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THE NEW WORLD
A due giorni dalla visione di quest’ultima perla rara di Terrence Malick (quattro film in poco più di trent’anni), il regista della lentezza dello sguardo e dell’”avarizia” - ma sapiente, coerente, geniale e luminoso -, la meraviglia seguita a danzare davanti ai miei occhi. Con immutata emozione, la mente non cessa di tornare su tematiche, scenari e significati raramente affrontati in maniera così potente e personale dal cinema di genere “avventuroso” (preso solo a pretesto), se non dallo stesso Terrence Malick, soprattutto ne La sottile linea rossa che presenta delle forti assonanze col nuovo film. La sequenza iniziale di THE NEW WORLD è di folgorante bellezza. Sulle solenni, magiche note che aprono in “crescendo” la prima scena dell’Oro del Reno wagneriano, la macchina da presa fluttua letteralmente sullo specchio delle acque che riflettono, come fugaci apparizioni, i volti/corpi felici degli indigeni (le tre figlie del Reno a guardia dell’oro), per poi posarsi, con una splendida panoramica, senza stacchi, sulle minacciose sagome delle navi inglesi (Alberico, il Nibelungo nano che guarda con avida cupidigia al “nuovo mondo” dell’incanto, al prezioso metallo del “potere” che ha il colore del sole). La musica, con le sue valenze poetiche, simboliche e psicologiche, si fa carico di espandere il già di per sé grandioso affresco visivo e narrativo. Esemplare la sequenza in cui l’ineffabile melodia dell’adagio mozartinano, ricorrente nel film, si fonde col gesto elegante ed aggraziato di Pocahontas – espressione alta della bellezza spoglia e “selvaggia” -, mentre mima le voci, il respiro, incarnandolo, dell’incontaminata natura. Lo stile pieno e lirico del regista resta immutato, riconoscibile tra mille altri; come il ritmo interiore, nella misurata, solenne e riflessiva lentezza, nei rapidi ed essenziali stacchi della macchina da presa che posa il suo occhio sui particolari e sull’insieme, dove ogni inquadratura, attimo, movimento, gesto, ombra e luce, possiede un’impareggiabile potere evocativo. Il “segreto” è nella regia imponente e visionaria, coadiuvata da una fotografia pittorica, espressione del sentimento; nelle solide tecniche “invisibili”, sapientemente assoggettate alle ragioni della forma e dei contenuti, del linguaggio, del rarefatto ed insieme geometrico impianto figurativo. Le analogie tra La sottile linea rossa e THE NEW WORLD vanno ricercate in quest’ideale continuità estetica e poetica; nella voce “recitante” fuoricampo, mai invasiva e didascalica, nella quale si condensano le riflessioni “filosofiche” ed i significati inespressi, o inesprimibili attraverso il semplice dialogo. La vicenda di Pocahontas è nota. Una storia d’amore impossibile tra la principessa della tribù indiana di Powhata, ed il capitano John Smith della colonia inglese di Jamestown, raccontata, o per meglio dire, affrescata con mirabile vigore ed esemplare pudore, evitando i luoghi comuni del sentimentalismo più vieto che infesta il cinema hollywoodiano d’assalto, degli effetti ed affetti speciali. Sullo sfondo si stagliano i magnifici scenari naturali della Virginia; gli indigeni con i loro usi, costumi ed abitudini di vita tribale e guerriere, riproposte con scrupolo filologico. La “love story” resta naturalmente uno dei punti centrali della più complessa vicenda filmica, ma lo sguardo di Malick si spinge oltre, interessato anche a mettere in scena i risvolti storici, antropologici, umanistici, culturali e politici. Pocahontas, nel suo doloroso percorso esistenziale, incarna il progressivo sradicamento delle popolazioni indigene soggiogate e costrette a sopravvivere alla devastante presenza dei coloni. Fenomeno che riguarderà l’intero, travagliato continente americano, nato sul genocidio indiscriminato dei suoi antichi abitanti. Malick affronta tali aspetti in modo tutt’altro che manicheo, ben attento a non chiudere su significati e messaggi scontati ed univoci, nonostante sia evidente da quale parte stia. La partita si gioca sulla vita e sulla morte, tra i cosiddetti civilizzatori ed i “selvaggi” che vedono minacciato il loro diritto alla vita, oltraggiata la bellezza, la purezza, la libertà, il diritto naturale di vivere nelle proprie terre, in armonia con la natura incontaminata. Ma poiché l’istinto belluino dell’essere umano e la sua sete di conquista sono inarrestabili, al più debole sarà concessa una sola via d’uscita: quella della resa incondizionata, dell’accettazione passiva di una civiltà altra e non di meno espressione dell’umano ingegno, di quelle istanze spirituali che spesso si trasformano in strumento di sopraffazione e morte. In tale complesso ed ambiguo scenario, nel quale Malick si preoccupa di suggerire più che mostrare le possibili varianti e soluzioni, la bella Pocahontas, con tutto il suo pesante fardello di dolori e gioie, restando pura ed innocente, diventa, fatalmente, l’emblema del nuovo corso della storia, del “Nuovo Mondo”, della nuova civiltà. Misurate, perfettamente in linea con lo spirito dell’opera, le prove attoriali.
Già pubblicato in Cinemaplus
