Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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lunedì, 28 agosto 2006

Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja

"Ode" all'atomo        

 

Inevitabile qualche apprensione nel prender posto nelle sale in cui danno il remake di un illustre film di “genere”, che è anche, non troppo incidentalmente,  metafora sociale e politica. Realizzata con pochi mezzi e molto ingegno, quella di Wes Craven fu e resta un’opera da/sulla  “provincia  americana”, sulla  Nazione  (immutabile nei desolati ed aspri spazi delle sue “frontiere selvagge”, come nei ventri molli delle “cities”)  dei deprecati “sogni” e dei numerosi tentativi, più o meno riusciti,  finalizzati ad infrangerli. Prendere di petto un’opera di culto, seminale,  ancor oggi celebrata, importante segmento filmico dei fecondi anni (di grazia) ’70, è sempre un’impresa rischiosa, una sfida aperta che presuppone coraggio e talento. Se poi a coprodurla – e qui si da lo specifico caso -  è lo stesso Craven, ex guru dell’horror statunitense, ultimamente (entrambi)  in affanno, che ripone fiducia in un regista quasi esordiente, autore di un primo film apprezzabile ma tutt’altro che  profetico (ALTA TENSIONE), la prudenza è quasi d’obbligo. Sommando a ciò il fatto che l’affastellamento di remake nell’attuale panorama cinematografico abbia francamente raggiunto livelli di saturazione (poche le proposte mainstream di qualche interesse, tra cui i due film del beffardo e sagace Rob Zombie, ed il “minimale”  Wolf Creeck  dell’australiano GregMcLean),  il timore rischia di trasformarsi in diffidenza. Ma è il caso di dimettere le coatte supposizioni - col senno del prima – per  parlare - a visione effettuata - di LE COLLINE HANNO GLI OCCHI, film diretto e co-sceneggiato da Alexandre Aja. Fin dai primi fotogrammi, nelle didascalie che campeggiano sullo schermo e precedono i geniali e terribili titoli di testa, abbiamo sentore del carattere più apertamente politico – rispetto al film del '77 -  di un progetto che intende nuovamente esplorare sotto forma di finzione i territori degli orrori reali, sicuramente non inediti, molte volte trattati dal cinema e pur tuttavia meritevoli di essere ri-visitati e fatti riaffiorare nelle assopite memorie e coscienze. Il giorno “fatale” del non ritorno, del “dopo questo nulla sarà come prima”, che si vorrebbe  universalizzare  e far (quasi) unicamente coincidere con l’”11 settembre”, non è l’unico giorno dei feroci ricordi e delle nobili celebrazioni. Se fosse confermata l’ipotesi secondo la quale la “morale” (soprattutto nell’arte, spesso anche nella vita) rappresenta un’arrogante e strumentale imposizione, espressione del  “potere” costituito e coercitivo, potremmo agevolmente accettare l’idea che la  storia del nostro “occidente”, carnefice ancor prima di esser vittima, è dilaniata da una miriade di “11 settembre”, da antiche e moderne, ordinarie e straordinarie forme di follia e crudeltà. E non sempre il nemico viene dal freddo..; talvolta ha l’odore del petrolio, segno che morto uno spauracchio se ne fa subito un altro. Aja affronta in maniera diretta e senza esitazioni il tema del “sogno felice" che genera mostri (metafora social-politica ma anche psicologica-individuale), le aberranti mutazioni generiche causate dagli indiscrimina(li)ti esperimenti atomici. Senza discostarsi troppo dal plot d’origine, apportando alcune varianti ed aggiunte narrative spesso interessanti e capaci di conferire al remake una sua propria autonomia immaginifica, vicina all’originalità, il film si apre con una sequenza mozzafiato, fulminea, spiazzante. Il gore/splatter violento ed esplicito di cui si nutre la partitura, da capo a fine, entra immediatamente in ballo. La sanguinaria violenza dei “selvaggi”, cannibali e deformi, si scontra con  quella d’estraniante e funereo biancore degli uomini di “scienza”, anch’essi dispensatori di morte e distruzioni, non di meno alieni e irriconoscibili nelle loro mostruose tute e maschere antiradiazioni. La tipica famigliola medio-america, complice forse non del tutto consapevole, di sicuro giulivamente responsabile dei misfatti, subisce l’orrore che non viene da fuori, ma che nasce all’interno dei miseri egoismi e privilegi da conservare ad ogni costo, anche a costo di chiudere gli occhi sul mondo e su se stessa, sulla vita e sull’amore. Morti viventi che s’incamminano verso il proprio destino per l’appunto di morte, per una volta non simbolica, che ha le sembianze delle loro stesse vittime. A differenza dell’idilliaco rapporto che intrattiene il gruppo familiare delineato da Craven, dove la caratterizzazione dei personaggi è nelle cose, aspetto secondario che quasi non si nota, strettamente legato al ritmo narrativo che non per questo perde colpi, in Aja la stessa famiglia vive conflitti al suo interno, cosicché il regista, che vuole evidentemente collocare la sua rappresentazione  sul piano dell’introspezione psicologica, fallisce a fronte di un debole canovaccio narrativo, verosimilmente improvvisato,  di siparietti di vita familiare che finiscono per diventare meri e ridondanti riempitivi. E’ questo uno dei punti deboli della messinscena, insieme all’andamento ondivago che tradisce momenti di stanchezza e scarsa ispirazione, dove la tensione si allenta e i contenuti s’impoveriscono, pur senza mai scadere nel manicheismo, nella retorica facile e scontata.Ciò nonostante, nel complesso, la pellicola è di buona fattura; il regista controlla egregiamente una mobilissima macchina a mano, mai invasiva e sopra le righe, capace di efficaci soggettive che scandagliano cunicoli, grotte, miniere abbandonate, gli antri delle paure ancestrali (simboli dell’inconscio) dove si nasconde, pronta a colpire, la “mostruosità”. Interessante il gioco dei carrelli, nei campi medi e lunghi, gli avvicinamenti e arretramenti dinamico-plastici della mdp, negli spazi obbligati, nelle sequenze più concitate e adrenaliniche; suggestive le panoramiche sul desolato e minaccioso “deserto” americano, dall’altro delle “colline che hanno occhi” vendicativi puntati su chiunque si trovi malauguratamente a transitare in quei territori del panico e della follia. Sul fronte del “maquillage” non mancano delle buone invenzioni: l’essere dall’enorme testa poggiata sulla spalliera della carrozzella su cui vegeta fin dalla sfortunata nascita, è qualcosa che difficilmente si dimentica. E' una questione di Pietas. Ancora una volta sono i  "freaks" a testimoniare, con le loro evidenti ed esibite menomazioni, con le loro sorde sofferenze, la parte malvagia della natura umana, spesso ipocritamente celata dietro la maschera della "normalità" e del perbenismo. Non è un capolavoro questo remake di Aja, ma non si può non riconoscere al regista il merito di aver messo a segno un’opera che vive di luce propria, che raggiunge una propria identità stilistica e narrativa, un tratto sensibile, tra denuncia politica e poetica della disperazione, che lo si voglia o meno paragonare al suo famoso, e dunque “ingombrante”, modello di riferimento.  

