Alphaville
Ammazza la vecchia...
Associazione Massimo Urbani
BaronDavis5
Breaking News
Cinedrome
cinemadadenuncia
Cinemaplus
cineoblio
Dèsordre
FANTASMI E(T) MEDICINE
Filmeo
Forum di FilmUp
Forum di PGM
Il cinema secondo me
jommy77
L'anima nera della rete
L'antro della streghetta più meravigliosa del web
La tomba dell'onore
Lo Scorpione
mistyjazz
Night Of The Living Cats
Obsesiones
paris mushrooms
Piacere Cinefago
Positifcinema
sonatineofabyss
Stilgar
thegoryavenger
Ultracinema-blog
Un "marinero" per tutte le stagioni
Xanadu

Nome: Giuseppe Mariani
Un passante.
Onora il padre e la madre
La morte sospesa
La famiglia Savage
American Gangster
Paranoid Park
Festa del Cinema di Roma - II edizione
Il Flauto Magico
Shadows
L'Ultimo re di Scozia
Blood Diamond
Une femme marièe
The Prestige
Dopo il matrimonio
Il labirinto del fauno
I figli degli uomini
L'amico di famiglia
nuove minacce alla libera informazione
Una profezia in versi (Alberti)
World Trade Center
La commedia del potere
The Black Dahlia
Belle Toujous
Hei yanquan
Le colline hanno gli occhi
63. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
I guerrieri della notte
A volte ritornano
13-Tzameti
Inside Man
Un giorno per sbaglio
Moolaadè
La Terra
Torremolinos 73
Jarhead
Truman Capote
La contessa bianca
Intervista a Carlos Reygadas
The door in the floor
Battaglia nel cielo
Orgoglio e Pregiudizio
Lettere di Mozart
Auguri Mozart
Swing di Tony Gatlif
Olocausto
Fateless - Senza Destino
Wilson Pickett- In memoria
Shelley Winters - In memoria
Red Shoes
The New World
Brokeback Mountain
Lady Vendetta
King Kong
Memorie di una geisha
Bird, Charles, Fats & Miles
Incontri col cinema asiatico-II
Premio a John Boorman
Incontri col cinema asiatico- I
La marcia dei pinguini
Los Olvidados
Fantasticheria terza
Alain Delon
Intervista a Roman Polanski
Flightplan
Oliver Twist
Tutte le mattine del mondo
Intervista a Wes Craven
Red Eye
E' morto Sergio Citti
Sinfonia d'autunno
La fabbrica di cioccolato
Genesis
Tenco inedito
La damigella d'onore
Espelho Magico, di Manoel de Oliveira
O Fatalista, di João Botelho
Mary, di Abel Ferrara
Un po' di gossip
62° Festival di Venezia
Su Dogville
20 centimetri
Alice ou la dernière fugue
Bitches Brew
Umbria Jazz
Pesi & Misure
Il delirio di Narciso
Land of the dead
Enrico Ghezzi
Poe
Sulla mia pelle
Il Mestiere delle armi
Toro scatenato
Fantasticheria (II)
Clean di Oliver Assayas
Exils di Tony Gatlif
Cronaca di un'anteprima
Fantasticheria (I)
La storia del cammello che piange
maghettablog in Onora il padre e la ...
oggi
febbraio 2008
ottobre 2007
giugno 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
visitato *loading* volte
LA TERRA di Sergio Rubini
Eccezione fatta per alcune coraggiose opere di autori in controtendenza, indipendenti e non, senza dimenticare le vecchie “glorie” ancora in grado di stupire con il loro collaudato mestiere, non c’è miracolo che giunga a scuotere il cinema “mainstream-istituzionale” italiano dallo stato di crisi cui versa da alcuni lustri. Votato alla rappresentazione di realtà “nostrane”, nella storia “impegnata”, sentimentale, rural-popolare o radical-chic borghese, nel dramma e nel comico, negli inamovibili ed ostentati luoghi comuni dell’approccio psico-socio-politicistico di castrante provincialismo, alla nostra cinematografia manca quell’ampio respiro che trasfigura e universalizza contenuti e messaggi. Per ri-tentare la scalata verso il cinema dei maggiori fasti che un tempo ci apparteneva (allo stato, sarebbe illusorio attendersi il ritorno dei vari Fellini, Visconti, Ferrei, Pasolini…) occorrerebbe forse recuperare il piacere per il film di genere, magari “minore”, in cui si era maestri, e che, nonostante alcune ingenuità e il basso costo (che aguzzava l’ingegno), si riscattava sul piano dell’invenzione, spesso alta, con storie che spaziavano tra gli ambiti più disparati, senza l’ansia del “messaggio” univoco e della piccola morale, ad ogni costo, come una cambiale da pagare a fine mese. In affanno in patria, il cinema italiano vende poco all’estero.
