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13 - TZAMETI, di Gela Babluani
La sorprendente opera prima del regista georgiano Gela Babluani la dice lunga sullo stato di buona salute cui versa il cinema “altro”, o se vogliamo “sommerso”, probabilmente destinato – come spesso accade - a non incontrare degna ed opportuna distribuzione, pur avendo contribuito alla riuscita di un festival cinematografico, al pari delle proposte mainstreams più visionate e commentate. Film insolito, duro, spiazzante, sulle prime si ha la sensazione di assistere ad un mero esercizio di stile, ma ben presto ci accorgiamo di come il denso e tagliente girato in bianco e nero, la splendida fotografia ricca di contrasti, di passaggi d’ombre e luci sulle cose e sui volti in primo piano, l’uso del grandangolare che esalta/distorce i larghi piani di ripresa, alcuni virtuosismi tecnici mai fini a se stessi, ben rappresentino e sottolineino gli stati d’animo, la sostanza emozionale e poetica dei personaggi. Da un’idea affatto originale, 13 (Tzameti) è un’immersione nei sordidi e lividi abissi delle umane degenerazioni, nei substrati del dolore più tragico, fatale e definitivo. Persone come bestie. Ma, secondo la regola che vale per ogni buon film
poliziesco, noir, polar (la struttura narrativa di questa pellicola cinefila si basa sugli stilemi del “genere”), varrebbe la pena scoprire in proprio le premesse e gli sviluppi di un plot inquietante, pieno di sorprese e suspense, di una messinscena d’ineccepibile rigore formale e contenutistico. Il racconto, sostenuto da un montaggio di geometrica perfezione e dal ritmo incalzante ed infallibile, si nutre di poche, essenziali parole, e convince in pieno a fronte di una sorta di “minimalismo” espressivo e figurativo che ricorda il “giansenismo” bressoniano, le atmosfere del cinema di Jean Epstein (la splendida sequenza del vento che muove le tende, scompiglia le carte e chiude “sinistramente” le imposte, evoca La Caduta di Casa Usher), e che soprattutto risente, data la passione cinefila che Gela erediterà dal padre regista, il georgiano Temur Babluani, dell’influenza del cinema classico sovietico. Efficace, per contrasto, quale vittima sacrificale, l’interpretazione di George Babluani nei panni di Sèbastien, il giovane “angelico/ingenuo” protagonista. Da parte sua, Aurèlien Recoing non è da meno nel riconfermare quel grande talento che ebbe modo di sfoderare in L’Emploi du temps di Laurent Cantet, tra i migliori film della mostra veneziana, edizione 2001.
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