Fantasticherie, passioni (non solo filmiche)

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domenica, 08 ottobre 2006

La commedia del potere  di Claude Chabrol

 

Manifestai, proprio su queste pagine, nel recensire La damigella d'onore - penultima opera di Chabrol, tra le migliori proposte cinematografiche della stagione -, la mia sconfinata ammirazione per il grande regista francese. Ultrasettantenne, autore più che prolifico - non solo in virtù della ragguardevole età anagrafica, allorché la sua vena creativa è costantemente alimentata da un entusiasmo giovane e inossidabile -, durante la lunga ed onorata carriera Claude Chabrol ha realizzato una cinquantina di film, alcuni indimenticabili, altri meno. E’ tuttavia nell’ordine delle cose che autori (e “scuole” cinematografiche) non affetti dall’ansia del capolavoro ad ogni costo, si abbandonino al piacere dell’”interludio” giocoso e scanzonato, pur sempre decisamente apprezzabile, propedeutico ai maggiori fasti. Con il grande Maestro della Nouelle Vague, genio del disincanto e dell’(auto)ironia, quantunque sia innegabile che non tutti i fichi del suo bigonzo siano privi di qualche ammaccatura, l’indulgenza è dunque d’obbligo. Pur tuttavia occorre dirlo che il suo ultimo, grazioso (niente di più) “pastiche en noir” (thriller psicologico?) intitolato LA COMMEDIA DEL POTERE, mostra i segni di un’ipertrofia narrativa e “filosofica” che prelude ad una delusione raramente avvertita durante la visione di altri film “minori”, o presunti tali. Tutti gli ingredienti del cinema chabroliano sono chiamati a raccolta in questo melò drammatico- giudiziario, fortemente coeso intorno alla figura di Isabelle Huppert. Interprete feticcio del regista, l’immensa attrice francese veste i panni di Jeanne, un magistrato intransigente e severo (soprannominato nell’ambiente giudiziario il “pirana”), disposto a lavorare instancabilmente, trascurando la vita privata, il menage matrimoniale, fino al tragico finale, pur di perseguire la sua ambiziosa, temeraria ed inarrestabile indagine sui loschi affari della politica nazionale, sui tristi figuri delle ruberie di “casta”, delle appropriazioni indebite di denaro pubblico (giustificabili in quanto “consuetudini”, secondo gli indagati), rappresentanti del potere politico corrotto, in una vicenda che si prefigura come una sorta di “mani pulite” alla francese. Tocca ai “pezzi da novanta”, non ai piccoli notabili della corrotta e perversa borghesia di provincia, far da “cavia” nell’ultimo film di Chabrol. Il cui bisturi, dispiace dirlo, è meno affilato, preciso e tagliente rispetto ai suoi ondivaghi, il più delle volte stellari, standard. Chabrol è poco ispirato; imbastisce la sua storia in maniera superficiale, didascalica e prevedibile; rinuncia al “mistero”, alla tensione intima/interiore foriera di suspense e sorprese (aspetti solo a tratti ravvisabili), alla sua indiscussa capacità di scavo introspettivo di cui è maestro. L’autore di Il Tagliagole (capolavoro assoluto, uno dei miei film del cuore e della mente) tralascia di approfondire i personaggi non centrali, quella mesta umanità appena abbozzata in maniera macchiettistica, destinata a restare sullo sfondo, a fungere da mero pretesto, in modo irrisolto, dato il soggetto. Chabrol preferisce tratteggiare, con ammirevole cura e amore, il personaggio della Huppert, facendo si che l’intera vicenda graviti e si consolidi intorno a lei che rappresenta la vera ragione d’essere del film. Non vi sono parole adatte per lodare degnamente questa geniale e navigata attrice, ma, paradossalmente, è proprio a “causa” della sua straripante interpretazione (a tratti sopra le righe) che, per contrasto, i limiti della messinscena vengono maggiormente evidenziati. Maryline Canto, ad esempio, interprete di Erika, collega di Jeanne, nelle scene “a due”, al confronto con la Huppert, scompare letteralmente. Non c’è partita, il divario è enorme ed incolmabile. Nulla a che vedere con la straordinaria coppia di “vendicatrici diaboliche” – Huppert/Bonnaire - di Il buio nella mente. LA COMMEDIA DEL POTERE è dunque un film poco incisivo, a tratti distratto, frettoloso e, forse in ragione di ciò, ignorato al festival di Berlino 2006. Nonostante alcune “maliziose” ambiguità (un impulso incestuoso resta latente ed irrisolto), la sagace ironia, aspetto irrinunciabile della poetica chabroliana, un finale aperto ed emblematico, e, naturalmente, il solido mestiere di un regista in grado di progettare inquadrature sempre perfette e suggestive, movimenti di camera plastici e perfettamente calibrati, non mi è sembrato di scorgere nulla di nuovo sulla linea dell’orizzonte del Maestro.
Ma non sarà il canto del cigno... Al prossimo capolavoro, caro Chabrol, giovane/vecchio amico di tante entusiasmanti avventure filmiche!

Già pubblicato in Cinemaplus

Postato da: GiuseppeMariani a 16:37 | link | commenti (2) |


Commenti
#1   09 Ottobre 2006 - 14:35
 
sarò a roma, da novembre in poi, un giorno alla settimana (ho inaspettatamente vinto una borsa di studio di sentieri selvaggi) quindi a presto per prendere insieme un the..e non un'ambigua tazza di cioccolata,come in chabrol ; )
Mia
utente anonimo

#2   13 Ottobre 2006 - 16:27
 
Complimenti! Un the, ottimo per te.., nulla in contrario se io chiedo una birra? :-)

Ciao Mia, a presto.
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