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L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino
Eine Symphonie des Grauens
Le lascivie mani di un vecchio e ripugnante usuraio s’insinuano nel petto di una giovane fanciulla. Artigli della Bestia, oppure di un Nosferatu che si concede alla “donna di cuore puro che gli fa dimenticare di ritirarsi al primo canto del gallo”? La suggestione è forte, quasi irrinunciabile, durante la sgradevole ed emblematica sequenza in cui l’avido “vampiro”, che al posto del sangue si nutre di denaro (sublimazione di un eros/pathos negati), concupisce la sua vittima disgustata dal senso di repulsione ed insieme inaspettatamente attratta dal desiderio. Che sia anche, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, l’ennesima rivisitazione del “mito del freak” detestato e isolato dall’umanità malata che cerca in tal modo di esorcizzare la propria degenerante solitudine? In fondo all’anima del solitario e deforme protagonista, mirabilmente interpretato da Giacomo Rizzo (che crea il suo personaggio, all’intermo della psiche), attore di teatro, “caratterista” del cinema di sicuro mestiere, vecchia gloria nazionale purtroppo dimenticata dalla settima arte, risuonano le corde del mostro che “martirizza un colibrì d’amore tra i denti”. Solo la “Bella” ingannatrice – apparentemente motivata da un’istanza di vendetta, “desiderosa” invero di confrontarsi con le proprie difformità morali “prendendo contatto” con le brutture di Geremia l’usuraio - riuscirà a trasformare l’estremo ed unico atto d’amore, di cui costui si rivela capace, in arma del suicidio. Allentati i puntelli, la (sovra)struttura su cui caparbiamente si fonda l’inespugnabile cattiveria dello strozzino, cede e diventa un letto di morte, naturale conclusione di una vicenda caratterizzata da una lucida follia che non risparmia nessun personaggio. Morte dell’anima, in una sorta di beffardo e tragico “canto” della sofferenza priva di catarsi. Con L’AMICO DI FAMIGLIA, film pessimista e fatalista, con ironico disincanto tutto partenopeo, Sorrentino ripropone il tema universalizzato della solitudine umana, presente anche nei suoi precedenti film, destinata a non trovare appagamento o riscatto neppure nell’amore, nell’eros, nel sentimento, annullando ogni convenzionale distinzione tra bellezza e bruttezza, dove in entrambe si annida identica, speculare degenerazione. Sorrentino gioca con i registri della comicità e del dramma; si ride, si sorride nel suo film, si riflette, non si piange, ed è segno questo di buona salute in un panorama filmico italiano in cui trionfa prevalentemente il sentimentalismo lacrimevole e ricattatorio. La sua cinepresa è intrigante e immaginifica, s’insinua con plastica sicurezza e rara intensità espressiva nel sordido e lercio antro del “mostro”, cogliendo
il dettaglio e l’insieme, il segno della malattia spirituale che perverte e imprigiona chi lo abita. La decadenza esistenziale e morale dell’usuraio, su cui si sofferma l’occhio del regista con brevi panoramiche ed “affettuosi” piani di ripresa ravvicinati, è rappresentata con la sola forza delle immagini. Le quali, accentuate alle “elgariane”, dolenti note del violoncello composte da Theo Teardo, più delle parole, dei dialoghi, riescono a tratteggiare con grande precisione lo spaccato caratteriale e psicologico del soggetto. In un crescendo d’inquadrature d’elegante, estetizzante, ma non gratuita, bellezza, insolitamente audaci per il nostro cinema , cogliamo il segno metafisico/lirico, quasi 'dechirichiano', delle “fascistiche” e geometriche architetture di Sabaudia, come in una sorta di raggelante rappresentazione del sentimento che preme sotto la dura corteccia del “ruolo”. Geremia de’ Geremei è a modo suo un “(anti)eroe”, uno specchio e una spina scoperta conficcata nel fianco del tessuto sociale sanguinante e che cerca di mascherare il proprio fallimento, le angosce, ogni immoralità, con l’ipocrita facciata del perbenismo apparente. Lui, l’usuraio, con la sua inseparabile, sciatta e patetica busta di plastica appesa in una mano (contenitore/scatola gelosamente “custodita”, che cela forse un mondo di desideri infantili frustrati e oltraggiati, un residuo di umanità in un cuore di pietra), che dondola, quasi un’appendice del suo corpo, durante il goffo e grottesco 'nosferatesco' incedere , è perlomeno cosciente del suo bastardo ruolo che ama definire, con sinistra (auto) ironia, “benefattore”. I limiti della pellicola, che fila liscia e convince pienamente fino ad un buon tratto del secondo tempo, emergono nella didascalica caratterizzazione dei personaggi, secondari; nella figura femminile che, come pure accade in LE CONSEGUENZE DELL’AMORE, ci è apparsa debole, sul piano introspettivo/interpretativo, in evidente contrasto con l’eccezionale figura a cui Giacomo Rizzo dà letteralmente l’anima. Altra nota negativa risuona nell’epilogo pasticciato e frettoloso, in ragione di uno script approssimativo, in una sorta di deriva comicizzante fin troppo macchiettistica, allorché ci saremmo aspettati un maggior ricompattamento dei registri drammatici, pur senza rinunciare all’umorismo nero, al sagace dialogo, al sarcasmo di amara ed insieme ilare comicità che pervade salvificamente l’opera.
La copia che circolerà nelle sale italiane è stata accorciata di ben sei minuti rispetto alla versione presentata al festival di Cannes, a detta dello stesso Sorrentino che con i tagli intendeva migliorare il finale, eliminate inoltre alcune sequenze ritenute inutili e/o ridondanti, eccessivamente esplicative. L’intervento non è stato risolutivo, la zona d’ombra persiste, tuttavia L’AMICO DI FAMIGLIA resta l’esemplare progetto di uno spirito libero che fugge le fatiscenze e le derive estetiche e contenutistiche che attanagliano buona parte del cinema italiano, quel cinema che “conta”. Il quale dovrebbe prendere esempio da quest’opera imperfetta ma ugualmente toccante, stimolante, generosa, tonica.
Gia pubblicato in Cinemaplus
