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INSIDE MAN, di Spike Lee - quando l'apparenza (non) inganna
"Tutte le opere d’arte sono forme d’intrattenimento, ma non tutte le forme d’intrattenimento sono opere d’arte e l’approccio più credibile all’arte è quello che passa per l’intrattenimento, facendo si che l’arte vi prenda di sorpresa.” (Gavin Lambert).
Con una sequenza iniziale emblematicamente ispirata agli archetipi del teatro shakespeariano, l’ultimo parto di Spike Lee è una robusta favola metropolitana, un’opera in nero carica di suspense e di sorprese, caratterizzata da una messinscena adrenalinica, di grande dinamismo narrativo e visivo. Il film prospetta e ribalta, senza soluzione di continuità, il tratto logico e controverso, l’(apparente) inverosimiglianza tramica, la falsa pista, il dato scontato, ciò che si prefigura infine come una sorta di metafora politica, giocosamente “morale” e - pur nel già visto -, tutt’altro che banale. INSIDE MAN, aldilà del “messaggio” e della speculazione ideologica ad ogni costo, è un omaggio al cinema; nell’ingarbugliato gioco dei doppi e dicotomici piani di vero e falso, d’illusorio e reale, d’ombre e luci, di sogno/veglia ad occhi aperti/chiusi, in funzione di una purezza di forme e linguaggi, di un montaggio ad orologeria che non ammette cedimenti stilistici, nè scollature narrative, è il cinema stesso. Dopo il notevole SOS- SUMMER O SAM, film “panico”, un thriller (solo nell’approccio) fastoso e visionario, il regista afro americano, cantore della sua gente, dei ghetti e delle commistioni culturali interrazziali,
torna al ”genere” per (ri)tarare il gioco di scatole cinesi sui registri (apparentemente) più disimpegnati, divertiti e divertenti, non di meno immaginifici delle opere dichiaramene politiche, del cinema d’intrattenimento. Lee recupera, in maniera personale e creativa (l’omaggio al cinema d’azione degli anni ’70 appare evidente, e così l’eco lumetiana di QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI), le suggestioni di una “magnifica ossessione” che - accade sempre più raramente - sembra riemergere dalle macerie di un immaginario filmico americano da tempo crollato su se stesso. Come le Torri dell’11 Settembre, prese spesso a pretesto da un cinema “souvenir” e votato alla rappresentazione meramente spettacolare, infarcito di tronfi retoricismi ed inani moralismi. Contrariamente a quanto accade in LA 25 ORA, l’allegoria “terroristica” (politica) di INSIDE MAN è (apparentemente) meno esplicita e non espressamente poetica, ma non di meno reale ed efficace, emozionante, nel gioco delle parti che si rendono irriconoscibili (nulla distingue i rapinatori dagli ostaggi), segno che il “nemico” – non più inteso come minaccia esterna -, è tra noi, si mimetizza dentro di noi, tra le pieghe delle nostre paure. La caccia al “mostro”, come in SUMMER OF SAM, si trasforma dunque in una persecuzione del diverso, dell’indesiderato, in maniera proiettiva, al fine di esorcizzare lo “straniero” che alberga in noi, estraneo alla nostra stessa coscienza. Paranoia ed ironia, grande senso dello spettacolo, dialoghi scoppiettanti, quantunque si percepisca il gioco frenante del doppiaggio, convivono felicemente in un’opera di pura azione cinematografica che si avvale di un cast stellare, esemplarmente superbo.
Già pubblicato in PositifCinema
