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Belle toujours di Manoel de Oliveira
L'infallibile fascino della senilità
Chi aveva temuto il "seguito" di un film sacrale come BELLE DE JOUR di Luis Bunuel può tirare un sospiro di sollievo. Manoel de Oliveira si limita (si fa per dire) ad omaggiare l'illustre collega spagnolo restando fedele allo stile unico, riconoscibile e irripetibile del proprio cinema. Mentre scorrevano i titoli di coda del delizioso BELLE TOUJOURS, in quegli ultimi istanti di " buio" in cui seguita a realizzarsi la perfetta congiunzione tra la metafisica del sogno e la potenzialità del reale, soggiogati da una summa di tante piccole commozioni incamerate in crescendo durante l'intera visione, ci siamo tra l'altro chiesti a quanto al chilo sarebbero state finalmente svendute certe misere dicerie mediatiche che avvelenano, con la loro pedante e volgare insistenza, il cinema, l'arte, il buon gusto, il buon senso. L'omaggio di de Oliveira a Bunuel è un film commosso, partecipe, ironico, nostalgico, disincantato. Fratello maggiore e fratello minore - entrambi protagonisti eccelsi di quella folgorante traiettoria cinematografica che illuminò e sorprese il ventesimo secolo -, quale altro regista, se non de Oliveira, avrebbe potuto realizzare questa turgida opera della nostalgia priva di rimpianti, dell'esperienza che sfida le mode, le correnti, gli intellettualismi, le "frivolezze da spiaggia parigina"? Ci voleva l’antica sapienza, l'inesauribile bagaglio di memorie vive di un grande vecchio, lucido di mente e giovane di cuore, nonostante l'avanzata età anagrafica, per comporre ed eseguire l'ineffabile partitura filmica che, senza scadere nell’imitazione, nel siparietto occasionale e meramente celebrativo, ripercorre genialmente il solco tracciato dal regista aragonese.
In tal senso Michel Piccoli (attore ricorrente in entrambi i registi) giganteggia con la sua misurata ed insieme straripante interpretazione, pur dovendo indossare - con sapienza ed esperienza, con eleganza senile, eppur fel(r)ina, con graffiante, tenero, disarmante umorismo - i difficili panni del suo personaggio, sorta di alter ego di Bunuel e di de Oliveira.
BELLE TOUJOURS è difatti un’opera simbiotica che rifugge il simbolismo (molto bunueliano anche tale aspetto), un "espelho magico" che moltiplica visioni, prospettive, "caratteri", umori, col semplice e lineare gioco narrativo e figurativo del grande raccontatore di storie che non ha bisogno di contorsioni mentali, né di urlare per poter "dire", stupire, commuovere, emozionare. In un film franto da silenzi che hanno voci interiori, e volti, circostante, immagini, atmosfere che parlano più delle parole stesse, alcuni (oscuri) oggetti ed ossessioni dell’universo poetico bunueliano vengono esplicitamente citati, come, ad esempio, la misteriosa "scatola" del cinese di Belle de jour e la gallina di Los Olvidados. Ma è nel tracciato narrativo pieno di invenzioni, nell’afflato poetico, nell’affettuoso sarcasmo, che ritroviamo lo spirito di Bunuel, lo stesso che aleggia nelle sue ultime opere francesi. Esemplare e memorabile, in de Oliveira, la lunga sequenza della cena degli "equivoci", dei repressi moti tellurici della psiche a cui prestano voce i lunghi silenzi, gli ordinari rumori d’ambiente, il tintinnio di posate, bicchieri e stoviglie, prima di esplodere in un finale all’apparenza scontato ed invero pieno di (non) significati. Da "fascino discreto della borghesia". Dove lo spirito "estremo" di Bunuel, forse più "elegante" in queste estreme prove "francesi", ma tutt'altro che ammansito, in ragione di un grado di maturità artistica ed umana acquisita con l’esperienza, nel corso del tempo, si condensa attraverso un percorso di "intimizzazione" dei linguaggi che non inficia né rinnega in alcun modo le più "acerbe" ed ancor più mordaci iconoclastie del passato. Geniale Manuel de Oliveira che riesce a cogliere l’essenza di tale spirito argonauta e di cui si nutre, inevitabilmente, tutto il cinema dell’"es", del visionarismo più audace che tuttavia non rinuncia al reale, all"impegno".
In LOS OLVIDADOS, Luis Bunuel avrebbe voluto introdurre (come da egli stesso
dichiarato in un’ intervista rilasciata a Bazin per i Cahiers du Cinema, e nel libro di interviste "Bunuel secondo Bunuel" a cura di Turent e de la Colina) "degli elementi folli, dopo aver tolto tutto ciò che aveva un interesse unicamente simbolico, che rompessero il realismo convenzionale, in completo contrasto. Per esempio, quando Jabo va a battersi e a uccidere l’altro ragazzo, nel movimento di camera si vede lo scheletro di un grande edificio di undici piani in costruzione: lì io avrei voluto mettere un’orchestra di cento musicisti … Avrei voluto altri elementi di tipo irrazionale, per non seguire letteralmente la sceneggiatura, una realtà ‘fotografica’. Ma Dancigers [il produttore] mi disse: ‘Bunuel, la supplico, non metta queste cose. Sto già facendo dei sacrifici per questo film: si vedono cose brutte, non ci sono attori conosciuti, eccetera…’ ". BELLE TOUJOURS apre con una lunga sequenza che vede sul podio una grande orchestra sinfonica che esegue un brano di Anton Dvorak. Sarà un caso (lo stesso de Oliveira ha negato, nella conferenza stampa veneziana, proprio a noi che avevamo posto la domanda, un rimando diretto), ma vogliamo continuare a credere che si sia data voce a quella "creatura" concepita dalla fertile mente bunueliana, dunque mai nata e tuttavia (r)esistente nell’immaginario di chi come noi ama incondizionatamente Luis Bunuel e il suo cinema. Un cinema fatto di cose visibili e soprattutto di contenuti sotterranei – e si da anche il caso speculare di Manoel de Oliveira, non solo a fronte del flim qui preso in esame - che lo spettatore deve intuire e completare nella sua mente.
