritmi diversi, che non ho dimenticato. Quando due gruppi, ciascuno con il suo ritmo preciso, arrivano all’angolo di una via, si fermano fronteggiandosi, e allora si assiste a una vera e propria battaglia di ritmi, che può durare un’ora o più. Alla fine il gruppo più debole muore in quello più forte. Fenomeno straordinario, potente, cosmico, riguardante il nostro inconscio collettivo, i tamburi fanno tremare la terra sotto i piedi. Basta appoggiare una mano contro il muro di una casa per sentirla vibrare. La natura è unisona al ritmo dei tamburi, che va avanti per tutta la notte. Se qualcuno si addormenta, ravvolto nei battiti, si sveglia di colpo quando quei battiti si allontanano lasciandolo solo. Sul finire della notte la pelle dei tamburi e tutta macchiata di sangue. A forse di battere, le mani si feriscono e sanguinano. Eppure, si tratta di durissime mani contadine […] Due o tre giorni dopo, involontariamente, quando la vita quotidiana si è riassestata, qualche abitante di Calanda continua a parlare in modo strano, a scatti e scossoni, come se ancora ubbidisse al ritmo dei tamburi muti".

Postato da: GiuseppeMariani a 16:11 | link | commenti |


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