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VI edizione, Roma 19 - 27 novembre 2005
Il Festival Introduzione I film, il programma
Primo e secondo giorno
THE RISING - BALLAD OF MANGAL PANDEY - India 2005, diretto da Ketan Mehta, ha aperto la rassegna nel migliore dei modi, lasciando visibilmente soddisfatto il pubblico attento e partecipe, anche durante l’incontro con l’autore, le cui
aspettative non dovrebbero restare deluse a fronte di un programma che si presenta molto variegato e ricco di proposte. Tra lungometraggi, “corti” e film documentari, figurano nell’elenco registi esordienti e non, sconosciuti in Italia, alcuni dei quali tuttavia già lanciati nel panorama filmico internazionale, e autori affermati e pluripremiati in varie rassegne e festival, quali il giapponese Yoichi Sai, il taiwanese Hou Hsiao-Hsien, l’iraniano Moshen Makhmalbaf, e il già citato Ketan Mehta. Splendido film il suo, incentrato su un evento storico risalente al 1857, ovvero sulla prima sommossa intentata dai “sepoy” (soldati indù e musulmani reclutati nelle forze armate colonialiste) contro l’odiosa dittatura della Compagnia Britannica delle Indie Occidentali, repressa ferocemente dall’esercito inglese in un bagno di sangue: si contarono decina di migliaia di morti, tra cui numerosi civili, quando ancora non esistevano le armi di distruzione di massa (stando alle odierne vicende mediorientali di “ordinarie” invasioni e belligeranze, il “lupo” seguita a perdere il pelo ma ... non a non mettere ancor meglio a frutto l’abusato “vizio”). Su questo terreno eroico-epico, prendono forma tutti gli elementi che compongono il più che stratificato e solido canovaccio narrativo. Il film, in linea con la migliore tradizione cinematografica popolare indiana, è un vero e proprio caleidoscopio di immagini, colori e musiche, inframmezzato da numeri musical “allegorici” di rara bellezza, la cui coesione è garantita da un montaggio ad orologeria, dove tutti i raccordi appaiono netti e combacianti al millimetro. Nell’insieme, a fronte di un crescendo a tratti parossistico, ma non troppo, di una messinscena molto “colorita” e un po’ kitsch, mai di cattivo gusto, magniloquente e grandiosa, senza essere “kolossal” -, non ci resta il ricordo di una sola inquadratura di troppo, di un segmento filmico che
sia disarmonico, ridondante o inverosimile. Mehta possiede uno spiccato senso del ritmo cinematografico, un’ottima tecnica, e così ogni inquadratura e sequenza, ogni movimento di macchina, lungi dal rappresentare un vuoto esercizio di stile, diventa, strumento dell’espressione, esuberanza narrativa e visiva dosata da una rara e plastica leggerezza di tocco. La seducente fotografia, i delicati colori, ora di un pastello quasi impressionista, ora chiassosi, fantasmagorici, rutilanti, fiammeggianti come il sangue versato, contribuisce a rendere THE RISING un meraviglioso ed affascinante affresco sull’amicizia virile, sull’eroismo, sul sacrificio, sulla tragedia di un popolo oppresso, sfruttato ed umiliato, oltre che sull’amore. Una buona dose di ironia presente nei dialoghi scoppiettanti, contribuisce tuttavia a dosare/attutire i toni più crudi e dolenti della vicenda; e cosi gli accenti melodrammatici, le scene d’amore, di ballo e di seduzione, intrise di una sottile e struggente sensualità, sembrano evocare il sommesso fascino di un cinema lirico/epico quasi del tutto scomparso in questo nostro cinema post-occidentale diventato così cinico e ricattabile… Sotto alcuni aspetti, pur nelle rimarchevoli differenze, appaiono evidenti alcune assonanze tra THE RISING ed i melò hollywoodiani, intimistici, “sirkiani”, oppure “kenrusselianamente” spericolati e lisergici, dei tempi gloriosi andati, così fastosi ed invero sensuali, propensi ad intrattenere ed emozionare con il sentimento turgido e spontaneo, nella solida messinscena e puntuale caratterizzazione dei personaggi. Splendido tutto il cast: protagonisti, comprimari, caratteristi, sia indiani che occidentali; eccellente Aamir Khan che interpreta l’eroico “sepoy” Mangal Pandey; brave e bellissime, di una di bellezza autentica, esotica, senza ostentazioni e folkloricismi di risulta, le figure femminili.
