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LADY VENDETTA
(Sympathy For Lady Vengeance)
L'impurto fascino della resa dei conti
Nei primi due film della “trilogia della vendetta” (“sentimento inutile e stupido … la mente resta ferma al momento del dolore … non vi è evoluzione, se non nella trasformazione fisica del protagonista durante la detenzione”, come dichiarato dallo stesso regista nella conferenza stampa su Old Boy), la narrazione scorre veloce, nell’azione fluida ed immaginifica, scaturita dall’”ossessione” violenta e primitiva per la “vengeance”, in modo spettacolare e visionario, solo in apparenza estraneo alle implicazioni “filosofiche”, etiche e morali, esplicitamente prospettate nell’ultimo capitolo conclusivo e della resa dei conti. E’ per tale ragione che LADY VENDETTA si profila più controverso e “rischioso” del tragico e tagliente Sympathy for Mr. Vengeance e del barocco, magniloquente e surreale Old Boy, nel riuscito tentativo di far confluire in quel comune punto della trasfigurazione e della catarsi i tre ambiziosi ed immaginifici racconti, distinti e tuttavia pervasi, pur nella ferina violenza, da un vibrante ed abbagliante afflato lirico: metafisica del dolore e del riscatto. Meno spettacolare dei precedenti film, LADY VENDETTA, in maniera tutt’altro che prevedibile e moralistica, conclude con ammirevole efficacia la trilogia, e dunque il travagliato percorso etico-morale e “mistico” di Geum-ja, l’”eroina” splendidamente interpretata Lee Young-ae. La quale, dilaniata dalla duplice ansia della vendetta e del perdono, trova nel peccato e nell’espiazione la via del riscatto e del superamento del sentimento violento e distruttivo. Straordinaria, in tal senso, è la sequenza finale della ritrovata purezza, nell’avvolgente candore dei fiocchi di neve che scendono copiosi sulle teste dei protagonisti (“la vita è meravigliosa”!), con l’”affettuoso” tema musicale composto da Cho Young-wuk, ad imitazione dell’occidentalissima aria “oratoriale”, o da cantata “da chiesa”, barocca (molto haendeliano, stradelliano, scarlattiano), che conferisce al quadro visivo un senso di patetismo e di trasognata poesia. Curiosa ed efficacissima, per contrasto – insieme ai vari accenni ai simbolismi della religiosità cristiana - la scelta di un leitmotiv classicheggiante, espressione dell’arcaico sentimento occidentale, in un’opera post-moderna ed “ufficialmente” distante dai succitati modelli di riferimento. Innegabile che tra le migliori proposte filmiche del globo terrestre, figurino, numerosissime, quelle che hanno il sapore d’oriente, ma anche aperte ai quattro venti, e Park Chan-wook si riconferma come uno dei massimi esponenti del cinema contemporaneo, non solo asiatico. Fin dai meravigliosi titoli di testa, appare evidente ed immutata, al confronto con le due precedenti opere, l’alta cifra stilistica e la densità dei contenuti, nonostante alcune stasi narrative ottimamente compensate dal senso del regista per la più pura, personale e sempre espressiva immagine filmica, per la potente costruzione visiva/visionaria, per la geometrica perfezione degli spazi e delle inquadrature, grazie anche alla magistrale, ardita ed enfatica - mai patinata o meramente virtuosa - fotografia di Chung Chung-hoon. Nelle rapidissime carrellate, nei rallentamenti, nelle accelerazioni improvvise della mdp, nei primi e primissimi piani dei volti degli straordinari interpreti, (una scelta mirata che rimanda all’inquadratura fotogenica del cinema classico: dreyeriano, bergmaniano, hitchcockiano, che scava nelle profondità della psiche umana e ben si sposa con gli accenti della tragedia classica), la narrazione procede, senza soluzione di continuità, in un crescendo misurato e contrassegnato dal senso del dramma e dello humor nero e macabro, dell’’ironia amara ed irridente. Memorabile la lunga, iperbolica sequenza
della vendetta collettiva, sorta di grottesco e barbarico rituale, di sacrificio del sangue immolato sull’altare di un’oscura “divinità” vendicatrice. Lo spettatore perde il conto del doppio piano del vero/falso (tragedia/farsa, finzione/realtà), dove il tutto diventa un unico possibile percorso della consapevolezza, nella negazione ed infine nella sofferta riaffermazione dei più fecondi e nobili valori umani. Grande artificio narrativo di una mente geniale e lucidamente bizzarra. Con un montaggio serrato che dispone ed incastra ossessivamente, “bunuelianamente”, sullo stesso piano, il passato ed il presente, senza transazioni narrative e visive, bandito l’abusato flashback, il sogno(ricordo) - che ha il sapore della vendetta - è più vivo, forte ed attuale della stessa realtà. Il passato convive e si (con)fonde drammaticamente con il presente, fin quando non sopraggiunge l’angelo - questa volta non “sterminatore”… - che consente anzi il passaggio all’altra sponda, forse della felicità e della libertà, in un finale pieno di robuste emozioni e - nonostante l’evidente ottimismo dell’autore, e dopo tanto sangue versato - solo apparentemente ingenuo e chiuso.
Già pubblicato in Cinemaplus
