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TRUMAN CAPOTE - A sangue freddo
di Bennett Miller
Già pubblicato in Cinemaplus
Truman Capote è uno scrittore di buona fama, noto nell’ambiente del jet set newyorkese per le sue eccentricità e frivolezze, quando, nel 1959, legge un articoletto del New York Times su un assassinio multiplo avvenuto in una remota contrada del Kansas. La stampa si occupa spesso di simili storie d’ordinaria follia, ma lo scrittore resta colpito dalla particolarità di quel crimine. Interessato ad approcciare al fatto di cronaca con gli “strumenti” del romanziere, ottiene dal capo redattore del The New Yorker il permesso di occuparsi del caso. Accompagnato dall’amica/collega Herpes Lee (premio Pulitzer per “Il buio oltre la siepe”, romanzo dal quale Robert Mulligan trarrà il bellissimo, omonimo film), Capote si reca sul luogo del delitto per indagare anche sull’impatto che la vicenda ha avuto sulla piccola comunità rurale di Halcomb, guadagnandosi, con la bizzarra ma diretta vivacità dei suoi modi, la fiducia dell’agente investigativo, degli amici delle vittime e degli stessi assassini: prima in un fugace approccio, ed in seguito durante l’intero iter processuale, allorché instaura con Perry Smith – uno dei due rei confessi condannati a morte – un rapporto controverso e lacerante. Le affinità tra lo scrittore e l’omicida sono rintracciabili nei rispettivi trascorsi esistenziali, nelle traumatiche e dolorose esperienze infantili, nella nevrotica ed ambigua tensione psicologica ed intellettuale che spingono Capote ad interessarsi al ricorso giudiziario, al fine di evitare che la pena capitale sia eseguita. Da quel “privilegiato” ed insieme conflittuale punto di osservazione, diventa difficile per lo scrittore gestire gli scrupoli morali, l’etica professionale, la generosità, l’amicizia, la prospettiva di un successo letterario annunciato, il cinismo (apparentemente o realmente colpevole?) che lo spinge ad abbandonare, in ultimo, i due detenuti al proprio destino di morte. Ogni rinvio dell’esecuzione mette a dura prova l’equilibrio di Capote, costretto a rimandare ulteriormente il capitolo conclusivo del suo romanzo: “A Sangue Freddo”, acclamato capolavoro della letteratura americana degli anni ’60, risultato di un’indagine giornalistica, sorta di viaggio d(n)ella psiche che, in ultima analisi, diventa una ricerca del sè riflesso in una tragica ed insieme affascinante avventura, nella persona “gemella” incarnata da un killer (“E’ come se io e Perry fossimo vissuti nella stessa casa” – cit). A vicenda conclusa, non a caso, Capote cadrà in uno stato di depressione (Il momento in cui Truman riesce ad ottenere tutto quello che ha sempre voluto, coincide con l’inizio del suo inarrestabile declinio” – cit). Al suo primo lungometraggio, Bennett Miller (pluripremiato autore di documentari e di spot pubblicitari), si limita a raccontare un segmento della vita del protagonista; dunque Truman Capote – A Sangue Freddo, non è un film biografico, sebbene la figura dello scrittore americano ne esca a tutto tondo, grazie alla solida sceneggiatura (un adattamento di Dan Futterman del libro biografico di Gerald Clarke: “Capote”) dalla quale traspaiono, tra le pieghe di un appassionante e variegato tracciato narrativo, gli aspetti più salienti della sua parabola artistica ed esistenziale. In un film complesso, che ha molto da dire, dove i personaggi contano più delle vicende narrate, alcune circostanze e tematiche (la doppia faccia di un’America che rincorre il felice sogno del successo e del perbenismo, e che pure cela nel suo tessuto connettivo ampie sacche di violenza, di frustrante emarginazione, di sradicamento umano, sociale e culturale) appena sfiorate e lasciate ai margini del flusso narrativo, acquistano tuttavia importanza e spessore nel gioco d’insieme, grazie alla rigorosa e puntuale messinscena che consente allo spettatore di rintracciare le tessere di un ricco e compiuto mosaico, meno abbozzato di quanto non appaia ad una visione superficiale. La regia di Miller evoca gli archetipi del cinema classico, del film-inchiesta dai toni asciutti, misurati, quasi distaccati, e rifugge ogni forma di spettacolarità in eccesso, riducendo ai minimi termini le valenze melodrammatiche. L’impianto figurativo, pittorico nelle
statico-liriche inquadrature del paesaggio campestre ed urbano, le livide atmosfere ottenute con le più cupe gradazioni del grigio, del marrone, del verde, contribuiscono ad esaltare con esemplare naturalezza il carattere severo della vicenda. Le musiche “minimaliste” per pianoforte ed archi del grande compositore Mychael Danna (collaboratore di autori importanti quali Atom Egoyam, Ang Lee, Istvan Szabo, Terry Gilliam, Mira Nair), sottolineano con rara efficacia e discrezione i passaggi filmici più sensibili e toccanti. In un cast di ottimo livello, in cui spicca il bravissimo ed intenso Clifton Collins Jr. nei panni di Perry Smith, la parte del leone la fa naturalmente Philip Seymour Hoffmann, in perfetto stato di grazia, semplicemente magico nel ruolo di Truman Capote, ben oltre l’impressionante somiglianza fisica con lo scrittore. Già vincitore di un Golden Globe e in corsa per gli Oscar come miglior attore protagonista, Hoffman si riconferma grande interprete, uno dei migliori dell’intero panorama cinematografico mondiale. Si tratterebbe di ascoltare la vera voce dell’attore per stabilire fino a che punto il doppiaggio (sempre e comunque penalizzante) abbia enfatizzato, e/o caricaturizzato la già di per se eccentrica e frivola parlata di Hoffman/Capote.
