Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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venerdì, 17 febbraio 2006

LA CONTESSA BIANCA di James Ivory

 

 

 

L’iconografia patinata di James Ivory, indiscussa vestale del formalismo manierato e calligrafico, è riconoscibile fin dai titoli di testa di LA CONTESSA BIANCA. “Un bal: reverie, passions”; la musica (tutt’altro che nei “fantastici” paraggi di E. Berlioz) da “foglio d’album” ottocentesco accarezza le nostalgie di una nobildonna russa finita in disgrazia, vittima della rivoluzione bolscevica. Esiliata nell’esotica e cosmopolita Shanghai del 1936, al tempo delle crudeli invasioni nipponiche, la donna è costretta a sbarcare il lunario esercitando l’umiliante professione d’“entreneuse”, all’occorrenza prostituendosi, in locali di dubbia fama. Romantica, affascinante e mite eroina d’altri tempi, vedova con marmocchia e parenti-serpenti a carico, la contessa Sofia (Natasha Richardson) pone rimedio alla sua tormentata e misera esistenza grazie alle disinteressate attenzioni dell’eccentrico Jackson (Ralph Fiennes), un ex diplomatico americano non vedente, molto stimato in loco. Costui la vuole come “star” di grido nel locale dei suoi sogni, La contessa di Shanghai – omaggio al titolo nobiliare ed al candido fascino della donna -, destinato a diventare uno dei più esclusivi della città. In quella sorta di paradiso terrestre, metafora di una cecità interiore, oltre che fisica, il tempo trascorre tra romanticherie e nostalgie varie ed assortite, fumisterie filosofiche da romanzetto d’appendice, champagne e cabaret, musiche esotiche, drink and jazz, mentre la guerra bussa alle porte e il mondo, le vite e i sentimenti dei protagonisti cadono a pezzi, nell’egoistica indifferenza dell’uomo. Fino a quando… Dopo venti minuti circa di proiezione il film inizia ad imbarcare acqua; a trenta è in procinto di affondare; verso i quaranta, si è definitivamente inabissato. Restano ben novantacinque minuti - la durata di un (vero) film! - ai quali non ci sottraiamo per dovere di cronaca, rassegnati a sopportare il “terribile moscone della noia”. Il fuoco dell’inferno brucia meno delle gelide forme che si stagliano in quella sorta di limbo filmico di disperante “biancore” e d’inamovibile, piatta, vacuità. Non c’è verso di sfogare (nemmeno) in pianto (per chi abbia nelle ghiandole lacrimali il punto della sua migliore sensibilità), né di provare robuste emozioni. Basato sulla sceneggiatura originale di Kazuo Ishiguro - lo scrittore giapponese già collaboratore di Ivory in “Quel che resta del giorno”, riadattato per lo schermo il suo omonimo romanzo -, LA CONTESSA BIANCA è un vuoto e tedioso esercizio di stile, un’oleografia manierata e decorativa in una cornice di gran lusso. Leccata al punto giusto, alla maniacale perfezione formale della messinscena (fotografia, location, musiche, direzione degli attori), per non parlare della banalità dei dialoghi (contributo nefasto del doppiaggio a parte), corrisponde una caratterizzazione dei personaggi decisamente superficiale che spinge gli interpreti, abbandonati a se stessi, a recitare sopra le righe, a tratti in maniera imbarazzante e grottesca. Tutt’altro che convinto e convincente, ciò vale particolarmente per Finnes che si rivela capace di trasformare in caricatura un personaggio assai complesso ed interessante, perlomeno sulla carta. In un clima espressivo così carente, o per meglio dire soffocato da un’estetica minuziosa ed ingombrante, dunque fine a se stessa, nonostante le ambizioni di uno script aperto ad una molteplicità di tematiche (l’esistenza, l’amore, la nostalgia, l’amicizia virile, la lealtà, la guerra, la politica, il pregiudizio…), i contenuti ed i “significati” si sfaldano e scadono in siparietti d’innocue romanticherie, in sterili e prevedibili aneddotiche, in aridi pistolotti morali e sentimentali. Inespressivi oltre misura, ai margini della vicenda, tra i comprimari scorgiamo la grande, straordinaria Vanessa Readgrave, per una manciatina di secondi, in una comparsata “fantasmifica” meno che marginale ed insignificante, appena degna di una “generica” qualsiasi. Eppure, nella locandina ufficiale, il suo nome è posto ben in vista, affiancato ai nomi degli interpreti principali.

 Già pubblicato in Positif

Postato da: GiuseppeMariani a 11:32 | link | commenti (6) |


Commenti
#1   17 Febbraio 2006 - 16:12
 
Confermi sempre le mie impressioni intuitive, ricavate dai trailer. "Match Point" l'hai visto?
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#2   18 Febbraio 2006 - 01:32
 
Essì, credo proprio che le tue traileresche impressioni siano giuste. ;-) Non ho visto Match Point, un po' per mancanza di tempo, un po' perchè, come immagino saprai, con Allen ho poco feeling. Ne ho sentito parlare nel complesso bene. Se lo hai che pensi?
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#3   20 Febbraio 2006 - 10:50
 
Suggestivo e avvincente. Con un buco di sceneggiatura grosso come una casa.
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#4   22 Febbraio 2006 - 01:15
 
Allora quando andrò vederlo mi porto qualche cariolata di mattoni e di stucco per muri... ritieni che possa bastare o serve un camion con rimorchio? ;-)
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#5   22 Febbraio 2006 - 13:00
 
Beh, il buco non fa crollare la casa. Nella carriola, ficcaci un po' di sospensione dell'incredulità, e ti godrai un film tra i suoi migliori. Il dubbio morale è spinto ad alti livelli, indubitabilmente.
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#6   24 Febbraio 2006 - 14:07
 
Apprezzo molto il cinema in e della "sospensione", anche con buchi di scrittura. L'incredulità non è figlia della perfezione, anzi... e la letteratura è solo un punto di partenza, nell'arte delle immagini. Seguirò il tuo consiglio, Lorenzo, tempo permettendo andrò a vederlo, anche perchè, ebbene si, confesso, la Johansson mi miace mica poco! La cariola (una sola "r", alla romana) la porterei comunque, vuota, visto mai dovesse servirmi per uno scopo che al momento mio vegogno di dire... ;-)
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