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Brokeback Mountain
di Ang Lee
Leone d’Oro della 62 Mostra Cinematografica di Venezia, immeritevole di vincere l’ambito premio (strappato contro ogni aspettativa e pronostico di pubblico e critica, parere di chi scrive), sul film di Ang Lee grava una sorta di ingombrante diceria gonfiata ad arte dagli “specialisti” del gossip (para)mediatico, e che varrebbe la pena ridimensionare. Si è scritto che BROKEBACK MOUNTAIN è il primo film “western-gay”, mentre, gli anni ’60 del secolo appena trascorso (oltre al fatto che la coppia protagonista pascola greggi in montagna e non mandrie di mucche nelle verdi praterie coronate da aride rocce, meglio se asserragliate da minacciose “ombre rosse” sul piede di guerra…), stanno al genere western (solitamente ambientato nel secolo decimo nono), come le avventure dei “Cavalieri della tavola rotonda” stanno a “Quo Vadis?”. Si tratterebbe semmai di inquadrare correttamente la vicenda omosessuale nell’ambito di quella gretta e repressiva “provincia/frontiera” americana che ispirò ad alcune generazioni di registi pellicole d’ogni genere e valore, “contestatarie”, e non. Questione di poco conto, forse, ma viene intanto a cadere un’idea inesatta che avrebbe la pretesa di smontare la mitica figura del rude cow boy del west, di creare aspettative e “prurigini” che non hanno riscontro nella realtà dei fatti. L’omosessualità è invero ancora avversata - spesso in maniera meno eclatante ma più subdola ed ipocrita – nell’ultima e sperduta contrada del Texas, come nel locale progress della “grande mela”. Per restare negli USA.
Ciò premesso, l’esperienza dei due “pastori” del Wyoming raccontata da Ang Lee cavalcando l’onda modaiola, con i toni del melodramma sostanzialmente diligente, collaudato e piano, si presta ad una (re)visione/(ri)lettura appena curiosa, se non superficiale ed inerme. Varrebbe la pena ricordare che un tema del genere fu trattato - nelle sue “latenze”, in maniera ambigua ma più efficace - da film “classici” quali ULTIMA NOTTE A WARLOCK di Dmytryk, FIUME ROSSO di Hawks, dunque cinema popolare, senza contare l’”underground” LONESOME COWBOYS, di Warhol. Fatto salvo il buon mestiere che consente al regista di origine taiwanese di costruire un quadro filmico privo di smagliature e cedimenti evidenti (nonostante lo scadimento generale dei toni nella seconda parte), di mettere in scena, con iniziale efficacia e discrezione, il sentimento destinato tuttavia a regredire nella romanticheria accattivante e confusa (per fortuna al netto della lacrimuccia automatica, ma pur sempre a discapito dell’emozione turgida e persistente), l’ambizioso progetto tradisce un’irrisolta pretenziosità e mancanza di coraggio, a fronte di un tema sensibile sacrificato alla (garbata) logica dello spettacolo. La digressione finale colorata di “giallo”, c’è francamente sembrata un mezzuccio. Eccessivamente lungo (134 minuti spesso attraversati dalla noia), stiracchiato, stucchevole, con alcuni dialoghi e situazioni che sfiorano la comicità involontaria, il film è inoltre vecchio di girato. Senza possedere il carisma dell’originalità, le migliori inquadrature evocano pedissequamente gli archetipi del cinema di rottura, e di autentica poesia, della “badland” americana anni ’70, ’80, oramai sedimentati nell’immaginario filmico collettivo. Ciò vale anche per l’uso delle musiche, con la reiterazione dell’”obbligato” per chitarra ad imitazione dei più cupi e drammatici (ra)accordi di Youg nel DEAD MAN di Jarmusch. Una fotografia patinata, dalle forti tinte e contrasti, ritrae deliziosi squarci paesaggistici, i quali, più che sottolineare le emozioni e gli stati d’animo dei protagonisti, in una sorta di rappresentazione visiva degli stessi (basti pensare, ad esempio, ad UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA di Boorman, a CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! di Pollack, in cui tutto questo invece accade), diventano fondali inermi in funzione decorativa, a tratti suggestivi come un documentario “National Geographic”, nella peggiore delle ipotesi (non manca neppure il falò notturno un po’ new age) al pari di uno spot pubblicitario stile “Marlboro Country”. E’ il segno dei tempi. Di buon livello tutto il cast, comprimari (soprattutto loro) compresi.
Nelle sale, il 20 gennaio 2006
Già pubblicato in Cinemaplus
