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JARHEAD di Sam Mendes
Noia nel deserto
Innegabile che una considerevole porzione di cinema contemporaneo sia votata al “citazionismo”, rielaborati e riscritti in maniera personale gli archetipi di un passato prossimo/remoto, quale segno di una felice continuità con le invenzioni, i linguaggi e i significati universali di un’arte che (come ogni altra forma d’arte) “copia” sempre se stessa e che sempre si rinnova. E’ altrettanto vero che la pedissequa riproduzione dei frammenti filmici, e/o di intere scene e sequenze, in assenza di un progetto evoluto e contraddistinto dall’originalità, finisca per mascherare il ristagno delle idee.
Tratto dall’omonimo bestseller autobiografico di Antony Swofford (un giovane Marine americano reduce della prima Guerra del Golfo) e diretto da Sam Mendes, JARHEAD è, esemplarmente, il film del rimescolamento delle carte, in un gioco scontato e prevedibile, sul fronte delle intenzioni, degli sviluppi e degli esiti “citazionisti” che, quantunque dichiaratamente omaggianti, rappresentano il fine e non il mezzo della messinscena. Non convince pertanto il furbo espediente di un autore sopravvalutato che al fine di giustificare l’operazione “cito, ergo sum”, fa leva sul presupposto che: “ogni guerra è diversa, ma tutte le guerre alla fine sono uguali”. Innegabile, condivisibile e scontato, ma, a scanso d’equivoci, varrebbe la pena ricordare che tale “formula” non funzionerebbe se applicata alla parola film. JARHEAD è un “bignami” cinematografico, una serie di parodianti variazioni sui molteplici temi presi pretestuosamente in prestito da una mezza dozzina di pellicole d’annata: lungometraggi e documentari, di e sulla guerra. La citazione (la storia del cinema insegna) dovrebbe limitarsi al flash, alla battuta, al rimando/riferimento visivo e narrativo saliente e pur tuttavia transitorio, suggerito, mai ostentato, mentre il film di Mendes (che si prende troppo sul serio), inizia con una lunga, clamorosa, incomprensibile ed insensata scopiazzatura (nel senso letterale del termine) di Full Metal Jackett. Nel mezzo, i rimandi alle opere belliche di Cimino, Coppola, Fuller, Malick, Kubrick, si accavallano senza soluzione di continuità. Non si bada a spese in questo bislacco e pretenzioso calderone delle ovvietà. C’è la sospensione filosofica ed esistenziale nell’estenuante attesa di un nemico invisibile, se non come miraggio (ma non è il deserto dei Tartari, nè
quello d’Arabia); l’intenzione “metafisica” in una sequenza notturna attraversata da bagliori infuocati (psichedelie degli anni ’70 in vendita al miglior offerente nei mercatini dell’usato), che scade nella comicità involontaria, allorché, tra i pozzi petroliferi in fiamme (sorta di herzogiana tempesta nel deserto), fa la sua apparizione un cavallo (di tarkowskiana memoria) imbrattato di petrolio, prontamente rassicurato da un Marine che gli sussurra, con fare assai partecipe: “non ti preoccupare, passa presto”. Il collante di tali ridondanti e mal assortiti siparietti non è dei più tenaci; tolto ciò che è di troppo, e l’indebito, emerge una struttura narrativa debole, vieta e misera, che fa il paio con l’ambizioso progetto figurativo diligente ma scontato, incapace di evocare le profonde e durature suggestioni, i sapori e i “misteri” che hanno le cose (quasi) mai viste. Quel che resta del film è la goliardia da fronte militare, della peggior specie, battuta(ccia) stereotipata e di facile presa, quadretto patriottico-moralistico, tragicomico, patetico, melodrammatico. Una saga delle banalità. Il tutto, ad imitazione di un grande patrimonio filmico saccheggiato e involgarito con spregiudicata e goffa superficialità.
Gia pubblicato in Cinemaplus
