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TORREMOLINOS 73 di Pablo Berger
Amanti per vocazione, pornografi per necessità.
Vincitore di nove premi in vari Festival Intenazionali (tra cui il Malaga Spanish Film Festival: miglior film, miglior regia, migliori interpreti), con altrettante nomination all’attivo, questo delizioso film di Pablo Berger, al suo debutto nel lungometraggio (a dire il vero un po’ datato, fu prodotto nel 2002), è un’ulteriore conferma di come il cinema ispanico sia in grado di armonizzare i toni della commedia leggera e sentimentale e il dramma sociale e individuale, non rinunciando a quella ricorrente (ma non consunta), immaginifica e leggera vena d’ironia e d’humor “negro” che risente, senza abusarne, della lezione almodovariana.
Già pubblicato in Cinemaplus
Ambientato nella Spagna franchista e bigotta degli anni ’70, ispirato ad un fatto realmente accaduto, TORREMOLINOS 73 racconta la storia di Alfredo López (Ja-vier Cámara, l’indimenticabile Benigno di Hable con Ella), venditore di enciclopedie a domicilio in crisi lavorativa, e di sua moglie Carmela (Candela Peña, attrice molto apprezzata in Spagna), una parrucchiera che, causa le umilianti ristrettezze economiche familiari, è costretta a rimandare il suo agognato sogno di maternità. E’ per tale ragione che la coppia, spinta da necessità, superata l’iniziale reticenza, accetta la proposta di realizzare dei filmini erotici in Super 8 fatti in casa e destinati, con la scusa di una falsa “enciclopedia della riproduzione nel mondo”, al mercato scandinavo. Alfredo s’improvvisa operatore dilettante con qualche talento, la consorte pornodiva di successo, fino a quando non viene loro proposto di girare un vero film, con tanto di troupe tecnica e cast attoriale, Carmela come “star”, scritto e diretto dallo stesso Alfredo. Il quale ha nel frattempo maturato una passione per il cinema e per Ingmar Bergman. Il film, intitolato “Torremolinos 73”, da realizzarsi nell’omonima città balneare spagnola (sogno mondano della piccola e grigia borghesia ispanica dell’epoca), prevede un’esilarante sceneggiatura porno-kitsch/edwoodiana, ispirata al cinema di Bergman. Il clima di quella promettente esperienza viene turbato allorché… Caratterizzata da un umorismo discreto ed insieme pungente, quest’insolita, bizzarra e originale opera prima
all’agrodolce ha i suoi punti di forza nella solida sceneggiatura, e in ciò che si rivela un vero e proprio scavo interpretativo affidato alla straordinaria coppia Cámara/ Peña, coadiuvata da comprimari di gran classe (menzione speciale per Juan Diego, nei panni di Don Carlos, gloria sempreverde del cinema spagnolo: Los Santos Inocentes, memorabile pellicola Mario Camus), oltre che da bravi caratteristi. Film sul cinema, dentro il cinema, autentico omaggio al cinema, le sequenze parodianti l’immaginario bergmaniano de Il settimo sigillo, Il posto delle Fragole, Il Silenzio, nella loro fragrante e divertita “ingenuità”, hanno qualcosa di spiazzante e commovente, una suggestione che riconduce a “l’amante menguante”, l’interludio almodovariano di Hable con Ella (2001). L’”occhio” della mdp, è stato spesso preso a simbolo di un’”ossessione” filmica: filosofica, documentaria, iconoclastica, voyeuristica. L’occhio vertoviano, bunueliano; l’occhio che uccide, poweliano; l’occhio alexiano, hitchcockiano, depalmiano, felliniano… Nel film di Pablo Berger vi è un ulteriore omaggio al cinema, ad un cinema sedimentato nel miglior immaginario di alcune generazioni di spettatori, al wylderiano/vonstroeimiano “occhio che ama”. Ma in questo caso non si tratta uno sguardo patetico gettato su
un fatale tramonto, bensì di un’alba a lieto fine, priva di lacrime e con molta ironia. Un gran colpo d’ali del regista che in questo pre-finale (ci fa) vola (re) davvero alto. Il film è anche uno sguardo sulla Spagna della transizione, desiderosa di affrancarsi dalla dittatura franchista. Forse a causa di una compressione dello script, tale aspetto non viene posto in primissimo piano, e pur tuttavia il ritratto generazionale di quei primi anni del 1970 emerge dalle pieghe del narrato, dalla caratterizzazione dei personaggi, dall’intera vicenda: metafore di una realtà più suggerita (ottimo modo per eccitare l’immaginazione del pubblico), che mostrata. Dialoghi brillanti ed acuti, bandita ogni volgarità di risulta – pur nella scabrosità del soggetto e di alcune sequenze -, con TORREMOLINOS 73 non si ride a crepapelle, ma si sorride, dentro, con piacere ed allegria, a tratti con quel retrogusto amarognolo che esalta maggiormente il sapore di una messinscena ben progettata ed ancor meglio filmata.
