Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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domenica, 11 dicembre 2005

Bird, Charles, Fats & Miles

'Bird mi fece il dubbio onore di farsi prestare da me cinque dollari nel lontano 1946, quando militavo con Lionel Hampton. Nel 1951 si fece prestare altri dieci dollari. L'anno successivo fu duro per me, mi toccò impiegarmi all'uffico postale. Una sera mi telefona Parker: "Mingus, ma che stai a fare alle poste? Vieni con me". Gli dissi che guadagnavo. Lui mi offrì 150 dollari a settimana. Accettai. Giunti al primo giorno di paga gli chiesi 165 dollari. Gli ricordai i vecchi debiti. Gli si rovesciarono gli occhi all'indietro dalla sorpresa. "Si, mi ricordo. E tu ti ricordi di quando ti prestai quindici dollari al Birdland"? (un fatto mai avvenuto). Decisi di fare la voce grossa. "Con gli straordinari, alle poste, guadagnavo quasi altrettanto, ed era un posto fisso. O mi paghi, o ti metto alla prova. Sarai anche famoso ma io ti prendo a calci nel sedere." Pagò.' - Charles Mingus

                                

 

 

 

 

Oggi (che però è già ieri...) è stata una giornata (in) Jazz. Sono andato a trovare un mio amico che scriveva per una rivista musicale. Costui ha ricevuto dalle case discografiche dischi, vinile e CD, ogni ben di Dio, in omaggio. Ha una discoteca, soprattutto per quanto riguarda il reparto vinile, da far venire un infarto invidioso (ma non malevole). Mi ha mostrato alcuni LP di Charlie Parker da anni “fuori catalogo”, incisioni già di per se ai tempi rare, d'importazione, di fortuna, live più o meno pirata, e ciò nonostante magnificamente (mono)suonanti (l'hi-fi è un di più, in certi casi). Abbiamo ascoltato diversi brani. Un disco in particolare mi ha esaltato. C'era scritto, in inglese: "date di incisioni incerte", etichetta “Everest”, formazioni varie: Bud Powell, Miles Davis, Kenny Dorham, ed il grande Fats Navarro, il leggendario trombettista prematuramente scomparso, che se fosse sopravvissuto il Jazz sarebbe stato ancora meglio di quanto ... più meglio di così si muore. Musicista sanguigno, grande bopper col sigillo di garanzia, mentre Fats lancia i suoi estroversi assolo verso il pubblico eccitato (è una registrazione live), contrappuntando il sax magico di Parker alla velocità della luce, quel "maligno" di un Miles entra in scena e con tutto il suo (pre)"cool" in corpo, rarefatto, laconico-lirico, senza un filino di vibrato, con una voce tagliente come una lama di rasoio, aternando al velocissimo ed "umoristico" Salt Peanuts le struggenti note di Embraceable You, innestando con Parker in un “duello” viscerale e poetico forse raramente eguagliato. Parker con la sua voce robusta e appassionata, lancinante, lacerante, viva-presente, volitiva, una cometa di luce e calore; Davis, "freddo" - misurato, calcolatore -, come l'argento della luna. Due universi opposti eppure così miracolosamente assieme, consonanti, complementari, compenetrati, è stato, durante l'ascolto, come uscire ed entrare senza soluzione di continuità dal fuoco al ghiaccio. Mi sono messo a sfogliare le pagine di "La leggenda di Charlie Parker" (un libro che raccoglie le testimonianze dirette, di primissima mano, dei grandi musicisti che suonarono con Bird, ed anche no, amici, impresari, gestori di locali, ecc) perchè avevo bisogno di rileggere per l'ennesima volta la testimonianza di Pietro Carbone:

‘Quella di Pietro Carbone è [era] una delle botteghe più inusitate e anacronistiche del Greenwich Village. Carbone è un artiginano rinascimentale: ripara e costruisce strumenti a corde. Da lui Charlie trovava rifugio in momenti agitati’

"Bird aveva radici profonde nel passato. Aveva l'istinto della tradizione, e adorava la musica antica che ogni tanto suonavamo in bottega. Si rendeva conto dell'esistenza di interi universi al di là della sua musica. Nel 1946 sentì di aver esaurito le risorse del suo strumento. Una volta, cullando il sax tra le braccia, osservò: 'In testa ho troppa roba per questo strumento'. Siamo stati amici quasi quindici anni. Nei primi anni '40 suonava al Village, allo Swing Rendezvous. Non dimenticherò mai la sua espressione estatica davanti alle lire, alle ghironde, alle cetre, ai flauti dolci e ai tamburi antichi sparsi in giro. A volte si sedeva tranquillo in un angolo e mangiava con gusto un pezzo di provolone, olive e vino. Il suo dio era Varèse; si incontrarono nella mia bottega. Da quel che ho letto di Paganini, della sua vita tumultuosa, della sua stregonesca abilità, di come era l'eroe del loggione, ho sempre pensato che Bird gli somigliasse molto." - Pietro Carbone

Se non fosse prematuramente scomparso, quegli "universi musicali" Bird li avrebbe forse esplorati. Nel frattempo però il '900 ha esplorato i suoi...

Postato da: GiuseppeMariani a 16:57 | link | commenti (2) |


Commenti
#1   11 Dicembre 2005 - 21:05
 
Bella cosa davvero che hai scritto Giusé, inaspettata, forse perché su Parker è difficile parlare, si rischia di dire sempre le stesse cose se si è troppo sinceri e appassionati, o almeno a me capita questo. Sono davvero incuriosito da queste incisioni "pirata" di cui parli.
Notato che ogni aneddoto che si racconta, sulla vita di Parker, nonostante tratti troppo spesso di episodi incresciosi o sgradevoli di per sé, finisce sempre con l'apparire tenero, ironico o addirittura poetico? Ma forse è solo la mia fantasia che me li fa sembrare così...è bene non togliere a Cesare quel che è di Cesare, brutture e dolore compresi, financo la morte. Bello scritto comunque, asciutto e in equilibrio in mezzo a tutti i possibili stati d'animo che simili confessioni possono evocare. Perché la tua mi è sembrata una confessione anche quando ti sei limitato a riportare le "fredde" parole dette da altri. Complimenti davvero. E mi hai ricordato di quanta gente c'è da ascoltare ancora e non ho ancora fatto, come Edgar Varése e altri ancora (...a proposito Fats "girl" Navarro è uno dei miei boppers preferiti, lo amo pure più di Gillespie, ma è come se non riuscissi mai ad ascoltare abbastanza roba su di lui e il Dorham assieme a Parker credo che sia una rarità), un universo di gente con la quale Parker sapeva essere in armonia, pur restando sempre un impenitente individualista. Cosa si può dire di uno così?
Vingenzo
utente anonimo

#2   17 Dicembre 2005 - 16:06
 
Grazie, Vincè! In effetti non è facile parlare di Parker dovendo evitare gli stereotipi e le consunte ovvità. Ho provato a metterla sul vago.., con un pizzico di autorenfenzialità. Però.., saranno anche luoghi comuni, aneddotiche.., ma leggere di due geni assoluti della musica di tutto il novecento che questionavano per manciata di verdoni... a me MI fa ammazzare dalla risate, ed anche mi suscita qualche tenerezza... E pensare che le "star" del rock, che avevano fregato la fiammella musicale a quei giganti morti poveri in canna, facevano soldi a palate. Piccola e fugace nota polemica...
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