Già pubblicato in Positif
Il film di Sergio Rubini, non è un sasso lanciato nello stagno, bensì un’esigua scorta d’ossigeno, del tutto insufficiente per rianimare un panorama cinematografico così asfittico, che basta appena allo spettatore pagante per assolvere la visione senza troppo annoiarsi. LA TERRA (non quella promessa), ben lungi dal rappresentare l’agognato miracolo, nonostante qualche buona invenzione, non si discosta dagli stanchi cliché del cinema nostrano. Non vi è traccia - se non negli archetipi involuti ereditati da quel cinema - delle opere di Germi, di Pietrangeli, di Damiani, di Petri, di Rosi, autori che raccontarono la Nazione, la politica, la criminalità, il dramma sociale ed esistenziale, individuale e collettivo, tutto questo ed altro ancora, in maniera vibrante, potendo contare su soggetti di strettissima attualità e di primissima mano, su solide sceneggiature, su interpreti straordinari e su realizzazioni memorabili entrate a far parte del miglior immaginario filmico comune. LA TERRA è un rimescolamento di “generi”, articolati su piani narrativi distinti e nelle intenzioni complementari, ispirati a molteplici fonti letterarie e filmiche. I toni urlati della tragedia classica, le ruvidezze incidentali da “spaghetti western”, le grossolane suggestioni del verismo rural-verghiano, quello della “roba”, il rituale religioso folclorico-funerario, e - si dice in giro - l’immaginario pirandelliano, dostoevskijano, coppoliano (Il Padrino), si fondono con il noir “sociale”. A fronte di una scrittura poco coesa ed amalgamante (alcune forzature narrative diventano ridondanti pretesti per inscenare lo stucchevole siparietto sentimentale sulla spiaggia e - cosa che non ci ha per nulla contrariato - mostrare l’immancabile nudità al femminile), lo scollamento tra le ragioni del cinema dell’impegno e quelle del cinema di genere, appare in tutta evidenza. Ve ne sarebbe per tutti i gusti, ma, nell’approssimazione dei tracciati narrativi, nella messinscena zoppicante e trasandata che usa ed abusa del flashback, il risultato è il solito ibrido all’italiana. Il dramma è di grana grossa, da fiction televisiva, al pari dei dialoghi pieni di retorica e a tratti grotteschi, in una rappresentazione urlata e priva di mezzi toni; il thriller perde quota, nel debole gioco della suspense, per lo scarso appeal, nell’incredulità che pervade lo spettatore nel momento in cui intuisce con largo anticipo l’identità dell’”assassino”. Si fa presto a dire Hitchcock, e si vuol dirlo a tutti i costi, allorchè il fantasma di Bernard Herrmann quasi si materializza nelle musiche di Pino Donaggio, fin dai titoli di testa e nella scena iniziale in cui risuonano, con smisurata enfasi, le parossistiche note ad eccessiva imitazione del tema di Psycho. Le intriganti ed infiammate premesse di una vicenda in nero, che promette laceranti contrasti tra “fratelli” (mancava all’appello Ferrara), in una famiglia allo sbando che cerca di ritrovare la perduta concordia, superando gli egoismi, il senso del possesso e le pressioni della malavita, si spengono nel finale accomodante e stucchevole, apertamente, prevedibilmente morale, come spesso accade nel cinema italiano. Sergio Rubini (a suo dire ancora legato alla nativa Puglia non per questioni materiali o per specifici interessi, ma come luogo della memoria) si ritaglia il ruolo di un torvo ed inquietante “boss” malavitoso locale che interpreta con sorprendente e misurata bravura (peccato: braccia rubate all’agricoltura, avrebbe detto il nonno). Stucchevole il resto del cast – “caratteristi” nel senso riduttivo del termine -, alle prese con personaggi tratteggiati in modo rigido, schematico, ai limiti della caricatura.