NIU PI - (Cuoio/Oxhide) - Cina 2005, di Liu Jiayin. Con questo film di una giovane regista (anche interprete di se stessa) al suo primo lungometraggio, veniamo catapultati in un climax espressivo completamente diverso. Considerata dalla critica una delle opere cinesi più innovative degli ultimi anni, al primo impatto si fatica non poco a ri-tarare i sensori della ricettività a fronte di una messinscena caratterizzata da un “pauperismo” formale ed espressivo davvero minimale e spoglio, che chiede molto allo spettatore, finendo per ripagarlo, se non per altro, sul piano dell’effettiva originalità stilistica. Oxhide è un susseguirsi di lunghe inquadrature fisse e statiche, intimiste, “antifilmiche” – se ne conteranno ventitre a pellicola terninata –, dai colori spenti, sgranati, a-pittorici, che dovrebbero tuttavia corrispondere a precisi stati d’animo. Volti, corpi, cose, oggetti e particolari della casupola in cui vivono una madre, un padre ed una figlia, sono a lungo e fissamente inquadrati dall’occhio inamovibile e neutr(ale)o della macchina da presa che si limita a registrarne il linguaggio.
E’ dunque il soggetto/oggetto stesso della ripresa ad soggettivare/oggettivare se stesso, attraverso il “medium” della mdp che diventa oggetto passivo e meramente strumentale. Gli interminabili dialoghi domestici di ordinaria e straordinaria quotidianità, su affari andati a male, ristrettezze economiche intervenute in seguito al rifiuto paterno di scendere a compromessi - riferimenti evidenti al cambiamento che sta vivendo la Cina -, nei momenti di ansia e in quelli più sereni ed affettuosi, pur nella maggior vivacità dei toni, sembrano tuttavia collimare con il quadro visivo decisamente scarno e sommesso, se non del tutto “frustrato”. Una delle inquadrature (si resta nel dubbio se sia ancora giusto o meno chiamarle sequenze, o scene…) più riuscite ed affascinanti è quella in cui al linguaggio dei piedi in primo piano si sovrappone il dialogo, su questioni di tutt’altra natura, tra madre e figlia alle prese con un pediluvio. A Liu Jiayin interessa il “fuori campo”, il quadro che lo spettatore dovrà ricomporre in proprio, in maniera immaginifica, partendo dalla parola e da quelle (forse solo apparentemente) a-significanti e scheletriche inquadrature. Sebbene la rarefazione formale ed espressiva, in quel film più unico che raro, sia decisamente più “provocatoria", accostare la pellicola di Liu Jiayin a Blue di Derek Jarman potrebbe rappresentare un tentativo di speculazione intellettuale forse non del tutto infondata e peregrina. In entrambi i casi si tratta di “negare” la validità d'approccio tradizionale con la macchina da presa.
GHEIR SALEH (Sottoesposizione/Underexposure) – Germania/Iraq 2005, di Oday Rasheed. I “media” ci hanno mostrato ogni sorta di reportage e d’immagini del conflitto irakeno, le più cruente e devastanti, finendo per determinare
una sorta di assuefazione nel fruitore. Questo film semidocumentaristico - il primo realizzato da un cineasta irakeno, a Bagdad, dopo la caduta di Saddam e l’invasione degli anglo americani e dei loro alleati -, mostra da “dentro” quei disastri che spesso associamo ad un monitor televisivo, ad una foto da individuare tra cento altre che ritraggono dive, abiti d’alta moda, la pubblicità di una saponetta. Al contrario, Underexposure colpisce nel profondo lo spettatore, con le sue verità vere, assolute e definitive, vissute in prima persona, aprendo su scenari di morte e distruzioni con il necessario e realistico approccio documentale, ricorrendo anche al linguaggio catartico/trasfigurante dell’arte, alla “finzione”, o simulazione della realtà stessa. Cose che evidentemente non competono all’”informazione”, all’iconografia giornalistica usa e getta. Il film è stato girato a bassissimo costo, tra amici, grazie a qualche contributo volontario, con una pellicola Kodak a colori scaduta da oltre 20 anni. Le dominanti di colore, derivate dallo “scadimento” del supporto filmico, metafora anche dello stato di profonda frustrazione e di isolamento vissuto dal popolo irakeno, virano al giallo rancido, soprattutto negli sfondi, rendendo ancor più tragico, irreale e minaccioso il cielo, accentuando quel senso di desolazione che incombe e preme sulla città e sull’intera nazione. Bisogna realizzare un film che testimoni lo scempio e che che sopravviva alla morte del regista. Il quale chiede al suo collaboratore di scrivere una storia, una trama, per poter iniziare a girare. “Cosa devo scrivere? Guarda fuori... la mia trama è il mio amore per loro. Non basta?”.
In attesa di completamento, pubblicato anche in http://www.cinemaplus.it/leggi-news.asp?id=1088
