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Un giorno.., per sbaglio ma non troppo.
Vite da provincia “altoborghese” che scorrono apparentemente felici, mentre la noia e l’insoddisfazione marcano il tempo delle buone maniere, delle riunioni altolocate e del cricket, tra menzogne(tte), ipocrisie, tradimenti e un delitto. Involontario, quest’ultimo, ma pur sempre frutto di quel tono di sorda e stravagante esuberanza “esistenziale” che soltanto i pochi privilegiati che abitano “las casitas del barrio alto” possono permettersi. Non manca dunque nessun elemento: il fantasma di Claude Chabrol si profila nel retro-scena. Viene spontaneo chiedersi qual piega avrebbe preso la vicenda, il film stesso, in mano al vecchio leone della “chirurgia” filmica, se la verde ed amena campagna, teatro delle vicende narrate, anziché londinese fosse stata francese, magari con l’ispettore Lavardin al posto di un detective qualsiasi a condurre l’indagine. Curiosità scioperata e meramente speculativa, poiché Un giorno per sbaglio è la storia scritta e filmata da Julian Fellowes, attore, scrittore cinematografico e televisivo del Regno Unito, vincitore di un Oscar per la sceneggiatura di Gostford Park. E poi è nelle cose che, dato uno scenario, vi siano giustamente modi, punti di osservazione differenti, ottiche assortite con cui inquadrarla. La prospettiva di Fellowes, al suo primo film come regista, a fronte di un soggetto piuttosto interessante, anche se non propriamente originale, basato sul romanzo di Nigel Balchim, A way through the world, è quella del melodramma familiare che privilegia il luogo comune sentimentale all’interno di una coppia che scoppia messa di fronte alle proprie responsabilità, con sullo sfondo un omicidio (colposo) e un bel tenebroso che fa di cinismo virtù (quanti se saranno passati sono i ponti del torrente cinematografico?). Una moglie infedele (che non si chiama Stephanie) con sensi di colpa, con voglia di fuggire e di tornare, di emanciparsi da una grigia e vuota, nonostante le agiatezze e il prestigio, con promesse di fedeltà non mantenute, e un marito tradito che tuttavia protegge la donna, e il suo amante (invero se stesso), che soffre, subisce, s’indigna, il gusto, ed infine capisce.., sono gli ingredienti di una storia che avrebbe meritato un “bisturi” più tagliente. Tenuti a freno i registri del melodramma e del sentimento, corroborati da momenti di piacevole humor (inglese, si gioca in casa), nel diligente e volenteroso incedere della regia, la messinscena non difetta di buon gusto, nonostante le stasi ed i bug dovuti alla scarsa lubrificazione di alcuni snodi narrativi, oltre che alla superficiale caratterizzazione dei comprimari che diventano cliché, appena funzionali all’interno di un apparato filmico a tratti poco coerente e credibile. Il vero problema è dunque nell’approccio freddo ed apatico, data una materia narrativa potenzialmente intrigante, con un risultato povero di sfaccettature, mono-tono, non in linea, non all’altezza delle premesse. Pur nella sua convenzionalità, a maggior ragione in funzione di quella, la vicenda avrebbe meritato una direzione più coraggiosa e briosa. A risollevare il morale dello spettatore, e il tono filmico generale, che, ciò nonostante, seguita a volare ad altezze prudenziali, ci pensa un cast di attori di gran classe. Un’eccellente Emily Watson mette a disposizione del personaggio, una romantica e sensuale donna inglese, l’armoniosa eleganza del proprio corpo, la sua duttile e matura espressività; Tom Wilkinson, grande attore di teatro e di cinema, che vanta una filmografia pressoché sterminata, conferma le sue notevoli qualità interpretando un ruolo tutt’altro che facile; Rupert Everert è non di meno apprezzabile nonostante appaia un po’ (co)stretto nel cliché dell’uomo schivo/trasgressivo, tenebroso, scettico “in green”. Ottimi i comprimari, Un giorno per sbaglio va visto anche, ma soprattutto, come un film di attori, di ottime interpretazioni. Il che, dati i tempi che corrono, non è cosa di poco contro.
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