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The Black Dahlia di Brian De Palma
“Non si metteva mai tra di noi ma stava sempre in mezzo a noi”.
E' con queste parole che la voce narrante (stessa inflessione disincantata che avevano gli 'invisibili” raccontatori di storie in noir dell’età aureo-classica hollywoodiana) si sofferma sul personaggio interpretato da una bella, sexy e brava Scarlett Johansson, vertice ideale di un triangolo nei cui restanti lati si situa la coppia protagonista (eccellenti nei rispettivi ruoli Aaron Eckhart e Josh Hartnett) di un’esemplare amicizia virile. Piccola suggestione come premessa a ciò che di essenziale ruota intorno a THE BLACK DAHLIA, l’ultimo parto felice di un ritrovato Brian De Palma, in concorso alla 63. Mostra Cinematografica di Venezia appena conclusasi.
Il vecchio leone della cinepresa torna a mostrare gli artigli, dopo essersi lasciato sedurre, forse troppo a lungo, dalla rassicurante vita da gatto domestico che aveva creato qualche disaffezione nei suoi più fedeli ed esigenti estimatori. Torna un De Palma dallo stile alto e impeccabile, summa di tutte le sue migliori ricette tecnico-espressive, al servizio di quel serrato e torrido gioco dell’erotismo e del “sensualismo al ralenty”, dunque estenuante, implacabile, rarefatto, strisciante, di testa e testicoli (anche di cuore) che infine arriva, e come, a scuotere il sistema “onirico/vigile” dello spettatore. De Palma rinuncia a De Palma con un progetto tratto dall’omonimo e celebre romanzo di James Ellroy - in cui è tuttavia riconoscibile, nella rinnovata pienezza di forme e contenuti, l’”ossessione” depalmiana -, per omaggiare il cinema classico ispirato ai grandi romanzieri alla Chandler, alla Hammett, alla Cain, dunque alla Ellroy. Il quale è anche cosceneggiatore, insieme a Josh Friedmam (autore dello script di La guerra dei mondi di S. Spielberg), per questa turgida opera che risente di una compressione narrativa (invariabilmente riscontrabile di tutti gli adattamenti e le trasposizioni filmiche di opere letterarie) che non tradisce o banalizza in alcun modo lo spirito, gli aspetti salienti e centrali del romanzo. Ispirato ad una storia vera che sconvolse l’America del 1947, all’omicidio ancora irrisolto di un’attricetta in cerca di successo nella Hollywood corrotta e spietata di quegli anni, il regista mantiene inalterato, con uno stile impeccabile e asciutto, le cupe atmosfere del libro, i sordidi intrighi, il “maledettismo”, le derive esistenziali, le ambiguità psicologiche, l’erotismo morboso, la frammentazione del plot, le dense atmosfere “neoespressionistiche”, il fulgido “B. & W.” - nonostante il girato sia colori… -, il velenoso sarcasmo “antiborghese” degno del miglior Altman, ed ogni altro elemento caratterizzante il “genere”. THE BLACK DAHLIA è un omaggio alla letteratura, al cinema, ai “costumi” di un’epoca, e tuttavia riflette, incorrotti e rinvigoriti da una regia
affatto originale e sapiente, lo stile e l’estetica dell’autore, il profondo legame con il suo glorioso passato che rimbalza nel presente. Ritmo incalzante, dialoghi scoppiettanti, recitazioni calibrate, un montaggio che “riordina” con geometrica esattezza ed elasticità le spezzettature tramiche (salti temporali che non abusano del risaputo flashback), sono gli ingredienti di base di una ricetta che mira allo spettacolo di gran lusso e gusto, all’intrattenimento negletto ed insieme colto e intelligente. Maestro del “piano sequenza” - ve ne sono alcuni girati con una naturalezza tale da togliere il respiro -, l’”invisibile” camera di De Palma si muove con leggiadra eleganza, e fa dimenticare spericolatezze, virtuosismi e tecniche eccelse (quasi zavorre nelle sue ultime pellicole), lo stesso “occhio” voyeuristico, medium del linguaggio e dell’espressione, elemento del “triangolo”, parte integrante ma non ingombrante di un’affascinante e simbiotica avventura cinematografica che ha come protagonisti l’autore, lo schermo, il pubblico.
pubblicato anche in Cinemaplus
