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Belli e "invisibili"
SWING di Tony Gatlif
Un po' perchè l'ho rivisto l'altro giorno, un po' perchè queste "memorie" mi fanno venire le nostalgie, vorrei parlare di un piccolo gioiello filmico che visse da noi - come tutte le più belle cose - un giorno solo, come le rose...

Nel campo degli zingari stanziali d’Amburgo, sboccia un tenero amore tra dodicenni: un borghese, biondino e sensibile, amante della musica del grande Django Reinhardt, e Swing, una deliziosa “gitanita morena”. Il ragazzo è in cerca di un maestro che gli insegni a suonare la chitarra (sarà Miraldo, interpretato dal favoloso chitarrista gitano Tschavolo Schmitt, che nel film suona da dio). Fiumi e boschi si riflettono nella malinconica profondità degli occhi di Swing, incantevoli come il suo sorriso. Con lo zio Miraldo, svelerà al ragazzo l’antico segreto di un mondo ricco di musica e di sogni, di natura, permeato da un potente anelito di orgogliosa libertà. Si ascolta musica gitana con momenti d’autentico pathos, o, per meglio dire, d’intenso “duende”, senza mai scadere nel folkloricismo manierato e ruffiano. Affascinante sul piano visivo, le immagini si colorano di rosso: rosso fuoco, nelle notti in festa; rosso sangue, nel devastante, visionario "momento della verità", dopo un andamento narrativo dai toni quasi elegiaci e sognanti ed una regia discreta e misurata. Struggente il finale, e tristemente vero. La musica non funge da colonna sonora ma esprime, al pari delle immagini e delle parole, la natura sensibile, nostalgica, dolorosa, rassegnata, orgogliosa, vitale, intelligente, di un popolo e di una cultura che noi “occidentali” civili, colti e letterati, abbiamo perseguitato durante i secoli, e che ancora oggi emarginiamo. E per pura e semplice intolleranza etnica, per razzismo intellettuale, per ignoranza soprattutto. Forse anche perché un po’ li invidiamo quegli zingari fabbri, allevatori di cavalli e musicisti, fanfaroni e senza "potere". Liberi.

