Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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mercoledì, 13 settembre 2006

Hei yanquan (I don’t want to sleep alone) di Tsai Ming-Liang

“Sensazionismo” dell’immagine contro la “dittatura” della parola, della letteratura, della musica, di ogni altro elemento che possa tradire un’istanza/esigenza di spettacolo convenzionale. Echi dal cinema di J. Ozu. Inquadrature fisse prive di gravità temporale e spaziale. Rari i movimenti di macchina. La sensazione è quella dell’immagine che, privata dei dialoghi, 'purificata', dunque dotata di una sua propria autonomia, cerchi di situarsi di fronte alla “camera”, all'occhio dello spettatore che ne resta rapito. Piani di ripresa medi e lunghi, esclusi il primo e primissimo piano. Quadri di pura fotogenia statica che nell’apparente fissità sono energia in movimento, fiume magmatico che scaturisce dal ventre primordiale della terra e s’incanala nei solchi mentali del grande “artigiano” che ne raggela, forgia ed organizza, pur senza porvi limiti, nè snaturarne il carattere, l’incontrollabile potenziale grezzo/poetico. Squarci di vita fissati con trasfigurante realismo. Sguardi interiorizzanti e riflettenti l’”invisibile” presenza di suoni, luci, ombre, rumori, parole. La partita si gioca nel profondo della psiche, dove nascono i sogni, nei meandri della mente, delle “memorie”, della coscienza. Una lezione  di “cinema pitagorico”. Geometrica perfezione. Non una semplice visione, la pellicola di Tsai Ming-Liang è un’Esperienza folgorante, epocale. Umana e religiosa. Raramente ci è dato guardare, nell'attuale cinema, una fotografia che non sia mero “scatto”, colorismo, e che abbia invece una densità cromatica così “vera”, equilibrata e profonda. Cinema antinarrativo; arte del dettaglio che rappresenta l’”interezza”. Impossibile trovare le parole adatte per descrivere tale visionario allestimento, astratto e concreto, all’unisono, “formalista” ed aperto a cento micro- “rivoluzioni” epidermiche e sotterranee, allorché il piano del visibile (apparente e sostanziale) è franto da una miriade di sotto'figure', le quali, pur “imitando” la tradizione, restano progetto del superamento, originale, avanzato, increato. E’ il primato/trionfo dell’immagine sulla parola. Immagine che cerca la (giusta) strada per ri-conquistare il trono del cinema. HEI YANQUAN è un’opera “liquida”, placentare, (in)corporea, carnale, degli odori ed umori fisici. Si nutre di contatti fisici. Mostra mani che si tendono versi corpi, che accarezzano, massaggiano, leniscono la nuda carne: lo stesso corpo erotico-mistico del cinema dei mille coma, dei mille tentativi di ri-animazione. Mani strumenti dello spirito. Semplicemente mirabile (un morso di poesia che lascia il segno) il quadro finale, placentare (dobbiamo ripeterla questa parola) che si spegne sulle note 'fuoricampo' - tutti gli “inserti” musicali lo sono - del tema di “Luci della ribalta” di C. Chaplin. Un film sonoro, dunque, citato in quest'opera che è quasi una vibrante e vitale 'nostalgia' del cinema muto, che ci ricorda, in tale estrema, geniale allusione, la mordace ambiguità wylderiana in “Sunset Boulevard”.
Scontato, forse banale, pur tuttavia, in ultimo, non ci esimeremo dal dirlo che nel sottotesto filmico vi sia (suggestione che si fa strada nella mente di chi scrive), una metafora della vita. In un mondo velocizzato dalle tecnologie, dagli strumenti della comunicazione immediata, che abbattono i muri dello spazio e del tempo, in “tempo reale”, l’umanità ha sempre più bisogno, forse come non mai, di tornare a toccare, annusare, curare se stessa, 'a tempo giusto'. Capolavoro assoluto! 

Già pubblicato in Cinemaplus

Postato da: GiuseppeMariani a 21:30 | link | commenti (2) |


Commenti
#1   20 Settembre 2006 - 20:49
 
hai visto "Che ora è laggiù"? :-)

al.
utente anonimo

#2   13 Ottobre 2006 - 16:29
 
Ciao Mario, scusa il ritardo.., no, non l'ho ancora visto. Ma non vedo l'ora.., appena fatto magari butto giù qualche riga. A te è piaciuto Hei yanquan ?

Un abbraccio!
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