 

Gia pubblicato in Cinemaplus

Postato da: GiuseppeMariani a 15:07 | link | commenti (11) |


Commenti
#1   28 Agosto 2006 - 19:49
 
Però, è possibile che certe tematiche abbiano bisogno di ricorrere al remake? 'Sto benedetto sud, basta beccarsi un raccontino di Lansdale e cucinarlo a dovere... Mah.

A proposito. Recupera e guardati "Le 3 sepolture" di e con Tommy Lee Jones. Siamo al crocevia tra Peckinpah, Linch e Clint Eastwood. Piccolo, splendido capolavoro.
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#2   28 Agosto 2006 - 21:15
 
Hai perfettamente ragione, Lorenzo, ci sono orrori dimenticati che fa incazzare non poco verderli presi a pretesto per un film splatter. Però, non è il caso di questo discreto film che a mio avviso ha un approccio alla "neno peggio", e in ogni caso li ripropone all'attenzione del pubblico. Anche se, in definitiva, i "significati" di operazioni del genere, in questa precisa era, ahinoi!, finiscono per scivolare addosso ai più. E' per tale ragione che nella mia recensione ho insistito sull'aspetto "politico", della vicenda e sui inevitabili collegamenti. Vedrò sicuramente Le 3 sepolture, è in agenda, ma ora mi aspetta un'abbuffata filmica che quel titolo vorrei gustarmelo a mente fresca. Grazie del consiglio!
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#3   29 Agosto 2006 - 21:22
 
Como siempre haces un análisis certero y sugerente de las películas que comentas... imaginación y pasión al poder!! Felicidades por este espacio de cultura y por tu dedicación altruista al cine.
utente anonimo

#4   09 Settembre 2006 - 02:57
 
Come al solito sugli horror non la pensiamo allo stesso modo. Io trovo che questo Aja non abbia fatto che scopiazzare un po' qua e là senza il necessario cinismo che si confà a una pellicola del genere.
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#5   12 Settembre 2006 - 21:52
 
Io devo dire, in buffo contrasto con il commento che mi precede e a testimonianza di una varietà di reazioni che fosse in te mi lusingherebbe, che mi piace molto il modo in cui leggi l'horror politico. Sfuggi d'istinto a quelle semplificazioni cui il tema si presta e che si rivelano talora più perniciose dell'etichetta aprioristica di B (che essa gli sia gettata indosso come insulto o appuntata come medaglia). Pur avendo avuto una percezione un po' diversa, anche se non antitetica, del film questo è almeno il secondo articolo che mi fa invidia.

Certo sull'esistenza di quel qualcosa che spinge chi vuol parlare di paure e politiche a ribadire/rinverdire auctoritates di una volta invece di costituire riflessioni autonome c'è comunque sicuramente da riflettere, come suggerisce Lorenzocalza. Potrebbe essere costume che rispecchia sfiducia, oltre che che pigrizia?

A prestissimo
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#6   13 Settembre 2006 - 21:51
 
Agli amici che hanno commentato lascio per ora un abbraccio in attesa di un momento più propizio, che non mi faccia mancare al tempo... :-)
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#7   18 Settembre 2006 - 15:20
 
Muchas gracias por tu estimacion, gentile lector en castellano. por mí es una diversion, feliz de compartirlo contigo

Hasta pronto, espero.
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#8   18 Settembre 2006 - 16:01
 
Ho letto le tue riflessioni AgonyAunt, qui e nel tuo blog, presto verrò a farti visita. Film sotto certi aspetti vecchio, ma anche certe paure non invecchiano mai, sono fatalemnte e purtroppo sempre le stesse.

Beso. :-)
Stilgar
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#9   18 Settembre 2006 - 16:03
 
Perchè come al solito Stilgar? Sono sicuro che ci troveremmo d'accordo su molti horror. Ciao!
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#10   18 Settembre 2006 - 18:54
 
perché stilgar di horror non ci capisce una mazza.
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#11   13 Ottobre 2006 - 16:51
 
Sandro, ma glie lo vogliamo proprio dire?
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Commenti