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Fateless - Senza Destino
Stanley Kubrick e Frederic Raphael (sceneggiatore di Eyes Wide Shut), parlano dei film sull’Olocausto. Kubrick … “Ok, e quali altri film hanno fatto?” Raphael “(sapendo benissimo che è a questo che vuole farlo arrivare) Beh, c’è Schlindler’s List)” Kubrick “E ti sembra un film sull’Olocausto?” Rapahel “No? E su cos’è?” Kubrick “E’ un film sul successo. L’Olocausto riguarda sei milioni di persone che vengono ammazzate. Schlindler’s List parla di seicento persone che non vengono ammazzate” (da Eyes Wide Open di Frederic Raphael – Einaudi)
Già pubblicato in Cinemaplus
Breve premessa, non per tentare un’improbabile quanto inopportuno raffronto diretto tra due pellicole diversissime tra loro, nonostante le incidentali assonanze, ma per meglio evidenziare, esemplificando, come il punto di vista di SENZA DESTINO - contrariamente a quanto c’è dato assistere nel film spielberghiano -, sia squisitamente interiore, antieroico, antiretorico, tutto coeso intorno alla figura del giovane protagonista e alle sue tragiche vicende, dunque idealmente e poeticamente più somigliante a Il Pianista di Roman Polanski. Realizzare un film sull'Olocausto è sempre un’impresa difficile e rischiosa, ma l’ungherese Lajos Koltaj, tra i più accreditati e prolifici direttori della fotografia (fedele collaboratore di Istvan Szabo: Mephisto, attivo nel cinema statunitense ed anche “fotografo” di La leggenda del pianista sull’oceano e Malena di Tornatore), al suo primo film come regista, vince la scommessa con un’opera di raro ed esemplare rigore formale e contenutistico. Il suo racconto si avvale di un impianto narrativo e figurativo dai toni misurati, ma potenti, evocativi, propri del cinema non aduso all’abusato effetto, alla spettacolarità fine a se stessa, all’ostentazione del sentimentalismo più accattivante e ricattatorio. Tratto da “Fateless”, il romanzo autobiografico di Imrek Kertèsz, premio Nobel per la letteratura (2002), SENZA DESTINO è la storia vera del quattordicenne ebreo ungherese Gyuri Nagy, il quale, deportato ad Auschwitz e Buchenwald, riuscirà a sopravvivere a quelle inenarrabili violenze, fisiche e morali, grazie anche alla solidarietà ed al sostegno di alcuni sfortunati compagni di “viaggio”, la maggior parte dei
quali non farà mai ritorno a casa. Eppure.., persino nell’inferno dei lager, in balia del destino, costantemente in bilico sulla sottile linea che separa la vita dalla morte, il sentimento umano riesce a trovare il modo di sopravvivere a tali disperanti atrocità, riconfermato, attraverso un doloroso percorso di trasfigurazione lirica, il valore centrale ed inalienabile della dignità umana. “Tutti mi chiedono dell’orrore, ma nessuno della felicità dei campi di concentramento”, recita a tale riguardo, la voice-off, filo conduttore della narrazione affidata allo stesso protagonista, alle ultime svolte del film. In un cast attoriale di primissimo ordine, il giovane Marcell Nagy eccelle nei panni del Gyuri. Il bel volto del ragazzo, coronato da una folta e riccia capigliatura, è lo specchio del sentimento e dell’orrore; prima della tragedia, e dopo, quando i residui sprazzi di vita - agonizzante in un corpo martoriato -, brilleranno solo nei suoi occhi, troppo grandi e profondi per un viso così smagrito e segnato dalle gravi privazioni e violenze subite. Con una straordinaria ed efficace economia di mezzi (tutt’altro che poveri o dimessi), forte di una solida sceneggiatura ben stratificata e
supportata da un montaggio lineare e perfettamente oliato, con un senso tagliente del dramma (tolto il “melo”), durante 128 minuti, neppure uno di troppo, il regista annichilisce lo spettatore, lo rende partecipe, lo induce a riflettere sugli orrori della barbarie nazista, in maniera se vogliamo inedita, di sicuro personale, con ammirevole lucidità ed onestà intellettuale, con vivo e penetrante realismo e profondo senso della poesia, in sintonia con lo spirito del testo letterario. Il gesto, i piccoli atti quotidiani in quelle disperanti condizione di (non) vita, come il litigarsi con un compagno di sventure una ripugnante zuppa e delle bucce di patate marce – estremo, bestiale, e pur tuttavia
inequivocabile segno di attaccamento alla vita -, contano e significano molto di più delle parole e dei dialoghi. Di Gyula Pados, la fotografia dai colori saturi, virata in seppia, ricca di contrasti e controluci, rende pienamente il senso d’estraniamento ed isolamento che si voleva rappresentare, il tragico livore che attanaglia le scene ambientate nel lager. Le melodie composte da Ennio Morricone, che qui riconferma il suo grandissimo mestiere, sottolineano mirabilmente gli stati d’animo, l’intera gamma dei sentimenti, attenuando le crudezze delle scene più dolorose ed efferate, accentuando lo slancio lirico nei momenti di patetismo e catarsi. Koltai non chiude sulle retoriche, sulle morali univoche e canoniche sempre in agguato ove si affronti un argomento complesso e impegnativo come l’Olocausto. Al contrario, e ciò impreziosisce maggiormente l’opera, SENZA DESTINO rimane aperto ad una molteplicità di riflessioni e contenuti, in maniera magari controversa, se non anche (auto) critica - “Eravamo noi il DESTINO” -, ma tutt’altro che scontata e definitiva.
